MELONE MUORE

Un giorno di non so più quant'anni fa son passati, mi successe un fatto specioso, speciosissimo a dire il vero, che guastò la mia salute psicologica per un po' di tempo, alcune mesate... d'altronde quando ci si lascia intrappolare come il sorcio nei laboratori della scienza burocratica della punizione civile, ci può stare che ne esci un po' tocco. Uno affilato e consumato del mestiere, poi, potrebbe trarne delle massime per la vita e il vivere, sopradittutto degli altri, ma non è il caso mio, figuriamoci, che mi sono consumato solo il fegato... semmai chissà - io non m'offendo per così poco - potrà servire da materia pronta al pennello per chi, ben pensante, ben scrivente, ne voglia usare. Ci sta. 
Sono cronachette da(l) nulla alla fine.


*** 

Al tempo del fattaccio, prestavo le mie fantasie lavorative ad un consorzio di artigiani riparatori del legno, falegnami cesellatori in odore di industrializzarsi di lì a qualche mesetto neanche, coi figli che mangiano barattoli di salsicciotti crudi come i tedeschi, e sudano maialescamente col braccio sulla fronte. 
In realtà, in questo fabbricato preindustriale, si facevano dei giocattoli di legno, e delle volte dei burattini proprio ma quasi mai, maggiormente fabbricavamo uno standard, uno stereotipo ligneo del pinocchio snodabile (a cui delle volte il capoGeppetto ci diceva di appiccicare una testa, a forma di pallone bianco e nero come andava 'na volta). Le sue p arti, forate all'interno, venivano inanellate e cucite da un fil di spago che si allungava da un gomitolo infinito, tanto che il Pinocchio uscente non era diverso da una collana di perle di bigiotteria...

Nel paese dove andavo a prestare queste energie fantasiose, e dove incollavo tronchi arti culi di pinocchi e altre cose di falegnameria fantasmagorica del genere, era un paese tutti falegnami, tutti mobilifici, tutti capannoni operanti, tutti occupati sopra questo ramoscello dell'industria pesante...  chi montava cucine intere, chi piallava tavoli, chi cuciva pinocchi, chi c'aveva i pidocchi... questo paese è un paese strano che chi lo guarda da fuori pò pensà che è un paese di reduci di guerra, o di sfollati, invece è un paese di reduci della pressa e delle seghe circolari o a nastro, che pascolano per le viuzze e si incontrano in piazza dal barbiere... 
I falegnami, di quel paesino di provincia eterna e deteriore, specie se sono vecchi come Geppetti e hanno già dato, si scheggiano, continuamente, o si sono scheggiati con abbondanza, come il legno che tagliano in due colle seghe meccaniche, e girano tutti in paese con dita affettate come prosciutti... mezze dita, dita scalfite, altre mozzate, altri mutilati puri, da invalidità inps... perché quando tagli i pannelli, le cataste o i cuboni, può darsi che tiri via tutto. 

In quel paese c'erano e ci sono, ma sono visti malissimo perché sono poveri e scuri di pelle, ci sono i morti di rame, cioè gli zingari, come si costuma chiamarli oggi: gli gipsy, che loro sì che lo sapevano lavorare il rame meglio di come io mantrugiavo i pinocchi, ma oggi morto il rame, morte le giostre, quindi pure loro non se la passano tanto bene... gli zingari che poveracci sono ghettizzati e poi ci si lamenta se sorge un po', sempre sotto la norma, di malvivenza lì da loro, mi chiedo se qualcuno perbene ci si sia frammischiato alla luce del sole, che non fosse solo per commissionare uno spaccio o un pestaggio a domicilio... o qualche giro di usura... e poi sbatterli in galera chissèvistosèvisto. 
 
Era un paese per il giorno, questo dei falegnami, un paese per il giorno di lavoro... non per dormitorio, a meno che non ci fossero gli straodinari in nero la notte, ma coi turni a ruota.
A dormire il più delle volte ognuno tornava al paese suo.
Io in verità vi dico non è che fossi un apprendista falegname o un tirocinante, ero lì non so manco io perché, inabile come non mai, già l'ho detto, mantrugiavo con questi fili e pezzi... probabilmente perché avevo venduto pure io l'abecedario, e ora mi toccava... "faccio lo stage", dicevo, se mi chiedevano, per scucire una risatella... che poi se voi lo pronunciate all'inglese, sta parola francese stage, diventa steig, come lo pronunciano tutti, allora significa "palcoscenico"... e per fare un palcoscenico ci vuole un falegname, strutturalista, mica uno stagista, da ridere.


***


Mentre tornavo al paese mio che è di lì a poco, verso prima di cena, un giorno, mi capitò di fermare la macchina ad un semaforo rosso ché la dritta via era temporanemante bloccata, dal codice stradale, e mi misi a fare il malinconio davanti al volante, e a giocarlo con delle spinte su e giù... oppure non feci niente perché ero uno straccio di fantasista e non volevo agitarmi sennò sporcavo la moquette della macchina e il cruscotto di segatura... o forse piuttosto giocavo colla frizione e l'acceleratore a tenere la macchina in bilico equilibrista, in stasi, ma questo non interessa nessuno.
All'improvviso, il troncone nostro di auto era fermo, appeso al rosso, come un calendario al muracciolo, quando 'na signora colla panda fiat arriva da dietro a me che ero diciamo al terzo posto, rispetto al semaforo, la signora pigia l'acceleratore sgommazzando e passa lo stesso, senza fare il rosso. 
Ovviamente, perché la vita è na merda, tra quelli che c'avevano il verde dall'altra parte, attraversa l'incrocio un ragazzo in moto, e la panda lo schiffa sotto in pieno, come si tirano i cani che si sente un strascico di lamento ooouuu. 
Io lì per lì, mi conoscevo già, mi scoppia un petardo di sangue dentro al petto, e quasi tutti lì si apre come minimo la sportelliera e mettiamo un piede fuori, un piede in fallo, e guardiamo. Pietrificati.
Senza credere ai nostri occhi, si vede subito che il ragazzo "toh s'è rialzato, menomale" si alza da terra e rivolto alla signora dice "sta puttana! sta puttana!", però poi quando si sfila il casco casca a terra e ciao... a me che stavo sempre co' tanti pinocchi mi sembrava na buscìa quello che accadeva... ma il motociclista era vero si affusolò giù come una palla di gelato, come uno sparato alle gambe. E non sortì più.

Sento uno, un signore che sembra un aglio per via che confluisce tutto verso la sua pancia, che dice "L'ha fatto..." che dalle parti mie vole dire che "L'ha fatto morto" "l'hammazzato".

A quel punto bisogna fare da testimonio, anche perché avevamo assistito tutti (forse eravamo in sette) a una pirateria stradale piena, e c'era uno, un policeman che passava come passano i baciapile di chiesa, a messa, col cestino delle offerte, ma lui per raccogliere gli "accaldo", cioè testi orali di testimonianza che raccontano a stomaco aperto, sul fil del rasoio, appena subito dopo la tragedia, chi è il colpevole massimo (perché la storia non è mai possibile che la colpa è solo di uno, ma è sempre colpa di una catena umana; almeno per come la vedo io - ma al poliziotto che fa rima con sempliciotto interessava solo l'ultimo anello della catena: il fatto secco in sé per sé).

L'assassinio, cmq, strettamente parlando, l'aveva compiuto una donnona che ora manco piangeva diciamo per isteria come fanno sempre le femmine per una ragione o l'altra o per il mestruo, ma stava lì rincuorata dal vero personaggio spurio di questa vicenda scabrosa: il marito subito accorso. La donna, sembrava una matta. Una di quelle donne che non è difficile immaginarsi bollire una gallina senza pelarla dentro una pignatta... coi capelli in aria, fumanti. La donna aveva un basso grigio morto, delle scarpe di vernice, un maglione bianco - non me lo posso scordare mai - con delle chiazze di sugo e olio, perché faceva - questo non me lo ricordo mai, invece - non so più se la cuoca o la inserviente di una mensa per i bambini di un asilo. Aveva, bisogna dirlo a sua discolpa, una faccia strozzata, come se l'avessero strozzata e non respirava più. La strozzatura, secondo me, era quella specie di marito che guardava tutti i deponenti testimoni con occhi di can battuto. Era un uomo in giacca e pantaloni di vestito, senza cravatta, un po' spiegazzato, di un colore ceruleo, colla sigaretta, una dopo l'altra sempre più veloci, e i baffi, pochi peli avviati, in verità, come alla Hitler, e come costuma da queste mie parti, poco sopra il labbro superiore, come na schiumetta di cappuccino seccata sul labbro superiore. Sembrava un armigero italico, con poco coraggio e tanto livore. E somigliava di brutto a uno famoso, non so se del cinema o della televisione, forse del cinema per la gravità del portamento, o forse a un personaggio letterario... ma non riuscivo a radiografarlo bene, nonostante io sia sempre stato un grande fisionomista o uno che c'azzecca colle fisionomie.

Io svuotai subito lo stomaco col policemano, dicendogli per filo e per segno la dinamica del sinistro. E quello scrisse, disse che questo, e quell'altro, e le deposizioni ufficiali si faranno tot, e la dovrà venire in tribunale prima o poi, la manderemo a chiamere e piripicchio e piripocchio.

C'era, come avete capito, un sapore di sangue da mettere i brividi quella sera.
Uno, tra i testimoni, disse "marascià, ma il ragazzo com' si chiam?" e invece di rispondere il marasciallo assiso su una pietra stradale romana, rispose una amica parente del morto, non so, che affettuosamente disse "Melone, si chiamava Melone"... che mi ricordò lì per lì una cosa curiosa che n'amico mio lo chiamavano da quando era piccolo "cipolla" sempre per via della testa con quella forma lì.

Dalle parti nostre, quando c'è morti sull'asfalto, quando s'è fatto un morto per strada, c'è sempre qualcuno che con spirito dice che la strada ne vuole altri (che ne so), facciamo, nove altri morti per satollarsi, che la strada c'ha preso gusto a mangiare i ragazzi, e leggende di questo tenore mortorio.
Per me invece, da quella sera, iniziarono le chiamate del marito della matta che mi si mise su una punta di cuore per cercare di farmi ritrattare me come testimonio di quello che avevo detto accaldo. Aveva avuto il mio numero da amicizie traverse e probabilmente da parenti... non saprei bene come. Ma tant'è che fu.
"Signor... io ho detto quello che ho visto"
"Mia moglie così va in galera... i bambini come faccio... io sto condannato!..."
"Signore, io la notte vorrei dormire... capisce? se dico che il semaforo era verde, capisce?... io non lo posso dire... eppoi ci stanno altri, sei persone che dicono uguale, su..."
"Ma quanto vuoi? Cinque migglion? dieci? quant'e vù? io ti pago! a rate!"
E io No. No. No.
Lo so che dire la verità in questi casi è la cosa più facile... non è gratis, ma è facile... dici la verità e stai apposto... mentre quelli mo se la vedevano brutta veramente... Melone era morto, gli serviva giustiziare la cuoca dell'asilo? Alla famiglia, si dirà... ma, e ma, ma ma...
Insomma questo tipo dal vestito ceruleo, si presentò una volta anche a casa, collo stesso vestito ceruelo, ma stirato... senzabaffi... con delle occhiaie fino ai piedi... La moglie, mi dice, se la passa male, l'hanno tolta dalla cucina... l'hanno strappata ai suoi adorati bambini.
Anche qui, sempre sulla punta di cuore, le nostre conversazioni, le sue lagne - che erano legittimamente dei tentativi di corruzione allo stato brado, come quel pascolante del marito, colla faccia gialla e il vestito grigio, tanto che delle volte quando veniva mia madre diceva "arrivenut lù faccia giall..." ah. Ho capito.
L'uomo era un tenace, ma insultava come una belva.
Quando capì che sarei stato irremovibile, e che avevo una coscienza civile che mi impediva di ragionare - forse per gioventù - fuori dal codice penale attivo, cominciò a lanciarmi ogni tipo di maledizione... "che ti pozza venire un cancro bastardo!, un tumore un infarto un ctus una morte peggio di Melone che ha messo sotto moglime!"... ecc... Roba che pure io che ero no superstizioso, cominciai a temere forme divinatorie di malocchio...
Così delle volte veniva a casa una signora del rione che mi faceva riti di scongiuro. Mi tranquillavo. 


Alle udienze per testimoniare (una alla fine) ci andai... fuori dall'aula tutti gli altri testimoni che si lamentavano che la giornata di lavoro non gliela ridava nessuno che quelli erano soldi e che lo Stato così andava a rotoli... ecc.. io pure mi presi mezzo giorno libero da pinocchio e mi dovetti comperare una giacca almeno per non mettere sempre quella che ero andato al matrimonio di mia cugina collo stangone americano, e variare un po', arieggiare il guardaroba che ormai puzzava di pinocchi e polverina di legno... prensilmente mi presi una cosa come sempre per me sobria che ci facevo la maffia ma con eleganza senza dare nell'occhio come i fighetti o i tamarroni.
Al pro cesso provarono a mettermi in difficoltà soprattutto per l'emozione e per il tono di voce, che siccome mi vergognavo, ne usciva fuori un tocchettino fioco, un fiottino, di vocali... ma alla fine carta canta, scelsi la strada del legale, ridissi paro paro la testimonianza, coll'avvocato dell'accusa che diceva "ma già era emerso dalla deposizione subitanea dopo i fatti"...
Il signore marito guardava tutti con occhi che sembravano dei bicchieri d'acqua bevuti, non c'era più niente, negli occhi. Non ci parlava.
Si scoprì, strada facendo, che quella signora cuoca girava senza revisione alla macchina e colla patente scaduta da na vita... insomma ci andava a nozze a farsi stritolare dalla scienza burocatica punitiva. C'aveva le carte regolari. 

Una volta fuori, il testimonio a forma d'aglio, per la pancia, era allegro, ormai eravamo lì noi, un pugno di testimoni, disse ammiccante, per invitare: "n'aperitivino?" ma nessuno gli rispose... "nu caffè?"... visto che nessuno gli diceva ok, mi ci stavo a rimanere male io per lui, lo accompagnai e ci bevemmo sto benedetto caffè colle tazzine tutte sporche del tribunale... e lui che riferendosi al fattaccio della pirateria stradale diceva "eh purtroppo... questo è. Questo è la vita!".

Io avevo capito già da prima di quell'esperienza che gli appetiti si aguzzano vicino alle tragedie. Na fetenzia.
Poi gli venne sta curiosità, all'aglietto, e mi diceva "ma comè che avev dett là ragazza che si facev chiamà Fabio?" (che è il motociclista ucciso).... "era ditto nu nom tant curioso"...
"Melone", dissi io.
"Ah, è vero, Melone!"
Melon s'ha mort. 


***
 
Qualche tempo fa poi che non ci pensavo più ho parlato con una parente mia che ha un chiosco di fiori equidistante dal cimitero e dall'ospedale, in uno spiazzo che sembra un mercato coperto, e sta parente mia smercia florilegi per i morti e per i nati (più morti che nati dice perché hanno chiuso la ginecologia, il reparto)... o anche addobbi del prenatal... sta parente mi dice "ma lo sai chi è venuto da me ai fiori oggi?" "Chi?" "Quello là, il marito di quella signora che mise sotto quel ragazzo... che lo fece a cenci di gatta" "eh ho capito..." "non sapeva che eri mio cuggino, no?, allora ha cominciato te ne ha dette di tutti i colori... che non l'hai aiutato, che non hai detto la verità... che pozza morire folgorato mo mo mo, come lo zio! e cose così... poi gli ho detto Senta'mpò quello è mio cugino... ha detto quello che ha visto..."... ecc... 
Allora io gli ho detto:
"Vabbene vabbene ma secondo te quello, somiglia a qualcuno di famoso... ma non riesco a capire... da mo che ci penso..."
"mbò, ma sarà per quel vestito grigio... che s'assomiglia a Gigi Proietti?"
"no non mi pare Gigi Proietti..."
"Fa schif comunque"
"Vabbè su io quello lo capisco alla fine"
"ma che capisci e capisci... quella è gente d' merda, è gente pericolosa... che li buttassero a mare a lui co' tutta la moglie..."
"mbò, per me non è proprio proprio così... è uno che si difende come può, alla fine... che deve fa'? s'ammazza? c'ha pure i figli piccoli"


Certo, era meglio il mo(n)do di Pinocchio... forse, anzi, somigliava proprio a Pinocchio, quel signore... e l'ho scoperto solo una manciata di minuti fa. 









Commenti

  1. Questo è in assoluto il pezzo più bello che hai scritto (di quelli che ho letto qua sopra almeno, poi non lo so mica cosa tieni nel cassetto, secondo me un sacco di roba buona).
    Tragico e comico insieme, con un sapore unico.
    L'ho letto proprio con gusto.
    Bellissima anche l'immagine che hai messo, ho visto che è di un illustratore messicano.

    RispondiElimina
  2. Grazie Biancaneve.
    Anche io penso che sia il migliore racconto pubblicato, per quanto io non sia un grande lettore del mio.

    L'immagine è effettivamente ganza, e calza bene sulla storia... è molto bella.

    grazie ancora,
    ciao

    RispondiElimina
  3. Bellissimo, Dinamo. Purtroppo le sfumature della parlata marchigiana non riesco tanto a immaginarle ... mi viene in mente più una specie di pugliese. Mi perdo qualcosa. Comunque è veramente bello. Bravo.

    RispondiElimina
  4. Grazie Massimo.
    Irrealtà non è marchisciano, o marchese che dir si voglia.
    è una lingua di confine, una lingua per sua natura spuria, ovvero una sorta di pidgin marchigiano-abruzzese.
    Quindi è ancora più difficile immaginarselo... ma riesce bene perché miscuglia la durezza cantilenata di alcune parole abruzzesi con le umoristiche sonorità maschisciane.
    comunque, puoi immaginarlo anche pugliese, che m'è simpatico, va bene uguale.
    Grazie dell'apprezzamento, davvero.
    ciao

    RispondiElimina
  5. http://www.youtube.com/watch?v=L7uPoICTB0I

    ilMattargliato., "ci avete martagliati* di bottiglie" :P

    TLandolfi mi chiede di chiederti [in estremata sintesi]: neologismo o vernacolo?

    RispondiElimina
  6. E' un'invenzione linguistica del bresidente, Matt, (sul quale non mi carpirai mezza parola). Penso però che un poeta dello sport di questo calibro non si trova facile, ci vorrebbe rispetto... non si martagliano così i poeti... il processo di Biscardi è finito!

    ps: Landolfi è irrintracciabile, mi dice la moglie durante le ultime lezioni di ubiquità temporale (e pioggia) che sta sempre davanti al computer a fare poker online... gli s'è squagliata la credit card...

    RispondiElimina
  7. Dina, grazie!
    Cmq, sto diluviando martagliati a destro e a mancini, a falcate e martagliate tempesterò la repubblica delle letterine e un pajo di zitelle, conquistandole. Olé. respect!

    ilMatt., aggiornamento status: PicoLandoPicolando08 sè appena giocato una quaglia!

    RispondiElimina

Posta un commento