Happy days




“I soldi per la trasferta non li ho presi io... se non ci credete potete chiedere la mia testa di presidente del bar club o ritirare la partecipazione… oohh io non ho toccato un cazzo non ho preso niente... Potete venire a casa mia a vedere se ciò i soldi della trasferta a casa... Io sono sempre stato disponibile, è vero o no? quante volte vi ho anticipato i soldi per una cosa o per l’altra, so’ stato mai ogni secondo a richiedervi le cose dietro dietro?…  se vi dico che i soldi per la trasferta non li ho presi io, voi ci dovete credere porca puttana”.

Ovviamente, mentiva. A prendere i soldi per la trasferta dell’Inter a Roma era stato lui, lo sapevano pure i muri, si era ripulito la cassa giorni prima, dopo che tutti gli aderenti firmatari alla trasferta avevano versato la loro quota – tra cui io – per andare allo stadio Olimpico a vedere l’Inter.
Il nostro circolino era un bar ritrovo davanti allo stadio della squadra del nostro paese, che in quel periodo militava in serie C, e andava forte, meglio certamente dell’Inter, che prima che arrivasse Mourinho non ha mica dato tante soddisfazione agli iscritti del nostro Inter club.

Non so perché quella volta il nostro presidente, che di mestiere faceva l’elettricista, e veniva scherzosamente (e affettuosamente) chiamato “l’elettropresidente”, si era magnato tutto, inscenando per giunta una rapina, ovvero dicendo che qualcuno gli aveva fregato gli incassi della giornata. Secondo Peppe, uno che aveva in gestione l'angolo bar, quando gli chiedevamo "insomma pè, chi ci ha scippato la trasferta a Roma?" lui rispondeva sostenendo che per come la vedeva lui le cose erano facili: la moglie dell’elettropresidente aveva cominciato a scassare le palle perché voleva andare dal parrucchiere, e gli servivano i soldi per i libri dei ragazzi ché cominciava la scuola
(tre figli tutti insieme) e so’ batoste a settembre cacciare quelle paccate di euro per dei libri inutili, l’uomo è debole, le mogli sanguisughe (Peppe è misogino, forse pure frocio), e l’elettropresidento è finito in un vicolo cieco… eccetera eccetera.
Mo chi ce li ridava cento euro a testa a noi? era saltata pure la trasferta...
Vabbè, mano sulla coscienza, tra amici e conoscenti, ogni tanto ‘na colletta per un amico si può fare.
Tanto l’Inter perse, anche se di misura, e c’era stata un’acqua assurda e persistente che aveva allagato Roma… tutte circostanze che non mettevano proprio voglia di rimpiangere un viaggio nella Roma papalina inondata fino al collo.  Mia madre a casa disse "avete perso, pioveva a dirotto, sei ore di viaggio, chi te lo faceva fare?, la partita te la sei vista lo stesso al circolo, i soldi lasciali perdere, nn ci pensa', tanto se andavi a Roma non era uguale?, se eri andato a Roma non te li ridava nessuno lo stesso cento euro". In effetti un discorso sensato. 

Nell’Iter club si organizzavano pure le coreografie per la squadra nostra della serie C, la vera squadra del cuore, per ella si imbastivano trasferte in regione e fuori regione, ed anche alcune spedizioni in territori limitrofi dove c’erano in corso rivalità gravi, campanilismi feroci ed esacerbati negli anni, che spesso scoppiavano prima durante e dopo le partite in vere faide e sassaiole di massa, zuffe, scapaccioni. Le faide in verità avvenivano durante la settimana prima, o per vendetta in quelle dopo. Eravamo, in verità, bisogna riconoscerlo, degli acchiappa galline. Dei ridicoli. Volendoci mettere in rapporto coi calciatori della squadra (che molti non erano proprio da giocare in un campionato professionistico), noi come ultras o tirapiedi settimanali eravamo proprio delle ciofeche, dei dilettanti allo sbaraglio, potevamo andare alla Corrida di Corrado Tedeschi.
Una volta, in una trasferta terribile che ci costò i play-off già praticamente aggiudicati ma che perdemmo a causa di alcuni nostri che si vendettero la partita, mentre lasciavamo lo stadio un mio amico si allontanò per pisciare, ma non si accorse che stava pisciando troppo vicino a dove stava confluendo la tifoseria avversaria, mbè non ci scappa una rissa per una pisciatina? Ladri di polli, eravamo. Dei piscioni.
Un’altra volta andammo a Napoli e prendemmo tre pere. Tutte nei primi minuti. Ci misero in un settore a ridosso del campo, nel primo anello, e dovevamo stare sempre a vedere se piovesse piscio, ché molti dei loro stavano sopra di noi a riderci in faccia e sputarci colla bocca i semini che si vendono agli stadi. Ma non pisciarono. No piscia no party.
A Foggia invece ci cacammo addosso e all’ultimo momento ritirammo le nostre quote per il pullman e i biglietti, e non andammo. Tirava aria di botte memorabili. Venne infatti giù un finimondo di mazzate, dissero i reduci, quelli che tornarono, avevano i musi che li potevi strizzare per quanto erano insanguinati. Tornarono pesti come chicci d'uva. Pure contusi, tornarono.
A Reggio Emilia ne prendemmo cinque di pere. Quattro solo al primo tempo. Al secondo ci sdraiammo a pigliare il sole, era un aprile dolcissimo.
Diciamo che il girone di ritorno ci stava facendo colare a picco. Precipitammo un anno dopo, in serie C2. Poi cambiarono pure il nome a queste dimensioni calcistiche, ora si chiamano, come si sol dire, lega pro prima divisione e via discorrendo. Sempre serie minori sono.

Uno del club intanto era addirittura diventato calciatore professionista, ma si fece pizzicare che scommetteva, forse si vendeva mezzomondo, gli volevano tagliare le mani… ma si limitarono a far scattare le manette (e le mani servivano allora). Piangeva come un agnellino, da quella belva che era in campo, anche soprattutto come atteggiamento strafottente alla Sivori, e credo fu radiato. Fu scemo, perché da come dissero esagerava, si vendeva troppo... era troppo conciliante. Il conciliatore. Il calciatore.
Nel club fu tolta, forse vigliaccamente, la foto abbastanza gigante (non una gigantografia comunque) con tanto di cornicetta caruccia marroncina vicino al flipper che lo immortalava col pallone vicino ai piedi, mentre coll’indice intima all’arbitro di controllare bene la barriera che non stava rispettando la distanza… ma quella punizione fu poi una scarpata atomica sparata in curva. Una ciofeca come noi gli amici suoi che lo guardavano pavoneggiarsi dagli spalti.
La foto era bella però, e anche volendo affettuosa, ma lui aveva capito benissimo l’intento canzonatorio di aver messo come immagine quella di lui che se la tira e se la ricrede coll’arbitro e poi tira una punizione fetente alla curva… sotto alla foto, non per niente, qualcuno aveva scritto la frase “un regalo alla curva, grazie Mattè ” per dire che ci aveva regalato il pallone della partita. Pagliacci.

Inter club e il collettivo curvaiolo della squadra di casa erano la stessa cosa. Ciò rendeva impossibile tenere per altri che non fosse l’Inter, in serie A, altrimenti toccava tifare la squadra di casa da indipendente, e non era così simpatico, perché se alla partita poco poco non cantavi e non eri del collettivo come minimo t'arrivava una bandierina nell'occhi, se non una ripassatina per bene e bordate di fischi.
Io per esempio non ero dell’Inter, perché non ero niente, ero solo per la compagnia e per lo sport, come direbbe un sano individuo perbene, ma in verità mi piaceva vedere le partite e stare in un posto dove carte flipper sala giochi e biliardo fossero a portata di mano. E quello era un luogo perfetto, finché non iniziò a passarmi la vergogna colle girls, e mi affrancai.
Mi staccai - ma mai del tutto - pian pianino da quella congrega, da quel crudele baretto, e da quel club di simpatici compagni biscazzieri. Mi staccai perché le ragazze, capite, da quelle parti non ci passavano mai, andavano al corso giù del mare a fare lunghe passeggiate, buttarsi nelle discoteche, mangiare zucchero filato e yogurtini estivi, non stavano tra gli offuscati della città vecchia, del centro storico che puzzavano di gioventù povera già anziana, non venivano dalle parti nostre dove si stava sempre a tracannare caffè borghetti e maledire gli arbitri e i guardalinee e drogarci di calcio inglese.
C’era anche, volendo essere sensibili, il dispiacere di vedere davvero continuamente gente che vive per l’esclusiva speranza di fare qualcosa di divertente la domenica o nelle serate del turno infrasettimanale di coppa. All’inizio era divertente poter scandire il proprio tempo secondo la programmazione calendariale delle partite. Era bello passare tutto il sabato pomeriggio a studiare i sistemi per il totocalcio e dopo per la sisal (coi dati statistici raccolti in elaborati quadernini secretati), e imbattersi nei giocatori di cavalli fuori dai giri dell’ippodromo, sognavo di incontrare lì un giorno che ne so? Charles Cuore di Leone Bukowski, o il suo vice Chinaski, o meglio ancora John Fante ché tanto il padre, Nick, non era nato troppo lontano da noi. Delle volte i loro spettri c’erano. Ma li vedevo solo io. Ricordo che in una fortunata occasione, fu proprio John Fante (da cui quello stronzo di Bukowski ha depredato tutto, altro che la nostra trasferta a Roma) a darmi la soffiata per un Napoli battagliero che andò a sbancare Bergamo e l’Atalanta ai minuti finali. Fu John Fante a dirmi di puntare tutto quello che avevo sul 2 a Bergamo del Napoli. John Fante o il suo fantasma o il suo sosia sputato che appariva e spariva di continuo, come i buoni propositi. 

Era anche simpatico scoprire il mercoledì quante partite “parlate” ci fossero. Quelle cioè dal flusso strano di denaro scommesso, per cui i gestori dei punti di scommesse, delle agenzie e delle ricevitorie, o del nostro club, se non le sapevano da soli, bastava constatare che c’erano delle anomalie rispetto alle normali aspettative su quella partita, e di mercoledì, capito che dietro c’era il merlo, chiudevano i rubinetti alla partita in questione. Era sputtanata, e la bloccavano. Spesso si sbagliavano però, e vabbè tanti cazzi.
Diciamo che quando non vidi più John Fante o Chinaski o Nick ai tavoli degli studiosi dei calcoli delle probabilità nelle agenzie, ma vidi solo disperati e più sfigati di me che si pavoneggiavano da duri come il nostro amico calciatore in manette, o almeno da gente impassibile e molto dignitosa (cosa che erano, per giunta) capii che era ora di sloggiare, stare di più da solo e cercare qualche ragazza per fare le cose che si fanno tra uomini e donne, giusto per usare un bel titolo. Non era mica snobismo il mio, ero un regazzino che ne sapevo dello snobismo, ma mi strizzava il fegato tutta quella disperazione che trapelava lì dentro come sudore stampato sul colletto della camicia.
Eppure non riuscivo a smettere, e continuai ad andare al club, a fare a tressette, a guardare le partite e fare il commentatore sportivo come quelli dei talk show della domenica sera, per molto tempo ancora, perché quella disperazione alla fine era collettiva, ce l’abbiamo in tanti, e fa quasi piacere vederla nel tuo prossimo, per quanto ti bruci lo stomaco. Vederla per esempio nella faccia di mio padre che forse per numero di presenze e “minuti giocati” lì dentro al club credo abbia ottenuto il record mondiale, sicuro quello paesano… ognuno lì aveva il sogno del cassetto, secondo me, di essere intervistato da un giornalista sportivo, a corredo di una partita. E mio padre quel sogno lo realizzò (anche altri per la verità) con me dietro di lui, dietro una sua spalla, che c’avevo una faccia da ritardato, mentre mio padre rispondeva al giornalista dando il suo pronostico sulla doppia sfida delle semifinali dei play-off: secondo lui avremmo vinto due a zero in casa, mentre al ritorno avremmo sbancato per tre a zero. Niente storie, tutto liscio. 
Uno a uno da noi in rimonta e due a zero per loro, al ritorno, in realtà, e ci sbatterono fuori come barboni. 

In seguito scoprimmo che effettivamente a rubare gli anticipi per la trasferta e gli accrediti non era stato l’elettropresidente, ma il famoso Peppe barista di cui sopra, quello che ci aveva parlato delle pressioni della moglie dell’elettro mentre sua moglie era una montagna hitleriana, guai a torcerle un capello ecc.
Vabbè ma tanto l’Inter aveva perso, un diluvio cane, sei ore di viaggio… chi ce lo faceva fare...

Commenti

  1. ...fuorigggiooooooooocoooooooooooooo

    http://www.youtube.com/watch?v=MILUzh7p8Kg

    ilMattozzi: jhsgkkagjgg

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  2. Il grande Mattozzi... spero che ci "attoccherai" per più di novanta minuti

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