L'attendente, storia di un artista dell'attesa




C'era una volta... anzi, facciamola all'americana: c'è ora e subito un signore davvero interessante al quale la crisi economica dei nostri giorni ha cambiato la vita, in positivo – succede anche questo, ché non è tutto un suicido lacrimevole e un sacrificio sanguinoso, c’è anche di storie belle della crisi, io ho l’onere di narrarne una e un paio, tre per gli aritmetici.
Questo signore baciato dalla crisi, che chiameremo T., lavorava come tanti in un cantiere edile, avendo fatto, dopo anni e anni di sgobbo alla cazzuola (il cucchiaino da muratore), un po' di carriera passando dal segmento manovale a quello dei capomastri, i capocantieri, cioè faceva l’assistente dei lavori, finendo la carriera (per sopraggiunto licenziamento) al settore Sicurezza, ché faceva insomma per lo più la messa in virtù delle impalcature, degli operai, dei distanziatori, degli equipaggiamenti, delle ascese sulla gru, le ruspe e del lavoro storicamente pericolante, di evitare insomma incidenti o morti, che non sono né bianche né nere né celesti, ma sono morti ammazzati.


A differenza di quanto dica uno scrittore importantissimo e famosissimo come Erri De Luca (che dice che a fare il carpentiere non c'è alcuna vocazione, ma solo necessità), oppure come dice uno scrittore meno importante e famoso che gli va dietro a ruota come mio zio scrittore che odia tutta la dimensione edilizia, noi in questa sede qui (su questi fogli) vogliamo dire e abbiamo l’obbligo etico di dire che è vero quello che De Luca sostiene e a ruota mio zio, che quel fetente di lavoro di spostar blocchi e costruire cessi è logorante e alienante e che non c'è alcuna vocazione per fare il carpentiere c'è solo una odiata necessità, però diciamo che ci sono pure persone che, cresciute in mezzo alla calce, ai camion, alle pale e ai disegni degli ingegneri (che di cantieristica non sanno una minchia, gli ingegneri) sanno trovarci dentro faglie dove poter adoperare creatività e ragionamento, e ci nuotano discernendo i buoni significati dai soprusi. Insomma, gli garba il lor mestiere, e non per leccornia dei padroni o retorica del sindacato, ma perché, affrancati almeno in piccola parte dal manuale basico vessatorio, fanno dell’artigianato in muratura, o leggano meglio dei supertecnici le sorti delle linee d’un progetto, e le rendono da carta da sogno quali sono, a pietra reale, plasmata sul vivo, e c’è soddisfazione a vedere la differenza.
 

Anche T. era un innamorato perso della sua arte; sicuramente sapeva pure quanto fosse massacrante quel lavoro (per lui poi che c'aveva due ernie al disco schiacciate e rimaneva spesso bloccato per giorni pure se provava a cambiare una ruota del furgone, o girava troppo dietro alla betoniera) e quanto fossero stronzi li padroni, quanto fossero mal distribuite ricchitudine, sofferenze, fatiche, lavoro... le sapeva queste cose, e sapeva pure di lavorare troppo che non era giusto, ma, in sé e per sé, per quanto riguardava l'arte di tirar su opere umane in mattoNatura, lui la mattina non si sentiva come di scendere in miniera, piuttosto si sentiva come un calciatore innamorato dell'odore dell'erba, solo che lui gli piaceva l'odore delle assi di legno e della sabbia industriale bagnata. E mbè? che vale di meno?
Quando aveva finito di fare dei monumenti in pietra intagliata o delle palazzine in mattoncini rossi come in stile inglese, o le scuole per i ragazzi, ne era orgoglioso, e ci tornava spesso colla macchina oppure ci andava col ricordo fotografico mostrando alla famiglia gli scatti fatti sul cantiere dove si vedeva cosa aveva saputo fare impastando quelle rime di cemento, e le guardava e riguardava rigirandole tra le dita tozze, colla moglie che sottobaffo diceva “ma che j par là scola na divina commedia fatt a mattoni?”
Probabilmente.
Colla crisi, T. aveva perduto il suo lavoro artistico amanuense ed era finito in cassa integrazione che finisce subito (gli assegni) come si sa, siccome il paese dove viveva T. è un paese dove la gente pure povera ha preso l'abitudine a voler bene ai padroni e immedesimarsi nei loro problemi, allisciarli, carezzarli, consolarli e votare i loro partiti per compiacerli, allora c’è un po’ di cose storte ma non fa niente per carità... T. pensava che anche questo è democrazia, che un povero vota i ricchi, però basta sapere quello che si sta facendo, sennò tanto democrazia nemmeno è… basta scegliere a chi voler bene, e prendersi le proprie responsabilità in seguito, senza fare, come i giornali, di tutta erba un fascio. Questo pensava T., senza particolare accaloramento.
L’unica cosa che gli suonava storta a T era che si era ritrovato di punto in bianco senza un lavoro fisso, ossia senza aver nulla da fare… senza per altro avere nessuna fissa di hobby, né di spassatempo, né di surrogati di hobby né di spassatempi.
Questo è uno dei problemi della edilizia (no dell'editoria) che cioè ti logora talmente tanto che tu ti resta la forza e la voglia di fare una sola cosa alla volta nella vita. O sei edile (non nel senso dei latini romani), e basta, oppure non sei edile. L’edilizia non permette sdoppiamenti. Uno è sempre uno solo.
Gli edili, come gli operai normali, è difficile che vanno al cinema, o leggono, o fanno footing, o outing, non aprono un blog, non tengono viva la corrispondenza, non fanno polemica.
Di solito i più anzianotti vicini alla pensione  (molti schiattano qualche mese dopo esser arrivati alla pensione, per aver inalato tutti i miasmi delle polveri e delle calci, come mio nonno che avrà goduto di due giorni di pensione neanche...) si stanno alla casa loro la sera ed escono solo nelle visite concordate, quelle che si fanno dopo che un conoscente o parente che s'è operato esce dall'ospedale e torna a casa per rimettersi, gli si fa la sportola di zucchero e caffè, carne e frutta pe' jillo a trovare; i più giovani hanno altri giri vanno alla discoteca, si incartano, beveno, drogheno, magneno alle cene, prendono le pasticche. Trincano. Vabbè quello ormai un po' tutti, pure la studentaglia, però io credo che gli edili abbiano più diritto, a drogarsi.

T. era uno di quelli che si sono fatti una combriccoletta di amici nel quartiere operaio e si ritrovano una volta a casa di uno, un'altra a casa di un altro, a contar frottole, parlare di muri portanti, bere un boccale di vino ghiacciato, andare al bar ogni tanto, vedersi la partita in compagnia.... colle mogli che, essendo all'antica, fanno l'andirivieni dalla cucina alle sale impestate di fumo di sigarette portando seco pietanzole da sgranocchiare pei mariti, T. fumando le (non so se vale come pubblicità occulta) MS. Che da noi quando uno fuma le MS dice "MS: Morte Sicura...".

T. dopo essere stato licenziato si annoiava da morire durante il giorno, mica come gli intellettuali e gli scrittori che so’ contenti quando non c’hanno da lavorare. Per i fattivi stare senza fare niente è pesante (mio zio no, dopo il licenziamento stava come un pascià, scriveva e andava in mountain bike la mattina per il lungomare). Che fare però T.? Che inventarsi per sbarcare le ore che ci separano dalla sera dove si incontrano gli amici e manco tutte le sere? T. di stare attaccato alle gonne della moglie non ci ha mai avuto troppa passione. Di stare tutto il santo giorno al bar coi vecchi non ci era tagliato.
Da quando stava sempre a casa sbrigava delle faccende, delle commissioni che prima sbrigava la moglie, come andare ai mercati generali, comprare il pane, affettarlo, andare dal medico per le impegnative, fare la fila in banca, o all'Inps. Delle volte accompagnava la moglie, così per fare la coppia al centro commerciale, nello squallore del sabato pomeriggio, lui col suo passo distinto e impacciato di cinquantenne fuori luogo, la camicia non troppo nuova ma pulita e stirata e infilata nei jeans, la faccia coi baffi, bruciata dagli anni di sole puntato addosso come un fucile e leggermente ironica che dice "questo è il mondo mo?"... la moglie contenta di trascinare l'oggetto delle sue premure dentro il mondo dei commerci dove ogni attenzione è resa possibile, dove si tocca con mano la fonte della realizzazione dei loro desideri, com'era guardare la campagna per il contadino... ecc.

Un giorno T. era a far di fila dal medico. Era arrivato da qualche mezzora ma ancora c'era verso d’entrare. Aspettava, dignitoso. Tutta la sala d'aspetto non faceva altro che aspettare, chi più dignitoso chi meno. Aspettare forte. T. si rendeva conto che nessuno voleva aspettare mai. Ma proprio mai. Delle volte alcuni passavano avanti perché dovevano correre all'asilo a ripigliare la bambina che era già fuori ad aspettare (pure la bambina aspettava), o avevano il permesso di lavoro e dovevano sbrigarsi... Gli altri avevano musi indaffarati nei pensieri. Ma si vedeva che erano disoccupati pure loro, che non avevano urgenze chissà come urgenti... impellenti, di solito si dice urgenze impellenti… lui non ne aveva.
T. però si era fatto prendere pure isso dalla fretta e dalla impellenza tante volte, ma così senza essere né urgente né impellente, più che altro trascinato lì sotto dall’ondata di atteggiamenti degli altri. Tutti trepidavano per scattare in avanti e entrare, allora pure lui partecipava di quel clima irrespirabile di voler finire quanto prima l'attesa.
Dei giorni, siccome aveva il diabete e gli toccava di misurarselo spesso all'ospedale, dei giorni era partito per andare all'ospedale talmente presto, due ore prima, che il laboratorio diabetici non era ancora aperto. Invece di aspettare due ore dopo, aveva aspettato due ore prima, dalle sei e mezza alle otto e mezza, quando era entrato trionfante per primo...Poi era tornato a casa che erano le nove e non c'aveva niente da fare, con tutta la maledetta giornata davanti da portare al finale.

Quindi quel giorno che aspettava dal medico iniziò a poco a poco a diradare il cervello, a estraniarsi, a pensare che a tornare a casa avrebbe avuto tante di quelle ore vuote che si potevano riempire solo col vino o col suicidio… cominciò a sperare che il medico fosse più premuroso, che non fosse come Alberto Sordi nel film del medico della mutua, iniziò a sperare di tornare a casa nella sua stanza scura il più tardi possibile, o anche alla sera, per la cena e il telegiornale. Inforcò gli occhiali e si mise a leggiucchiare Donna Moderna. Se voleva, era divertente. Pure Il messaggero, se voleva, era divertente, e la Gazzetta.
Quando arrivò il suo turno si stava tanto divertendo a pensare a vuoto, fissando il soffitto, che fece passare una signora che gli stava dietro in ordine d’arrivo, poi un'altra, poi un anziano col bastone che aiutò a entrare nello studiolo del medico. A chiusura imminente, rimasto per ultimo, decise che ci sarebbe tornato il giorno dopo, che non aveva nessuna fretta, il diabete era sotto controllo, i valori normali, tutt’apposto.

Tornando a casa si sentì realizzato come non mai. Sentiva di essere produttivo, a non far niente. Quantomeno non era triste. Sentiva di incoccare dei bei pensieri, sul cielo le foglie i cocomeri li mobbili la natura delle mattonelle da bagno… aveva trovato un’altra chiave per passare il tempo: aspettare il nulla. Gli venne in mente durante il pomeriggio mentre passeggiava sul corso che di lavoro poteva fare l'attendente cioè quell'uomo sociale che puoi noleggiare a una tariffa, mettiamo, di sei euro al giorno, senza dovergli passare i pasti, per fare delle code interminabili come quelle in farmacia, o all'Inps, dal medico, all'ospedale col ticket, all'ufficio del lavoro, al comune, alle poste per pagare le bollette, in banca, a riprendere le bambine all’asilo nido, aspettare i referti delle radiografie, fare la fila per mettersi il gesso, o per diventare papà fuori dalle sale parto ecc. Cose di questo tipo.
È diventato così una figura sociale molto riconosciuta e di tutto rispetto nella nostra ridente provincia. Ed è amato per la precisione, il rigore, la serietà, l'esposizione (perché dopo deve riferire i frutti dell’attesa agli interessati). Per farvi capire quanto successo ha avuto, basti pensare alla schiera di disoccupati che ne sono diventati epigoni imitatori. Infatti per far fronte all’involontario proselitismo ha messo su una ditta di attendenti di cui lui è a capo, con tanto di scuola annessa, per imparare ad attendere, un po’ come quei parrucchieri che oltre al salone da parrucchiere tengono pure na scuola dove insegnano il taglio e il mestiere ai principianti.
Molti suoi allievi hanno ottenuto anche loro degli onori e belle carriere ora, ché attendere è diventato un lavoro richiestissimo negli anni della crisi. Certo, questa professione non ha riscosso l'unanime consenso della popolazione, è vero, specie nella fascia dei più vetusti che si sono sentiti in parte scalzati: “ma che robba è stu lavor que? nu giovan di cinquant'anni che perd temp da tutte li part arret a li femmn che non vo’ fa nient? Che jess a fatijà come tutt li cristiani jess”.
Ma la più parte della popolazione non la pensa a questo modo vetusto, e a T. gli è stato detto chiaro e tondo che come lui non c'è veramente nessuno ad aspettare, che la sua ditta specializzata è la migliore d’Europa, che lui era stato un grande artista del calcestruzzo, ma ora è anche un grande artista del tempo perso, un artista indiscusso nell'arte dell'attendere, dell’avere tempo da aspettare... ed è molto richiesto apposta. 
E lui di queste onorificenze ne è, con modestia e ironia, molto contento.  

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