Seconda lettera dal disonore

La vera cultura, la vera letteratura, la vera filosofia, la vera arte, la vera scultura, la vera musica ecc nascono dalla morte, quindi dalle macerie della follia. Per questo motivo, chi, passando per queste forche, non torna da dove è partito, non rincasa nella follia, e quindi nel fallimento, può tranquillamente definirsi una persona ed un artista mediocre.  


(L'autore di questo pezzo, per altro abbastanza brutto a causa del suo tono pontificio e assertivo, si scusa della pesantezza del tono del pezzo)

Commenti

  1. Dinamo, non mi pare pesante questo pezzo, mi pare oltremodo corretto. E' come diceva Céline "il faut payer", bisogna pagare. "Se non si mettono le palle sul tavolo (Céline diceva "la pelle", veramente), tutto quello che fai è gratuito, suona gratuito, puzza di gratuito. La morte è la grande ispiratrice."
    Certo, non si può pretendere che i ragazzotti TQ prendano questa affermazione come linea-guida del loro programmino. Loro pensano ai canali televisivi, a pippobaudizzarsi.
    Il fatto è che nessuno paga più, al giorno d'oggi.
    Tranne i lavoratori salariati.

    RispondiElimina
  2. Secondo me Céline e Hemingway (ultimamente accostati per ragioni deraglianti) sarebbe meglio accostarli per una motivazione diversa: entrambi partono dalla follia morte ma non sono abbastanza folli per tornarvi veramente attraverso la scrittura. Questo non vuol dire che siano artisti mediocri: sono l'apice, assieme ad altri, del novecento.
    Quindi direi che forse pensavo, per la letteratura, a Kafka che è un morto che scrive nella bara. Pensavo a Thomas Bernhard. Ennio Flaiano. e altri ancora. Per non parlare dei compositori come Brahms, G Mahler ecc.

    Ma poi non è nemmeno dei grandi che ci dobbiamo occupare per forza. Un uomo che lancia la sua macchina a duecento all'ora in autostrada e lo fa tranquillamente, ripeto:tranquillamente, non per suicidarsi, ma per arrivare prima, o per gusto della corsa, è un povero cristo, uno che guarda la sua morte come qualcosa che non gli appartiene. Uno che vive senza fantasia. Qui, Céline fu illuminante una volta nel Viaggio quando disse che morire per uno che non aveva fantasia era questione di un attimo, di niente.

    CHi ne ha troppa, credo io, se la costruisce giorno per giorno. Se per schivarla usi l'arte, l'arte non potrà che riportarti alla morte, altrimenti è incappata in qualche ingenuità, o in distrofie storiche...

    RispondiElimina
  3. Non ci avevo mai pensato in questi termini: Né Céline, né Hemingway erano abbastanza folli per tornare alla morte attraverso la scrittura.
    Devo confessare di non avere esattamente capito cosa intendi.
    Mi ha impressionato l'esempio dell'auto lanciata sull'autostrada: in effetti è un pensiero che ho avuto molto spesso. La maggior parte della gente guarda la sua morte come se non gli appartenesse, per semplice mancanza di fantasia.
    Forse perfino le guerre si fanno per mancanza di fantasia.
    In effetti l'arte come fuga dalla morte, non fa altro che riportarti sempre lì, dove non vorresti ... se riesci a non scappare, se riesci a viverci dentro, allora puoi sentirti come Bernhard anche senza essere scrittore.
    E' un po' confuso, lo ammetto, ma la carne al fuoco è tanta e il nocciolo di tutto è sfuggente.
    Grazie per gli spunti di riflessione, in ogni caso.

    RispondiElimina
  4. Céline, Hemingway, Fante (ma già meno di questi), Carver, Dylan Thomas, Kerouac sono impazziti come esseri umani; come scrittori meno, molto meno.
    Loro credevano nelle parole, credevano nella letteratura (almeno quella fatta da loro), si sono accasati nelle proprie opere trattandole come proprietà private da difendere... non si sono vergognati di ciò che è uscito dalla loro cantina, erano sicuri di stare nel giusto. Hanno titubato come esseri umani, come scrittori erano pieni di loro, sicuri d'una salvezza momentanea: lo stile, per esempio: il rifugio dei peccatori. la loro demistificazione del mondo si fermava sulla carta, credevano davvero di averla assicurata lì... invece quella, la carta, gliela risputava sulla giacca come i bambini che rivomitano fuori la pappa.
    assumere la postura dello scrittore è la cosa più pericolosa che ci sia.

    gente come Gadda no: Gadda non chiudeva i suoi romanzi, non poteva farcela. nemmeno Kundera. non si può portare a termine il progetto, tanto più che il progetto è spropositato, quale l'arte merita di (dis)accogliere. non si possono avere progetti. la morte e i limiti dell'uomo, passando attraverso l'arte, portano a vedere i limiti dell'arte, i limiti dell'artista e ancora la morte di tutto. la proprietà privata è abolita per sempre, altro che rivoluzioni d'ottobre...

    bisogna frequentare l'arte a detrimento di sé stessi e a detrimento dell'arte. a me piace pensare di scrivere colla stessa MINORITA' di fede (soprattutto quella), d'effetti, di pubblico, di serietà, di professionismo di quei signori che giocano a calcetto nel dopolavoro.
    scrivere da scrittori invece mi sembra l'ennesimo comodo pronto soccorso dove ricoverare la morte, a parole, per qualche minuto d'illusione.

    RispondiElimina
  5. Grazie Dinamo, addeso mi è chiaro il discorso.
    E devo dire di sentirmi completamente d'accordo, anzi, sei riuscito a dipanare la questione con una chiarezza esemplare.
    La scrittura come rifugio (l'arte, in generale) ti frega, è vero.
    Il senso esasperato di missione ti crea una salvezza temporanea. Invece, non bisogna cercare di salvarsi. O meglio, bisognerebbe vivere sempre sull'orlo del limite, gambe a penzoloni nel vuoto.
    Contemplazione dell'opera della morte? Beh, non è certo il massimo dell'allegria, ma è l'essenza del buddismo primitivo e di ogni ordine monacale.
    In effetti Gadda ha qualcosa di monacale.
    Oltre a Gadda, aggiungerei Beckett. Chi più di lui lavorava a detrimento dell'espressione, dell'arte, della sua stessa persona?
    Eppure sia Gadda che Beckett, hanno unito, al reiterato fallimento dei loro intenti, una colossale disciplina di artista.
    Forse che anche loro credevano, più o meno consapevolmente, all'arte come salvezza?
    Mi viene in mente quella famosa citazione dall'Innominabile: "bisogna continuare, non posso continuare, continuerò".

    RispondiElimina
  6. Beckett non può mancare nella lista, sono in perfetto accordo con te. Avevo individuato Gadda per un motivo preciso però:
    l'uomo Gadda non ha avuto una vita molto serena, aveva il senso del tragico per natura e per esperienza; Beckett è stato più fortunato, più intellettuale, seppure isolatamente intellettuale, il suo spaesamento giovanile e anche quello maturo è stato frutto d'una repulsione per l'esterno tipica di soggetti acuti come lui, uno dei più grandi geni contemporanei.

    Dico questo perché mi è capitato spesso di pensare che più fosse alto il tragico che hai vissuto in vita (come Céline, Hemingway, e compagnia), più l'arte sarebbe stata messa in discussione nei suoi contenuti e non nella sua stessa forma. Cioè il discorso che abbiamo fatto finora.

    Gadda invece dimostra che si può schiattare in vita e tornare a schiattare pure in arte trattando tutto come una grande messainscena, come una enorme colossale buffonata.

    RispondiElimina
  7. Su Beckett, penso che quella frase va presa per una condanna più che come una seppur flebile speranza. lo lessi molti anni fa, ma mi ricordo che quella chiusa arriva come un treno dopo pagine e pagine e pagine e pagine senza mezzo capoverso, senza mezza interruzione, senza uno sputo di punto. Mi diede la sensazione di leggere la storia più grigia del mondo scritta lungo una muraglia di chilometri e chilometri... arrivi alla fine e quello ti dice pure che continuerà, forse no, ma deve per forza continuare... è un invito a sparire. non a suicidarsi. a sparire.

    Ps:ti ringrazio io della bella discussione.

    RispondiElimina

Posta un commento