Le ragazze con il grilletto facile



Questa estate passava spesso alla radio una canzone di due famosi cantanti ribelli milanesi; ad un certo punto la canzone dice "le ragazze con il grilletto facile", una frase che a me appare stupefacente perché è come se volesse dire che è pieno così di ragazze che girano con la pistola e la usano regolarmente e mi chiedevo mentre passava questa canzone alla radio o in spiaggia, ma può essere che ce ne stanno così tante di ragazze fatta a quella maniera e io non ne ho mai conosciuta una? Ma sono proprio sfortunato! 
Forse all'estero, pensavo, per consolarmi. All'estero ce ne saranno di più. 

Poi guardando la libreria ho capito: era una citazione letteraria!



Un paio di ragazze così le troviamo nella bottega del Landolfi stesso che sia nella BIERE DU PECHEUR sia in uno dei racconti finali del Diario perpetuo, ci parla di donne che al culmine di una scenata di gelosia si ritrovano a puntare contro il narratore pistoline e rivoltelle: 
(da In fiacchere - Diario perpetuo) 



Rincasavo fischiettando tra i denti, quando mi si parò davanti una personcina di mia conoscenza, che, mi fosse stato possibile, avrei di gran cuore evitata: in breve, una donnina bruna, minuta e focosa alquanto o rabbiosetta di carattere, nei cui confronti, per maggior disgrazia, mi sentivo vagamente in colpa. Non più che vagamente, del resto: rammentavo d’averla in qualche modo irritata, ma dove o come mi sarebbe stato difficile ricostruire. A buon conto, la mia era pur sempre cattiva coscienza.« Buonasera » esordì in tono acido.« Eh? Ah, buonasera, buonasera ».Mi aveva piantato addosso i fierissimi occhini; riprese:« Non mi porti a fare una girata? ». E, accortasi che tentennavo: « Cos’è, troppo tardi forse? La settimana passata la pensavi diversamente ».« Ma no, figùrati... con piacere ».«E monta! » disse sordamente, spingendomi verso il fiacchere all’angolo.A me non rimase che fare copertamente i conti di cassa, ovvero accertare che non avevo un picciolo ma avevo in compenso il fido portasigarette. Montai.« Chiudi » ingiunse lei, una volta dentro e movendo già il fiacchere per una delle solite corse senza meta.« Cosa? » domandai candidamente.« Le tendine, grullo ».Ecco, ora veramente eravamo in camera charitatis: l’uno in balia dell’altro, o meglio l’uno in balia dell’altra. S’era girata tutta dalla mia parte e badava solo a squadrarmi, ignorando i miei pietosi tentativi d’avviare una conversazione. Non però che la sua generale attitudine non tradisse una violenta agitazione dell’animo: poniamo, di continuo apriva e chiudeva la borsetta, raspandovi furiosamente e tratto tratto cavandone oggettucci che ributtava lì con disgusto... Fu anzi durante tali irriflessi maneggi che il mio disagio raggiunse il colmo; sulle cianfrusaglie contenute in codesta borsetta, dico, vidi a un certo punto affiorare, prima d’essere ritravolto nel profondo, un piccolo manico di madreperla. Manico, o impugnatura, inequivocabile, appartenente cioè a uno di quei piatti e leggiadri gingilli, non per tanto meno pericolosi, allora di moda: intendo pistole, ancorché di proporzioni ridotte.Ma dunque rischiavo addirittura la vita? E d’altro canto, cosa avrei dovuto fare? Innanzi tutto calmare la mia bellicosa compagna, d’accordo: come però, se non avevo una chiara idea del mio fallo né delle sue attuali pretese? Non sapevo di dove cominciare, e tacevo; e taceva anche lei.Finalmente si riscosse, e, tra sbuffi di disprezzo ed amari storcimenti di bocca:« Sentiamo, canaglia: Anna? e Giulia? e Giselda? e Paola?... » seguitando con un’intera filza di nomi femminili.La frase in sé non aveva senso comune, ma era ormai facile capire che la poverina mi stava facendo una scenata di gelosia, e da questa nozione partii per le proteste e i dinieghi che la circostanza comportava.Macché, lei non pareva soddisfatta e continuava a bucarmi collo sguardo; indi passò a una nuova ed egualmente folle serie d’inchieste, quali:«E se non è vero che... perché? se non, come mai?... » eccetera.Mi difendevo alla men peggio, ma a poco serviva: la ragazza entrava in sempre maggior furore e aveva perfino abbandonato il tono sarcastico cui, giusto per sostenersi, s’era in principio appigliata. D’un tratto poi la vidi impallidire, da accesa in volto che era; e, tuffando decisamente una manina nella borsetta (in cerca senza dubbio, mi dissi fremendo, dell’arma ivi custodita) :«E adesso, mascalzone, coraggio: giuri tu che... e che... e che...? ».Francamente, non so bene cosa mi chiedesse di giurare: certo di non accompagnarmi mai più nella vita a nessuna delle numerose donne che mi aveva poco innanzi generosamente accreditate. Comunque, giurai tutto: chi, al mio posto, non avrebbe giurato?Così da ultimo, e mi credesse lei o no sincero, si calmò un tantino; le scappò un sorriso, si lasciò baciare la mano; e, quel che conta, mi permise di rimenarla a casa sua e di raggiungere successivamente la mia stanzuccia, dove non fu faccenda da nulla smaltire le emozioni della serata. 
« Buonasera » esordì in tono acido.
« Eh? Ah, buonasera, buonasera ».
Mi aveva piantato addosso i fierissimi occhini; riprese:
« Non mi porti a fare una girata? ». E, accortasi che tentennavo: « Cos’è, troppo tardi forse? La settimana passata la pensavi diversamente ».
« Ma no, figùrati... con piacere ».
«E monta! » disse sordamente, spingendomi verso il fiacchere all’angolo.
A me non rimase che fare copertamente i conti di cassa, ovvero accertare che non avevo un picciolo ma avevo in compenso il fido portasigarette. Montai.
« Chiudi » ingiunse lei, una volta dentro e movendo già il fiacchere per una delle solite corse senza meta.
« Cosa? » domandai candidamente.
« Le tendine, grullo ».
Ecco, ora veramente eravamo in camera charitatis: l’uno in balia dell’altro, o meglio l’uno in balia dell’altra. S’era girata tutta dalla mia parte e badava solo a squadrarmi, ignorando i miei pietosi tentativi d’avviare una conversazione. Non però che la sua generale attitudine non tradisse una violenta agitazione dell’animo: poniamo, di continuo apriva e chiudeva la borsetta, raspandovi furiosamente e tratto tratto cavandone oggettucci che ributtava lì con disgusto... Fu anzi durante tali irriflessi maneggi che il mio disagio raggiunse il colmo; sulle cianfrusaglie contenute in codesta borsetta, dico, vidi a un certo punto affiorare, prima d’essere ritravolto nel profondo, un piccolo manico di madreperla. Manico, o impugnatura, inequivocabile, appartenente cioè a uno di quei piatti e leggiadri gingilli, non per tanto meno pericolosi, allora di moda: intendo pistole, ancorché di proporzioni ridotte.
Ma dunque rischiavo addirittura la vita? E d’altro canto, cosa avrei dovuto fare? Innanzi tutto calmare la mia bellicosa compagna, d’accordo: come però, se non avevo una chiara idea del mio fallo né delle sue attuali pretese? Non sapevo di dove cominciare, e tacevo; e taceva anche lei.
Finalmente si riscosse, e, tra sbuffi di disprezzo ed amari storcimenti di bocca:
« Sentiamo, canaglia: Anna? e Giulia? e Giselda? e Paola?... » seguitando con un’intera filza di nomi femminili.
La frase in sé non aveva senso comune, ma era ormai facile capire che la poverina mi stava facendo una scenata di gelosia, e da questa nozione partii per le proteste e i dinieghi che la circostanza comportava.
Macché, lei non pareva soddisfatta e continuava a bucarmi collo sguardo; indi passò a una nuova ed egualmente folle serie d’inchieste, quali:
«E se non è vero che... perché? se non, come mai?... » eccetera.
Mi difendevo alla men peggio, ma a poco serviva: la ragazza entrava in sempre maggior furore e aveva perfino abbandonato il tono sarcastico cui, giusto per sostenersi, s’era in principio appigliata. D’un tratto poi la vidi impallidire, da accesa in volto che era; e, tuffando decisamente una manina nella borsetta (in cerca senza dubbio, mi dissi fremendo, dell’arma ivi custodita) :
«E adesso, mascalzone, coraggio: giuri tu che... e che... e che...? ».
Francamente, non so bene cosa mi chiedesse di giurare: certo di non accompagnarmi mai più nella vita a nessuna delle numerose donne che mi aveva poco innanzi generosamente accreditate. Comunque, giurai tutto: chi, al mio posto, non avrebbe giurato?
Così da ultimo, e mi credesse lei o no sincero, si calmò un tantino; le scappò un sorriso, si lasciò baciare la mano; e, quel che conta, mi permise di rimenarla a casa sua e di raggiungere successivamente la mia stanzuccia, dove non fu faccenda da nulla smaltire le emozioni della serata.

Per non parlare di Sandro Veronesi che di pistole nel suo bel romanzo La forza del passato ne fa apparire addirittura due, di cui una infilata nella borsetta di una donna insospettabile

Sono colpito. Una donna bellissima col figlio in coma mi fa i complimenti per i miei libri e nello stesso momento mostra di averne scoperto il trucco: un trucco da quattro soldi, che era lì, sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno aveva notato. Perché è vero, io non ho mai inventato nulla, ho solo scopiazzato, ho solo riciclato tutto ciò che mi è piaciuto nella vita. Il rock, Shakespeare, Beckett, i film americani, la psichedelia, Leopardi - per l'appunto -, perfino Pasolini, sono miniere inesauribili per scrivere libri per bambini: anche se lei dice che li traduco, in realtà io li saccheggio. I bambini non se ne possono accorgere, ma io ho scommesso sul fatto che non se ne sarebbero accorti nemmeno gli editori, i recensori, i lettori adulti, e così è stato. Viviamo o no in una società superficiale? Una volta una rivista cattolica mi ha dato un premio per la miglior battuta dell'anno in un libro per l'infanzia: Il diavolo trova lavoro per le mani pigre. E io l'ho preso, cosa dovevo fare?

Mica potevo stargli a spiegare che l'aveva scritta il vecchio Morrissey - Dio lo protegga - e che era un verso di una canzone degli Smiths, riportato pari pari nelle Avventure di Pizzano Pizza.

Poi arriva questa donna, e per lei, invece, è tutto chiaro.

- In effetti sì - ammetto - anche se a sentirselo dire suona un po' come un'accusa di plagio.

- Oh no... - Arrossisce: è una di quelle donne che arrossiscono Il mio era un complimento, non mi permetterei mai...

- Ad ogni modo - cerco di fare un bel sorriso, chissà come mi viene - finora non se n'era mai accorto nessuno. Non che io sappia, almeno.

Perciò, basta che lei non lo scriva, e io potrò continuare a...

- Oh - m'interrompe - ma io l'ho scritto...

Apre la borsetta poggiata sulla sedia accanto a lei, e ne cava un fascio di fogli, che mi porge.

- Ecco qua. E' una sciocchezza, naturalmente, solo che...

Solo che prima che la borsa si richiuda mi par di vederci dentro daccapo - una pistola.

- ...insegnante elementare - sta dicendo - e alla nostra scuola facciamo questo giornalino, alunni e insegnanti insieme. Io scrivo le recensioni dei libri, e ci tenevo a...

Ma che diavolo succede? E' una pistola, l'ho vista benissimo. Non è normale che si trovi lì dentro. O lo è? Da quando in qua la gente va in giro armata? - ...anche se, come vedrà, ho decisamente copiato il suo stile. E questo sì che è plagio...

Arriva il cameriere con il mio caffè, e io lo bevo a piccoli sorsi mentre fingo - fingo - di leggere il giornalino: in realtà cerco solo di farmi una ragione di quella pistola, di farla combinare con questa donna sorprendente, che somiglia a una coppia di attori, e mi smaschera sul giornalino della scuola, e comincia le frasi con un sospiro; e il risultato, di per sé già abbastanza incongruo - mai sospettato che esistessero donne così - di farlo combinare con la ragione del nostro incontro, che non è, maledizione, il segreto della mia cucina letteraria...


Certo, mi si obietterà, nessuna delle due pistole spara, in questi brani. 
E con ciò? 
Mi sembrano entrambe sulla buona strada... 

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