Francesco mi strappa dall'apatico e solo per questo lo ringrazio. Ma oggi c'è un che di più che vi devo raccontare: stamattina stavo dormendo all'ingrosso dopo la solita settimana di m e il fine settimana di m, quando il mio campanello di casa s'è messo a squillare come un pazzo. Ho una paura nera del campanello, non so perché. Ma non era questo il caso: sotto la mia finestra quasi volesse farmi una serenata a colpi di urlacci di richiamo e sassate, il volto in fiamme dalla gioia e al colmo del lacrimevole, stava il piccolo Matteo Lo Tasso, che è un cogno ve lo dico ma è anche il degnissimo figlio del ben più noto (non me ne voglia) Mario, di cui ho qui più volte dato prova della sua maestria poetica.
Matteo, dopo il click del portone d'ingresso, col cuore in gola, è salito le scale quattro a quattro a portarmi questa splendida notizia.
Sì, avete capito bene, il poeta più sconsiderato, ignorato (per scelta sua ma non solo) isolato e insulare, che mai ha avuto una mezza parola di apprezzamento da nessuno per le sue liriche che considerava delle scemenzuole, ecco che viene omaggiato da un grande sito di valore critico e poetico.
Non lo nascondo, anche per me che lo promossi anni fa davanti a questo uditorio, è un piacere enorme, una somma soddissfazzione (come direbbe G. Napolitano), vederlo finalmente riconosciuto e amato da un club più numeroso di quello che formavamo io e il figlio Matteo... (sempre 'sta gogna minoritaria...).
Per questo, ringrazio il Marottone che sempre, mi pare, ha creduto in lui ed oggi lo dimostra come non mai.
Un saluto anche a Mario che dovunque egli sia, starà ridendo con il suo indimenticabile sorriso leggero ed emozionale come l'Inesistente.
Il ponte lunare
Fumisteria ad ore, anche a minuti e secondi, streaming aperto full time (c'è la crisi) - si accettano pagamenti in freddura
domenica 12 maggio 2013
mercoledì 1 maggio 2013
Primo maggio
Il primo maggio era
che noi della famiglia operaia
si andava al mare
coi panini, il timballo, il polletto,
la gazzosa
in vetro,
il tè
fatto in casa,
la prima fava…
E ci portavamo dietro l'ombrellone
giallo paglia
che sembrava
pure quello
fatto in casa
e due seggie sdraio
per litigare noi tre figli
Il viaggio non era un viaggione,
perché al mare
a dire il vero
noi
ci abitavamo già
Primo maggio…
Cono stracciatellaepistacchio
giovedì 25 aprile 2013
Camera di Scrittura per Inoperosi
Ieri notte l'ambasciata dei saggi spensierati mi ha invitato a far parte della Camera di Scrittura per Inoperosi, dove si pratica l'inoperosità limitatamente alle sue forme negative, in qualità di copista dell'indiscusso.
Ho accettato.
Ho accettato.
lunedì 22 aprile 2013
Rimanere scemi
Lo so, sembro un vecchio bacucco scemo, che spara gaffes peggio di Lucia Annunziata (che non posso ritenere personaggio a me affine, ma nemmanco mi sta antipatica più di altri, come Travaglio o Sallusti per esempio), comunque volevo dire che c'ha ragione P. che ogni tanto ci incontriamo, con la frequenza piùommeno di quando incontro il grillo parlante della mia coscienza, che P. dice che menomale che lui non è mai stato all'antica, ma alla moderna alla fine, perché se nel 2013 con quello che è successo, che s'è dimesso un Papa, s'è votato ma si è senza governo, e il Presidente della Repubblica italiana è stato reincarnato per la prima volta nella storia, allora a essere all'antica in questi nostri tempi c'è il rischio, dice P., di farsi scoppiare il cuore, dalla modernità. Dal cambiamento.
Io sono legato a P. dai tempi che si faceva insieme le buche, la calce e la gettata industriale, ci si è sempre voluto bene rispettati e scambiati pensieri, e gli dico allora che lo so che sembro scemo da allora a oggi, uno di quegli scemi da legare, ma io quasi quasi mi dispiace che lo faranno un governo adesso che Napolitano s'è reincarnato, non tanto perché è dura vedere quelli di sinistra con quelli di destra (se ne son viste di peggio, veh?), ma perché più che altro mi ero abituato a questo spazio vacante, sbuddo, vuoto come una trattoria la mattina, questo appuntamento giornalistico, questa buca industriale, che oggi, non nego, mi piacerebbe rimanerci ancora dentro questa nostra nullità politica, galleggiare nel nostro purgatorio senza governi e governanti per altri mesi, me ne sentirei, come dire?, sollevato, non sarei insomma, e ufficialmente, l'unico essere inutile sulla faccia dell'Italia, l'unico scemo a piede libero che si incontra per strada assieme a P., a scambiarsi le idee.
Io sono legato a P. dai tempi che si faceva insieme le buche, la calce e la gettata industriale, ci si è sempre voluto bene rispettati e scambiati pensieri, e gli dico allora che lo so che sembro scemo da allora a oggi, uno di quegli scemi da legare, ma io quasi quasi mi dispiace che lo faranno un governo adesso che Napolitano s'è reincarnato, non tanto perché è dura vedere quelli di sinistra con quelli di destra (se ne son viste di peggio, veh?), ma perché più che altro mi ero abituato a questo spazio vacante, sbuddo, vuoto come una trattoria la mattina, questo appuntamento giornalistico, questa buca industriale, che oggi, non nego, mi piacerebbe rimanerci ancora dentro questa nostra nullità politica, galleggiare nel nostro purgatorio senza governi e governanti per altri mesi, me ne sentirei, come dire?, sollevato, non sarei insomma, e ufficialmente, l'unico essere inutile sulla faccia dell'Italia, l'unico scemo a piede libero che si incontra per strada assieme a P., a scambiarsi le idee.
lunedì 15 aprile 2013
Gianni Celati, la letteratura minore e Joyce
"Passar la vita.
Gennaio 2006. Quello che scriverò sono osservazioni sul modo di passare la vita in un piccolo villaggio africano, piantato nella grande savana che va dagli ultimi quartieri di Dakar al confine settentrionale del Senegal. Vorrei che tutto apparisse meno romanzesco possibile, perché non se ne può più di queste vite da romanzo a cui dovrebbe somigliare anche la nostra. Giorno per giorno passa la vita e basta. "
(Gianni Celati, Passare la vita a Diol Kadd)
In questi due filmati di non grande qualità audiovisiva (qui e qui), Celati presenta la sua traduzione nuova di zecca dell'Ulisse di Joyce, uscita da poco per Einaudi.
Vi consiglio soprattutto di leggere il cappello che Celati ha scritto per questa edizione, notevole per la bellezza stilistica, il profilo sempre tenuto basso da Celati che non ha proprio la voce baritonale da professore e l'acutezza critica delle sue notazioni (si avanza il parallelo tra l'Ulisse e L'uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov). Questa introduzione mi ha ricordato un'altra prefazione scritta da Celati in questi anni ovvero quella per Antonio Delfini, nell'antologia da lui stesso scelta e curata Autore ignoto presenta, altrettanto valida e bella, se non di più, addirittura.
Io da ignorante di tutto e a maggior ragione delle traduzioni dell'Ulisse, non so se la versione di Celati sia meglio o peggio di quelle passate (per dirla tutta, a sentire queste campane qui pare che sia da bocciare), ma credo che l'edizione possa valere il prezzo del biglietto anche solo per le pochissime pagine critiche che fanno da cappello al libro di Joyce. Comprate il cappello!
Celati, per come l'ho intesa io, nel suo ruolo di critico almeno, cerca di guardare all'Ulisse come a un flusso vitale di parole, un fiume di vita che passa e basta, portandosi dietro il mondo, nel suo ritmo musicale e sensuale, senza che si possa capire tutto di quello che si vive, si ascolta, si legge e si incontra (e questo, per Celati, vale per la l'opera in esame come per le cose della vita in generale).
L'Ulisse stesso travalica la categoria del romanzesco ed in questa sua qualità di fare scrittura in musica sopra e con la vita quotidiana che si vive tutti i giorni; in questo suo parlare della vita minima, della vita media (ma non solo), sta anche tutto l'interesse che quel grande spiritello e pensatore del minimo che è Celati gli ha dedicato negli anni.
(Di Celati mi interessano di più i libri di narrativa e quelli di critica letteraria, per quanto concerne il mestiere del tradurre continuo a non capirne niente, ma la versione dell'Ulisse di De Angelis per me, a musica e a pelle, già l'ho detto tante volte, rimane la più significativa tra quelle in circolazione oggi).
sabato 13 aprile 2013
Franco Battiato vuole la moglie piena e la botte ubriaca
Per carattere e (mal)educazione, ho sempre simpatizzato per quei guasconi brutti e ignoranti che sbraitano baccagliano e insultano il televisore acceso sopraffatti dall'impotenza di non poter controbattere ai fotogenici belli e intelligenti che pontificano via cavo.
Di norma pure io lo faccio il bischeraccio brutto e ignorante quando mi capita di sentire qualcosa di storto che passa in
tv; spesso mi capita, a dire il vero, di sentire discorsi stortignaccoli in tv ché tante volte mi so' quasi fatto afferrare per pazzo contro il televisore e la gente che si faceva attorno per separarci, riportare la pace; altre volte sto buono invece, anche se magari ci sarebbe da partire
in quarta a bestemmiare davanti a quel cazzo di elettrodomestico che va "a pieno regime" ma non sto di vena e lascio correre, mi succede anche questo; altre volte (scusate i continui punti e virgola ma li uso come forma di rispetto per voi lettori, se non ci credete leggete il professor Raimo) magari
bestemmio tra i denti, tra me e me, più mogio, me le tengo per il mio palato le bestemmie
ma mi vengono via così a pioggia... altre volte ho lanciato strali di maledizione
che potevano cogliere veramente per quanto erano “icastici”… (i tre punti spero
non siano irriguardosi) altre ancora ho colpito il televisore con il telecomando, come
pazziando a freccette, ma era più mania goliardica che altro; oppure ancora facendomi dappresso l’ho preso a sergozzoni
sul grugno schermato direttamente, mica cotiche.
Ci stanno rapporti complicati a sto mondo, che ci volete fare...
Ci stanno rapporti complicati a sto mondo, che ci volete fare...
L’altro ieri è stata una di queste volte dove
un’escalation di madonne ben colorite, improperi, maledicementi, lancio di
telecomando e manrovesci non sono mancati nella mia fin troppo onorata casa di
matti.
Sono stato fin troppo buono, credo, perché dato l’ignominioso spettacolo, il mio televisore meritava le uova frasciche come una volta fece il bel gioioso Ferrara all’apparire di Benigni che faceva la chiusura del festival di San Remo dal parco dell’Ariston.
Sono stato fin troppo buono, credo, perché dato l’ignominioso spettacolo, il mio televisore meritava le uova frasciche come una volta fece il bel gioioso Ferrara all’apparire di Benigni che faceva la chiusura del festival di San Remo dal parco dell’Ariston.
Dice: perché tanto sconquasso Dinamolo (copy il
Matt, mi sa) nostro, che t’è successo, calmati che ti fa male a lu core?
M’è successo che da Santoro giovedì c’era il grande Battiato, cantante che io non amo molto ma questo non c’entra, c’entra
invece che Battiato s’è messo a fare un po’ il politico da qualche settimana e come tutti
sanno ha dato del “troiaio” al Parlamento, per il quale frizzo di spirito però Crocetta che
giù in Sicilia l’avevasi nominato Assessore al turismo e allo spettacolo (che
ricordo è quell’assessorato che stava “tanto simpatico” a Carmelo Bene e a
Eduardo – e che tempo fa mi sembra stava sul cazzo pure a Battiato stesso)
Crocetta, dicevo, gli ha revocato il mandato e
s’è ripreso l’assessorato. Ognuno cogli assessori e gli assessorati fa quello
che meglio crede, dico io… La storia in questione però mi ha ricordato di un mio amico abbastanza fraterno, sempre
con passo indeciso per il mondo, che quando s’è sposato in chiesa ha nominato una marea di noi amici
come testimoni, elevandoci a testimone uno a uno a turno (ne avrà nominati una quindicina), salvo poi riprendersi o ritrattare l’investitura nel giro di due giorni, fino quasi a far
scoppiare il matrimonio proprio per questo. Alla fine, gli abbiamo consigliato,
per non scontentare nessuno, di farlo fare al fratello ché di sicuro era più legittimo
e neutrale e alla sorella di pari dignità se non di più.
Crocetta è stato più serio, gliel’aveva assegnata sta
carica, Battiato ha fatto lo sboccato, e allora se l’è ripresa. Non fa una
piega come ragionamento. Diciamo che Battiato è stato sciocchino, ha scelto di essere sciocchino a dire quella frase, e Crocetta l'ha tirato via da parte. Apposto, no? Un'a uno e palla al centro.
Battiato invece un po’ se l’è legata al dito e anche l'altra sera da Santoro (con una puntata che si intitolava “Cittadino presidente”)
ci ha tenuto un sacco a farci capire a tutti noi spettatori che non l’ha presa
benissimo questa revoca (scomunica? epurazione?) – questo l’ho capito io a
pelle ma poto sbagliarmi – poi ha aggiunto che secondo lui qualcuno sopra a
Crocetta ha detto a Crocetta di rimuoverlo perché egli Battiato era uno
scomodo… Battià, ma mi facci il piacere! che un cantautore tendenzialmente dedito all'antipolitica qualunquista possa essere scomodo dopo tanti anni di
celebrato cantautorato ci credo poco, anzi ci credo poco e niente, sennò non ce lo
mettevano proprio come assessore, però una cosa bella Battiato l’ha detta l'altrieri e gli vale per questo uno scappellamento (no a destra) cioè che i
politici fanno i ficcanaso insinuatori (nel senso che si insinuano
dappertutto), e sono riusciti a farsi dare un po’ per volta le chiavi di tutte le botteghe
del mondo che contano, tanto da scegliere, per dire una, essi stessi gli artisti da mettere a capo di
questo o quel teatro, questo o quel finanziamento, questo o quel progetto
artistico di Stato… diceva Battiato: ma perché un politico dovrebbe decidere le umane sorti di un direttore artistico quando sono cazzi che non gli competono per niente?
Codesto son d’accordo, Battiato, perfettamente d’accordo con te, ma allo stesso tempo, mi chiedo, perché tu che sei un artista e pure considerato bravo che quando parli di politica dici le stesse banalità che si sentono per strada e sui tg o sugli editoriali di Casaleggio dovresti fare l’assessore al turismo e allo spettacolo? (parentesi: non sarà un caso che non lo fai più mi sa): cioè che te ne frega a te di fare politica?
Codesto son d’accordo, Battiato, perfettamente d’accordo con te, ma allo stesso tempo, mi chiedo, perché tu che sei un artista e pure considerato bravo che quando parli di politica dici le stesse banalità che si sentono per strada e sui tg o sugli editoriali di Casaleggio dovresti fare l’assessore al turismo e allo spettacolo? (parentesi: non sarà un caso che non lo fai più mi sa): cioè che te ne frega a te di fare politica?
Mbù.
Ma il massimo massimo Battiato l’ha raggiunto, e qui
mi sono ribaltato dalla rabbia, son venuto giù dal nervoso come una grandine cattiva,
quando alla fine della puntata ha motteggiato in latino che l’omo è artefice del suo destino, che tutti gli esseri umani nascono con le stesse
possibilità, quindi se uno è cretino è perché ha scelto di essere cretino, se è
un assassino è perché ha scelto di essere assassino, allora sei un assassino!
ha gridato. Vi invito a vedere il video che allego di seguito dall’orario 2:10:00 e giù di là…
Insomma a me questo pensierino da umanesimo riscaldato sembra provenire, detta oggi, dalle più becere retoriche destroidi che possano
circolare (allora pure a Crecetta dico a Crocè ma ti pare di sinistra uno che dice ste cose?), quella retorica tanto pe' capisse che riduce la propria posizione sociale e la propria felicità di consumatore al merito della
persona senza tenere affatto in conto le condizioni di partenza e di rango, le situazioni
socio-economiche che si hanno alle spalle ecc. Questo pensieruccio sciocco di Battiato (che per altro ha
una insopportabile concezione elitario-formalistica dell’arte e una visione politica che definire qualunquistico spirituale è poco) si lega al
concetto di matrice capitalistica e neo-liberista che se non ce la fai è
esclusivamente colpa tua, che se non sei colto e intelligente e brillante è colpa tua, che se chiedi la carità alla stazione è perché sei un
fallito tu che non hai voglia di lavorare e migliorarti; fa passare il
messaggio che chi ha di più in termini economici e culturali è la razza superiore in questo mondo di merda…
e la cosa mi fa incazzare il doppio, perché se lo dice uno str…atega come
Berlusconi me l’aspetto ma se lo dice uno che l’arte di su l’arte di giù, gli
artisti di qua e gli artisti di là, le vette dello spirito e lo spirito delle vette… allora mbè chi vi ci manda non c’ha tutti i
torti veramente…
mercoledì 10 aprile 2013
LO TASSO FOREVER IN “AMORE LETTERARIO D'APPENDICE”
(Un amore di Lo Tasso - disincatenamento)
Del tuo pallino di fare il solitario
Oggi
Non saprei che farmene
Della tua vena autolesionista
Lo ammetto
Ancora mi piace
Pensarti nel tuo lento
Letto di suicidio
Ma
In definitiva
Quello che ci legava
Era il tuo fiato randagio
La tua barca assonnata
Il tuo carico pallido di lagrime
Persi questi talenti con la tua dipartita
Annegato il tuo fare il solitario suicida
Perché dovresti mancarmi anche dopo morta quando
So perfettamente che non potrai mai più tornare
In quanto sei morta?
Perché doverei tenderti, se potessi, la nervosa mano
per farti
Tornare dall’aldilà all’aldiqua come tirandoti su dacché sei caduta,
magari in fondo ad un pozzo estremo
al tuo ghetto di morte?
Perché dovrei allungarti un barlume di bastone
mentre scendi
Incautamente
i gradini delle scale?
Scale su scale,
moglie amata,
una montagna di scale
come una montagna di sedie
da bruciare
in piazza.
come una montagna di sedie
da bruciare
in piazza.
Il meglio è andato,
il pendolo suona un rintocco di cenetta,
il meglio è andato, vecchia amata,
oggi ho dalla mia la badante rumena
e la devozione dei miei parenti prossimi
vivo aspettando la pensione
e ho molto riguardo per la mia libertà
che è il bene più profondo che ho
dopo averti lasciata in balia della costipazione celeste,
dei messi paradisiaci… delle messe infernali…
ti ho lasciata nel catafalco che pesavi un quintale,
profumavi di gesso di lavagna,
ti trovo oggi in una scheggia di muro
incarnata in una fantasia di farfalla
brava
fai progressi
ama anche tu,
lassù,
chi vuoi…
ama più che puoi!
ama più che puoi!
dove sta scritto che l’amore debba durare
in tutti i gironi,
in tutti i meandri
per tutte le vite?
anche la mia attuale amata
la badante
trova opportuno come me
la badante
trova opportuno come me
che ognuno
si tenga
i suoi
spazi
ovunque
esso
sia....
e io sto spesso solo
ma felice
con questo nuovo amore letterario
d'appendice...
e io sto spesso solo
ma felice
con questo nuovo amore letterario
d'appendice...
venerdì 29 marzo 2013
Guerino e il treno della realtà
A conoscere Guerino ci ho guadagnato una storia cruda e bruta che mi metterò a raccontare al posto suo solo perché, dice, non gli piace per gnente di scrivere storie di malapoesia, e non è mai riuscito a starsene fermo e buono con una penna in mano (se sapesse che c'è gente che ci va a scuola per imparare a stare con le penne in mano... che poi anche a scuola scuola quello che ti insegnano alla fine non è solo quello di starsene fermi, da parte, e non rompere le palle?...).
Prima della massiccia invasione dei mezzi di comunicazione di massa (che costrutto orrendo!), nel tempo cioè che i villaggi non erano globali come oggi, ma semmai erano solo villaggi di case tanto piccolette e sgarrupate da entrare nella testa di un povero illuso come me (o come, nel senso buono, di Guerino), in quel tempo le notizie mondiali o nazionali in paese arrivavano con una lentezza mostruosa, e spesso non prendevano manco la corriera o il treno per arrivare il pomeriggio o il giorno dopo, arrivavano, se arrivavano, colle nuvole, o, c'è da dire, cogli sguardi della gente. Giornali se ne smerciavano pochi, le tv erano mosche bianche... si sapevano un sacco di cose insomma.
Guerino, in questo stadio abbastanza brado della comunicazione di massa, se la spassava alla grossa, avendo capito, nonostante la terza elementare (ché allora quelle erano i titoli scolastici giù da me, che c'è stato il feudalesimo socio-gutturale fino agli anni ottanta e più), anzi proprio perché forte della terza elementare, beato lui, aveva capito, Guerino, che per confezionare una realtà qualsivoglia non c'era da fare tante storie e problemi di su e di giù, bastava impastare con le mani una balla di quattro parole semplici semplici e farla girare come nel gioco del torello, giocando colle sponde dei muri del paese.
Così, egli, essendo di mente larga e fantasia burlona, la mattina, quando si levava di buzzo buono e gli veniva il guizzo nella testa, si inventava una notizia, mettiamo che si era dimesso il Papa (tanto per dirne una, ma poteva essere anche che ne so il lancio della statuetta del Duomo sulla faccia di un tycoon a capo della comunicazione di Stato), e seduto su una panchina della piazza la diceva a tizio e caio, mettendo in moto il treno della realtà, o la macchina del fango, scegliete voi. Dopodiche, spariva dietro il suo passo oscuro, s'andava a fà 'na camminata jò ball'ammonte, ma sempre rimanendosene nei paraggi come un vecchio gufo. Il suo gusto personale, nello scherzo, consisteva nel cronometrare la velocità di ritorno della notizia, ovvero quanto tempo ci metteva la novella partorita di sana pianta dalla sua testa la mattina e passata di bocca in bocca, alla maniera della freccia deandreiana, a tornargli alle orecchie. Insomma, a Guerino gli dava gusto appurare quanti giri fa una boccia.
Da come mi ha riferito, e dai suoi magni strumenti di cui era a disposizione, Guerino ne stilò a mente, nel tempo, una statistica abbastanza solida, credo io, nella quale veniva stabilito quanto segue: una novella minore, cioè di argomento meno di interesse comune, girava al ritmo di una giornata lavorativa/(barra!) due giornate lavorative piene, con una copertura paesana del 40% lordo. Una novella maggioritaria come la statuetta nel muso di Berluscone, per dire sempre eh, viaggiava ad una velocità di boccia doppia, ossia che il dardo scoccato in mattinata arrivava a infilare quasi tutte le orecchie, anche quelle dei maestri della scuola, e tornava alle orecchie di Guerino nel giro di 5/6 ore lavorative, esentasse comunque. La domenica, quando la sua fantasia, pare, fosse un po' obnubilata dall'angoscia irradiata dal giorno di festa comandata, una notizia poteva sì fare il giro del paese in poche ore, ma spesso rimaneva prigioniera dei copiosi pranzi domenicali, quindi rimaneva intrappolata e imbottigliata nelle quattro soffocanti pareti domestiche (ché la casa si sa nasconde ruba e violenta), con non troppissime capacità di tornare ai timpani di Guerino che comunque faceva la cecè per tutto il tempo nei quattro angoli della piazza. Sovente, il passeggio domenicale per la rua del corso, poteva regalare una propagazione massima, amplificata dai decibel del calpestio e del cicaleccio paesani, ivi compreso il lecchìo lecchìo del gelato, quindi diciamolo la domenica, ragazzi, statisticamente, sfuggiva alle statistiche, era un terno al lotto.
La cosa bella delle novelle di Guerino era poi che erano in squisita lingua dialetta, et idioletta... col passare degli anni questa cosa si è affievolita fino a scomparire (le tv sono entrate nelle case, i pc, internette, le dirette streaming... i quali hanno ammazzato un po' la fantasia, facendo per altro non lievitare la verità, ma la menzogna), giacché la nobiltà d'animo di Guerino non gli ha mai permesso di spadellare gossip di paese, ovverosia calunnie alla fine, per farle circolare come negli anni addietro aveva fatto girovagare per l'aere tutta le novelle ufficiali di tenore mondiale e nazionale.
Mi sa che Guerino non s'è mai comprato la tv, ma delle volte passeggiando per il paese e tirando l'occhio dentro le finestre delle case oppure guardando le vetrine dei negozi di elettrodomestici, ha visto più o meno come funzionano, allora ha pensato che lui è stato per quella cittadina (che ne è sempre rimasta all'oscuro) come il direttore di un telegiornale, il direttore di un oralogiornale di fantasia, e finché è durata è stata una gran pacchia.
Mo si diverte di meno, Guerino, dopo l'invasione dei media, ma si diverte lo stesso, basta, dice lui, rinnovarsi quel filino poco per campare contenti.
sabato 23 marzo 2013
Lo scrittore abolito
Una mattina, uno scrittore di storie e lingue provinciali si svegliò verso le sette perché doveva accompagnare qualche vetusto famiglio a fare una visita specialistica di cui si perdeva nel brodo dei ricordi il giorno che l'avevano prenotata insieme per telefono direttamente al c.u.p. del capoluogo. Cup è termine ambiguo a dire il vero che faceva tornare in mente allo scrittore svogliato e imbolsito di provincia che così si diceva da giovani (cup) quando si voleva marinare la scuola o gli impegni gravosi della vita. C'era chi aveva avanzato che Cup fosse in realtà un acronimo (quindi c.u.p come all'ospedale proprio, anche se la gente non diceva che andava al c.u.p a prenotare le visite ma che andava a lu tiket) l'acronimo che vorrebbe dire compagni uniamoci partiamo detto che serviva per marinare la vita. Mah, difficile risalire all'etimologia del termine e di per sé, si disse il buon uomo, era un fatto comunque di per sé altamente secondario, anche se come disertore di impegni lui era sempre stato un campione d'abruzzi e molise.
Era presto, lo scrittore sfaticato riarrotolò l'avvolgibile della serranda e scrutò di fuori un'aria spessa e calda, sicuramente irrespirabile con un sole che spaccava le pietre... hihhhh.
Per tutta risposta e con somma irriguardosità per la sua sanità fisica, si ficcò una sigaretta in bocca e cominciò a poppare a pieni polmoni già prima di prendere la colazione e si diresse in babbucce fino alla cucina confinante. Mentre tramestava con lo stipetto delle provviste e il gas, vide che c'era alla televisione la7 uno di quei parlamenti di politica dove sono invitati tanti giornalisti che ciangottano invano ma lo fanno con grande impegno e ciò è molto tenero, alla fine. Un tempo aveva trovato simpatica quella compagnia, anche oggi di tanto in tanto ne traeva scorciato godimento, ma ormai dopo essersi rotto il collo finanziariamente parlando tante volte, la cosa che ora lo attizzava di più verso la tv era quel dono, quella malagrazia felina diciamo che la tv sa dare agli spettatori cioè di riempire di rumorini il sottobosco sempre più vuoto d'affetti della casa.
Pronta la colazione, dispose tutto secondo il suo gusto sul tavolo e gli si mise davanti a questa colazione come davanti ad una mangiatoia.
Qui avvenne la prima scossa: il telegiornale aggiornò lo scrittore della novità occorsa in Sicilia dove i governanti erano riusciti ad abolire le province. Fu una notizia sconvolgente per il nostro scrittorucolo di poche risorse. Se gli avessero ordinato di magnarsi 'na merda per colazione, l'avrebbe fatto, pur di non sentire questa sciagurata notizia. La prima cosa che pensò fu se i nostri politici anche nazionali dovessero abolire tutte le province, io di che cosa scriverei più?
Domanda in effetti abbastanza sensata.
Uscì fuori a farsi n'altra sigaretta. Sull'aia scorrazzava la sua gallina storica dal nome Minni (come la moglie di Topolino), trovata per una strada campagnola e portata a casa anni fa con l'unico intento di amarla e onorarla (data la sua bellezza gallina) e di averne in cambio solo quelle tre ovette settimanali per farcisi la frittata. Non si sarebbe mai sognato di tirarle il collo come facevano i suoi nonni o di farci il brodo. L'amore disinteressato per i volatili ed il pollame glielo aveva trasmesso il padre che da pargoletto si era innamorato di un tacchino del pollaio paterno con la fine tragica del loro amore che tutti possono facilmente immaginare.
Nonostante la radiosa libertà di cui godeva e di cui saltuariamente si pavoneggiava, anche Minni quella mattina aveva le sue paturnie, ed erano giorni e giorni che non covava. Minni lo ignorò continuando a zampettare in avanti col collo e con l'ignoranza di Minni anche la sua unica occasione di avere qualche consolazione da un proprio simile naufragò miseramente nell'aia.
La moglie dello scrittore, infatti, era uscita prima di lui per recarsi al suo lavoro lontano dalla campagna, in luoghi chiusi e pieni di domande dove si sta seduti.
Chiamò per telefono il padre, era lui il famiglio da visitare, per ricordargli di fare presto ché stava passando a prenderlo per andare all'ospedale a fare la visita specialistica summenzionata... visita che preoccupava tutti per la verità tranne che il padre che non ne capiva quasi più nulla ma annuiva come un reuccio pingue e rimbambito e si fregava le mani indecoroso, scollegandosi dalla realtà.
Il padre confermò la visita, cioè che se ne ricordava ed era già in piedi da diverso tempo e camminava avanti e indietro per il cortiletto ma serenamente.
Quando lo scrittore arrivò dal padre, il padre montato in vocc alla macchina avvertì subito una preoccupazione del figlio, che scambiò per apprensione nei riguardi della sua salute, e gli disse di starsene tranquillo ché lui era tranquillo sapeva che per certe cose c'era una sola strada (e fece colle dita il disegno in aria di una lapide), pensa piuttosto a te, gli disse, che tieni na faccia da morto (al figlio).
Lo scrittore disse "giù in Sicilia hanno abolito le province".
"Han fatt bone" rispose il padre senza capire il dramma del figlio che intanto parcheggiava in seconda fila vicino ad un edicolante per comprare il giornale ed avere un'ulteriore evidenza del dramma della sua carriera ed infine di sé stesso. Il padre vedendolo con il giornale in mano scosse la testa ridacchiando come sempre "tu ti compri sò giornale perché ti dice quello che vuoi sentire, ancora nnò l'hai capito? e fai lo scrittore... bà... che lavoro è poi fa' lo scrittore... tu non hai mai fatto niente in vita tua, manco un'ora di lavoro... per forza c'hai na faccia da morto... tu non c'arrivi agli anni miei". E all'improvviso allo scrittore figlio gli venne in mente Simenon che pure lui la madre non aveva mai capito che lavoro faceva il figlio e pensava che la sua ricchezza fosse frutto di affari illeciti e poco chiari... almeno lui ricco non era, il padre non poteva pensare a male. Pensava solo che era un cojone.
Alla fine anche il giornale diceva lo stesso della tv, strano veramente a dirsi e ripresero la marcia schizzando a tutta birra. Sbucarono davanti all'ospedale, trovarono posto e braccio a braccio si fecero visitare da un esperto di salute degli anziani.
***
Invece lo scatto della tagliola era nell'aria, povero pennaiuolo, e un'altra mattina, (ché le mattine non fatele buone), di non meglio specificato mese, lo scrittore ci lasciò la zampa.
La moglie era tornata lei con il giornale in mano cantandogli in faccia, con noncuranza, la notizia che il parlamento era d'accordo sul togliere le province e che era cosa quasi fatta. Lo scrittore già non si sentiva tanto bene ma quella informazione fu la mazzata sopra la nuca che gli fece sputare l'anima. La moglie là per là non lo notò subito ma poi mirandolo meglio vide che il marito diventava sempre più sbiadito ed opaco e decise di non accimentarlo più di tanto, ché anche gli scrittori hanno le loro giornate storte (pur non facendo un cazzo dalla mattina alla sera).
A quel punto, l'uomo non poteva fare più finta di nulla, negarlo a sé medesimo era impossibile, tanto più che l'accigliamento che la cosa gli arrecava era talmente forte e distruttivo che non si alzava più dal letto per giorni sani entrando di fatto nel tunnel di una depressione.
Un giorno, a legge fatta ed approvata, mentre tutti i ministeri provinciali con annesse propaggini umane e disumane venivano disarmati e smantellati come soldati disertori o prigionieri, lo scrittore, ormai sull'orlo di una crisi di nervi ed allettato e trascurato da settimane, raccolse le sue poche e misere forze e si mise alla scrivania per meccanoscrivere al pc una mail conclusiva di estinzione contrattuale e di sé stesso al suo editore che faceva: "Caro editore X, sentito cosa balla nella testa dei nostri politici? e te ne sei restato così... senza fare niente... e allora che cazzo ce l'hai a fare una casa editrice? che ti avevo detto che avevo le ore contate? ma la provincia non aveva forse dato nella storia tanta letteratura all'editoria? Bene, è la fine. L'abolizione delle province sotterra ogni mia smania, ogni mia legittimità e giustificazione sul territorio letterario e reale (che poi sono la stessa cosa, porco demonio), io caro editore dei miei stivali sono uno scrittore abolito. Sono da rottamare peggio della classe politica. Con la presente lettera ti faccio conclusivamente sapere che mi dimetto da tuo dipendente e mi dimetto dalla letteratura. Addio (è un addio inappellabile). Manda a mia moglie le mie buste paga come al solito in arretrato e taci di noi e della trista situazione in cui versa il nostro mondo, sempre più grande e meno provinciale. Né tuo, né mio, (né) Io".
Non sappiamo se le buste arrivarono mai, però si sa che il giorno che anche la sua provincia fu amministrativamente emendata ed alienata, lo scrittore sparì, letteralmente parlando, non sappiamo se tagliò la corda (magari, a detta della moglie, con una squinzia più giovane - tutte le mogli incarnano la loro vecchiaia in una teen ager di facili costumi che gli porta via il marito) oppure addirittura sparì, vanificato, nel vero senso della parola, volatilizzò, tanto era diventato piccino piccino, un pugnetto di ossa e polvere diceva qualcuno, ma fatto sta che di lui, il nostro più grande scrittore della provincia eterna, un monumento letterario della nostra terra, non s'è saputo più nulla. Si dice anche possa essere andato via per mare o sia naufragato miseramente seguendo la migrazione delle balene o dei tonni...
Tornerà, dicono i vecchi, quando finalmente verrà ridata dignità al nostro distretto accorpato (hanno cambiato il nome ma la sostanza) provinciale... Oppure, dicono i cipressi del bar, non tornerà più... chi ci capisce è bravo veramente.
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