Sangatsu no lion


Un marzo da leoni è il nuovo lavoro fumettistico della ''mangaka'' (fumettista giapponese) Chica Umino.
Un'opera tirata per le lunghe e in via di pubblicazione dal 2007.
La storia, ambientata nei pressi dell'ultima Tokyo,tratta del silenzioso e pacato scorrere delle giornate di Rei Kiriyama giocatore professionista di shoji.
Ci terrei ad aprire una parentesi su quest'arte e mondo antico dello shoji: ''gioco'' strategico da tavolo tipicamente giapponese e poco conosciuto in occidente, con una storia piuttosto antica alle spalle. Noi occidentali l'abbiamo semplificato come gli ''scacchi giapponesi'' ed in effetti lo shoji ne ha lo stesso scopo: catturare il re avversario.
Definito che abbiamo definito(per fini nobilissimi di comprensione) lo shoji, torniamo a bomba.
L'intera opera ruota attorno all'importanza che ha lo shoji per chi ne fa una professione. Rei Kiriyama diventa professionista durante le scuole superiori e in tasca ha solo gli scacchi, facendo dello shoji la sua àncora di stabilità.
Rei fa la conoscenza delle tre sorelle Akari, Hinata e Momo che vivacchiano come lui dopo la perdita dei genitori trapuntandosi a vicenda in uno scenario malinconico e fiabesco, lontano dalla realtà e dalle sofferenze.
Lo stile di disegno di Chica Umino è cambiato rispetto alla sua prima opera Honey and Clover, nel quale il suo tratto era pulito e nel contempo confuso con la perenne presenza di un grigio a nuvolette di fumo. Un marzo da leoni ha il netto schiaffo del nero. Sfumature essenziali date dai limiti grafici e di comprensione.
Le prime pagine sono lente. Non c'è rumore. Un ragazzo che si piega all'abitudine e alle emozioni comuni se non completamente assenti.Tavole (le prime) pigre come foglie su un letto d'acqua.
Uno dei tanti scenari, la casa delle tre sorelle, viene descritto in modo poetico e romantico, caratteristico dello stile narrativo dell'autrice : ''ecco quella casa è come un kotatsu''. ( Il kotatsu è una 'tavola' riscaldata e coperta dove le famiglie giapponesi si riuniscono sedendosi per terra e di solito per tradizione mangiano le arance; il kotatsu fa parte della cultura giapponese, ma come tante altre tradizioni, è sempre più raschiato via dagli usi occidentali).
Tra le righe in effetti si trovano con continuità interessanti riferimenti alle tradizioni orientali e alla cucina nipponica, con immagini intrise di vita essiccata dall'usura dei tempi e suggestioni orientali ben lontane dall'iconografia che l'Occidente ha contraffato nelle sue esportazioni più recenti.
Lo stile di Chica Umino è capace di rappresentare con la stessa bellezza una faccia e un frigorifero, portando gli occhi in uno scenario completamente inventato con uno stile grafico uguale a quello usato nei personaggi, particolare non enunciabile a tutti gli autori.
I personaggi diventano personalità a sé stanti lontani dagli standard utilizzati dai fumettisti nella caratterizzazione degli abitanti di carta. Distaccandosi dai tipici stereotopi che rendono la maggior parte delle storie un trito ritrito già visto, l'opera appare interessante ed elegante, meritevole d'entrare nell'eden della fantasia orientale alla quale non importa nulla della realtà.
L'autrice sa anche scrivere, il che non è scontato. La maggior parte dei fumetti giapponesi è spesso un intruglio di macchie d'ostrica e di copertine acquerellate. Trovare sposata ad una gran capacità di disegno un'elevata capacità di scrittura, non è molto frequente nei curriculum giapponesi.
Tra i pochi e in questi i tanti capaci fumettisti orientali Chica Umino è decisamente una gran bella novità.




(Owaru)





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