La casa nuda

Leonardo Sciascia
Un mio illustre famigliare, illustre per me, vedendo che io facevo il disgraziato, e partivo alla cazzo di cane per cercare sfortuna, e conscio del mio disvalore (ma anche del mio buoncore) mi disse una volta tanto, per far lusinga: "tu sei fatto così, parti sempre, e qua la casa resta davvero nuda". 
La casa nuda, mi ripromisi, poteva diventare il titolo d'un best seller, una strenna di Natale; quando ne avessi avuto il tempo, bastava to to to scriverci qualche rigo di contorno, pochi muri, qualche finestra, con un architrave così... La metafora mi sembrò come guizzata dalla biro di Leonardo Sciascia. Ovviamente, il titolo non mi servì mai, mancandomi come sempre il giusto rigaggio susseguente. 
Oggi credo che, moria del mondo, moria dell'Intelligenza, queste parole incastrate assieme, morto Sciascia, possano valere per l'Italia e la Sicilia che, a buon diritto, sono case chiuse, ma anche nude, sprovviste come si lamenta di casieri tanto portentosi. 

Leonardo Sciascia incarna ciò che c'è stato di meglio in Italia per tanti tanti decenni. 
Il suo profilo, illuminista e d'una ironia sorniona e bruciante, era sorretto, anzi, era una lingua bellissima e viva come poche eccezioni ce ne sono state. 
In una delle mie traversate italiche, in rotta col solito sfrenato trenino, leggevo, almanaccando alla meglio, Le parrocchie di Regalpietra che sono una delle sue prime cose, il suo primo libro. In una delle cronache su Racalmuto, forse proprio quella dove, ora non ricordo, scherza sul suo tabuto (cassa da morto), Sciascia adopera una parola che lì lì mi emozionò, ed ancora funziona come leva emotiva, giacché io mi emoziono colle parole, ed era Disamistade. Memore deandreiano, non occorreva nessun vocabolario, in quanto la parola è un regionalismo sardo, vuole dire per estensione "faida", "lotta tra famiglie" e che il sensibile linguista Sciascia aveva stanato già molto molto prima di De André, come faceva il buon vecchio fiutatore verbale D'Annunzio, oppure ne esistevano tuberi sparsi anche in Sicilia.   
Per me, che ho un debolaccio per la Sicilia e per i siciliani, Sciascia è un autore che non si può smettere (come il suo maestro Pirandello), una scialuppa di salvataggio, un maestro di levità. Oggi è in voga decretare Camilleri come suo testimone prima, epigono successore dopo. Ho provato a leggere Camilleri, e devo dire che il polso è quello del grande scrittore, specie quando scrive in italiano (perché come scrittore in vernacolo, seppure di successo, secondo me non si avvede che quella lingua, così trasposta, non regge, è solo un prodotto gratuito). Ma a Camilleri manca il tocco di Sciascia, l'agonismo etico, la visione bella e schiacciante, sorda e partecipata, ed una penna uscita da foci di puro miracolo, una scrittura "muscolosa", innervata in noccioli di cose, odori, fantasmi, con una soavità, un incanto, una semplicità lussuosa, una nobiltà sobria e buona... Non si può, direi, leggere Sciascia senza provare un piacere infinito, dal primo all'ultimo scorcio.  




Commenti

  1. Sottoscrivo. Tutto.

    fm

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  2. fm, Sciascia fa parte della mia personale "universale" triade del novecento italico: cioè dei tre massimi nostri del secolo ito. Sciascia Landolfi Gadda, ordinati senza gradazioni valoriali- anche se Gadda ce lo metto perché è d'obbligo: non lo amo come i primi due.

    ciao

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