I giovani dolori di Nicolai Vlaseic il pavido, dal tomo primo. (Romanzo tratto da una telenovela vera)


Il matrimonio di Malevich
 In un posto vicino ad un fiume russo (e rosso, di un roscio caldo direi) nasceva tanti tanti anni fa Nicolai Vlaseic. Era andato in guerra, povero Nicolai, ma ne aveva conservato un ricordo come di dispensa per biscotti, come di un tanfo di conserve alimentari,  perché in realtà non era lui ad essere andato in guerra ma la guerra ad andare da lui che era piccino così... poco più grande di un topo... insomma la guerra lui non l'aveva fatta come combattente, colla divisa, il fuciletto lungo ecc... però gli era passata indosso con le bombe, i bombardamenti e i nascondigli sotto. Una guerra che nessuno come sempre capiva ma che doveva pur portare qualche benefizio concreto, pensava già Nicolai, qualche benefizio che non fosse solo una semplice e poco gratificante ripittura delle nuove frontiere.  
Qualcuno più saggio di noi ha voluto vedere già in questi precoci quesiti alcune lucciole del pragmatismo (se non dell'opportunismo affaristico) che compose il suo cagionevole carattere nel futuro.Possiamo dargli credito, ma bisogna procedere per tappe, molto lentamente.

Cmq, la guerra un po' alla volta (si protrasse per anni e anni) e a piccoli passettini finì, come la febbre, per passare e Nicolai notò che la prosperità di cui si poteva circondare da quel momento, pur se parzialmente, la sua famigliola era in rapido aumento e la collegò, questa impennata di benessere, colla piega favorevole che avevano preso quegli eventi bellicosi e, senza alcun preavviso di sorta, si quietò e smise di formularsi troppi interrogativi sul piano demagogico, ripiegando (ormai benestante) i suoi interessi nell'immagignioso, nel meditativo e nella inazione più totale.

Per quella tangente, prese la via del metafisico e del religioso. 


All'età, infatti, che si inizia a consumare liberamente alcool e vodka in quantità considervoli, tra le nuove leve dico, Nicolai iniziò a consumare libercoli di messa, pamphlet di chiesa, operozze musicali, inni, roba scritta per l'organo e i coristi... e iniziò a praticare l'apprendimento della lingua isolativa latino ed impararla accanto alle cure di strambi preti che diedero a Nicolai la chiave per alcuni misteri di quella lingua arcaica che nessuno parla più, ma che molti usano per dire delle cose da intenditori colti, da raffinati diplomati, per far vedere cioè che uno c'ha per davvero un diploma almeno nella sua vita e dice nel bel mezzo del discorso, per far colpo,: ob torto collo! oppure : in labore fructus! (che sta scritto anche nei vocabolari cirilli) o stricto sensu, scricto iure! ... questo modo di comportarsi e sedersi alla tavola verbale, a Nicolai non  piaceva nemmeno un poco - perché era spondeo con alcuni comportamenti borghesi che detestava anche presso i suoi parenti di casa - e nel giro di qualche anno di apprendista di latino consumato decise che non ne avrebbe mai fatto uso (per non mischiarsi a quei felloni),  nemmanco quando per isbaglio avesse dovuto usare un proverbio antico di inusitata verità o un motto gagliardo oltre ogni altro dire. 

Purtroppo però c'erano due massime latine a cui lui si atteneva con uno scrupolo quasi monachense ed erano Rem tene verba sequentur di Catone il Censore e Semel in anno licet insanire. Il ragazzo s'era appiccicato a questi due pensieri lapidari come una cozza allo scoglio... chissà poi per quale motivo!
Sulla prima sentenza, (che prescrive di badare alle cose da dire più che crucciarsi della forma, perché tanto le parole seguiranno da sole), era diventato cogli anni scetticissimo, giacché un curato di campagna, sonettista petrarchesco e elogiato filologo classico, gli insegnò che se non ci sono le parole non ci sono nemmeno le cose, che bisogna tenere le parole altrimenti col papa che puoi reggere in mano le cose! nemmeno un sassolino puoi reggere, wagliù! 
La cosa, ovviamente, scombussolò il povero Nicolai fin dentro le giovani membra... il povero Nicolai, intrappolato in tra le orecchie da queste parole che gli risuonavano come un monito (che tra l'altro non gradì: essendo un orto-d'osso non gradì che si proferisse la parola papa in quella maniera, al posto di quella cosa, e colla lettera minuscola, però, per cheto vivere, non disse nulla e non denunciò il petrarchesco agli alti padri - il suo progetto era diventare in pochi anni vescovo, quindi preferiva non farsi troppi nemici tra i letterati e i musici).

La gara con questa massima, ad ogni modo, si risolse con un nulla di fatto e senza morti o feriti sul campo, ovvero non ci pensò più, e le cose e le parole, abbandonate al sole del più arido dei deserti, scomparvero entrambe, senza alcun frastuono. 

Il secondo proverbio che diceva che una volta l'anno si poteva uscire da sé stessi, e raccomandava una condotta da moderati e allungava colle pinze una parziale giustificazione della pazzia, se meritata e centellinata, e anche dell'abuso di alcool e vodka, e forse (chissà) nell'incontrarsi colle donne, Nicolai decise di ricorrere ad uno stratagemma, una scorciatoia teppista: siccome per lui questo era il top dei precetti e lui lo seguiva pedissequo, decise di aggirare la sua prescizione di non usare detti latini facendone una semplice traduzione in russo, nella quale lingua se lo sarebbe ripetuto, eliminando la vanteria dei semi-edotti diplomati nelle schifide ed inconcludenti aule universitarie... fu bravo, dobbiamo ammettere, giacché seppe sbrogliare il motto in una vanveretta molto efficace, che qui non si può ripetere facilmente ma veniva una cosa del tipo cirillico stretto all'osso, un mormorio, una ruminatio, che però un russo lo capisce e ne va contento. Nicolai traducendo in russo la sentenza romana risolse anche questo inghippo che s'era venuto sviluppando a menar bastoni tra le sue agili ruote, e si quietò definitivo per la seconda volta nella sua vita. 
Fu anche - incidentalmente - la prima traduzione autonoma di Nicolai che se ne pasceva bellamente (come un semi-edotto per la verità). 



Ormai non c'era niente più che potesse ostacolare la vita di Nicolai dall'ottenimento dei suoi migliori frutti, proprio in quel epoca entrò, un piede sì uno no, in seminario, e si incarrellò alla vita religiosa, monastica. Tutto filava liscio, se non che in quel periodo di meditazione e prossimi ai giuramenti canonici, come ci insegnano le telenovelle importate dal sud America in Russia, il ragazzo, semi-preticolo, incontra una ragazza per cui sboccia un amore a prima vista a causa di una cosa detta colpo di fulmine. 
Di chi si trattava?
Di una certa Etel, che era un femminone alto di parecchi pollici, sorella ad un suo compagno di seminario, che era venuta, Etel, a vedere il fratellino più virgulto prendere i voti e poi sarebbe tornata a vivere di un modesto impiego presso il municipio della sua fredda città in ovest. Si conobbero, Etel e Nicolai, poiché alla ragazza sembrava buffo e particolare quel ragazzo dalle gote cotte, dai rossori subitanei, dalla faccia a mela, con un incarnato scoppiettante di salute ed un animo inintelligibile, inesplicabile per la semplicità municipale della ragazzina.
Etel parlò di lei, rabberciò fatti e fattarelli, abbellì dei particolari, raccolse i ricordini, mostrò delle fofafie (fotografie, come dicono gli agricoli di allora in Russia) scaldò un po' di legna nel cuore dell'amico, finché non ne uscì, con alcune frasi fatte di troppo per la verità, una storia della sua giovinezza fin lì prodottasi.
Il turlo della sua narrazione, però, alla faccia della correttezza e della lealtà sul posto di lavoro, verteva in una raccomandazione (anche i russi non sgherzano in corruzione) per cui lei, senza alcun merito e ignorante come una campanella, parecchio dura di comprendonio, ottenne un pubblico impiego a discapito di tanta brava ulteriore gente presentatasi con più titoli e sapienze emerite (anche in eccedenza) al concorso bandito dal municipio.  

Secondo me, alla fine della fiera non è giusto... alle volte sti stronzi, che fanno?, escono il bando e non lo fanno sapere a nessuno, così si presentano solo quelli aum-aum... cmq, non è questo il punto per la miseria mi perdo. 
Tornando a Nicolai, egli ebbe subito sguardi di interessato perdono per la pu(l)zzella, facendo anche occhi da prete lesso dietro i fori a spillo del confessionale, ma la narrazione doveva continuare pure peggio e macchiarsi di nuove nefandezze. Nicolai rincappucciò gli occhi commiservoli e tornò a fare semplice ascolto.

Il padre di Etel, che è anche padre del suo compagnuccio di voti al semi n ario (insanire), non aveva granché di soldi e sacchetti da controbattere all'assunzione immeritoria della figlia, non poteva quindi che ipotecare (sin dall'inizio lo avevano pattuito) qualcosa di prezioso a questa impresa di far prender lavoro alla povera fanciulla di campagna. Promise all'uopo che se la figlia avesse ottenuto il posto al municipio, lui padre avrebbe fatto dato ad un famiglio del sindaco in carica la mano di sua figlia... nonostante questo famiglio, vincitore finanche lui di elezioni ovviamente pilotate, fosse avanzatissimo in età e un brocco di tutto, dall'intelligenza alla semplice bellezza o all'altezza del fascino. Non si può dire nemmeno che avesse buon cuore, visto che a forza di ingoiare intingoli fritti, di fare cose infauste e proditorie agli altri e alla comunità, e di grugnire di continuo per una fame infondata (cioè senza fondo) e la masticazione di vettovaglie irregolari soprattutto fuori pasto, il suo cuore era stato poco alla volta fagocitato dal lardo e dalla brama di possesso, dalla gozzoviglia e da quella di avere un grosso decoro come famiglio e famiglia. 

Quindi, accorciando, Etel stava inguaiata forte e a breve, promessa sposa, si sarebbe sposata il vecchio porcio. 
Nicolai aveva tutti i connotati del pavido e del piacione, del servizievole coi potenti, ma era in un'età che certe composizioni della sua natura civile non gli erano ancora chiare. Perciò andò a parlare, dopo aver dato conforto ad Etel che piangeva come una cagnolina e averle strappato una strizzata alla mammella sinistra, col suo compagno di voti imminanente, il fratellino di Etel. Il ragazzo si chiamava Vladimiro e sembrò dassubito disinteressarsi delle faccende del padre colla controparte municipale, si dichiarò ignaro e ignavo e disse "ehmbè? io tra un po' sò prete, quella mia sorella è assunta al comune, che ci vuoi di più? si sposa un pezzo grosso... oh, guarda che si deve sposare uno importante... mica comm'a tte!"...   

Deluso dal correo disinteresse del fratello, sputando sul sangue famigliare, Nicolai fece una chiamata telefonica ad un amico di vecchissima data che solo lui poteva aiutarlo in quel frangente così arzigogolato per le sue esigue forze.
L'amico lavorava come abusivo in un laboratorio di sarti no stop comunisti, in una zona di illegalità, perché erano tutti in nero, per via che stava lì a lavorare o era immigrato clandestino oppure poco ci mancava... come il suo amico... la famiglia di costui (a differenza della famiglia di Nicolai) si era schierata dalla parte sbagliata quando c'era stata la guerra, e quindi ora versava in miseria. Ciononostante, vecchi amici di scuola, erano rimasti in contatto e delle volte si chiamavano.
Nicolai chiese all'amico che cosa avrebbe dovuto fare per la fanciulletta, e gli dispiegò sul tappeto tutta la storia della povera, s' fa pe' dì, ragazzuola, venduta per un posto fesso al municipio... che era cmq sempre meglio che esser venduta per tre cammelli (disse l'amico sarto).
In parole povere (perché l'amico era povero), l'amico disse a Nicolai che ci voleva risoluzione, fermezza, che se amava la donzella doveva trarla d'impaccio, sfidare il famiglio del sindaco e ucciderlo semmai, ristabilire l'ordine della felicità perduta recentemente per questo arbitrio, folle, del padre della sua amata. 
Il famiglio... deve morire! ed aggiunse, con orrore di Nicolai: Carthago delenda est!
Azz. 

Alla cerimonia che incoronava i pargoli in semi preti, proprio quel giorno, il famiglio scese dalla sua motoretta e andò ad assistere all'incoronamento di voti sulla testa del futuro cognatino. L'uomo, pingue e bassotto, portava dei baffetti simpatici ed una giravolta di capelli appiccicosi in testa, come se fosse venuto dalla città fredda dell'ovest a quel convenitcolo a piedi o di corsa.
Prima dell'inizio della cerimonia, senza farla troppo lunga lunga, Nicolai si decise all'estremo gesto di sgozzare il famiglio (alla faccia dei comandamenti!) e fargli uscire fino all'ultima goccia di sangue maiale che aveva in corpo... 
Che accadette?
Nicolai, sprovvisto di energie mentali e di armi da fuoco o armi bianche che siano, pavido come sempre, si fece un'arma tutta in casa, cioè prese un lapis vecchio e decrepito e gli fece una punta a coltellaccio, una punta per bucare un collo grasso come quello del famiglio e quando la cerimonia lo permise, che la gente iniziava ad allontanarsi, Nicolai, appena incoronato, si scagliò come una lancia killer  contro quell'uomo grasso urlando Attento! Semel licet in anno insanire! Rem tene verba sequentur! (proprio così, in latino! sembrando ad alcuni incolti lì attorno un kamikaze terrorista che volesse farsi saltare in aria...)
Ma il famiglio del sindacto che stava sempre in allerta, forse perché in quegli stati sono tutti cospirativi e hanno paura che gli se ne esca l'ombra quando meno se l'aspettano, fu reattivo al massimo grado e con una mossa lo disarmò, lo acciuffò per il bavero, lo schiaffeggiò una decina di volte fino all'umiliazione e se lo mise sotto i piedi. Qui, a Nicolai, esaminando esamine, il famiglio sciattò di mano il lapis e lo adoperò agilmente come stuzzicadenti e poi lo buttò sopra il corpo di Nicolai sussultante, e uscì all'aria aperta nella corte del convento esterno. 

L'agguato si rivelò na cazzata, come avete capito, ma il famiglio, su suggerimento del cognatino e della congrega dei preti riunita a fagiolo, lasciò correre il fatto d'armi e lapis e non diede corso ad una denuncia, men che meno alla curiosa curia (che sapeva tutto quindi...).

Il colmo della storia anzi è che, come succede sempre nelle telenovelle sud americane tradotte in russo, Nicolai, nient'affatto spretato dopo il vile agguato, fu scelto per celebrare il matrimonio che consacrò l'unione santa tra il famiglio ed Etel, la ragazzina impiegata al Municipio. 
Così, Nicolai, che nel frattempo aveva capito quant'era un don abbondio il suo cuore, partecipò alla cena offerta dal famiglio per le nozze e si ingozzò di robba; il fratello di Etel, Vladimiro, la prese un po' male che non l'avessero fatta officiare a lui la messa del matrimonio, ma poi gli passò per l'amicizia che lo legava a Nicolai. 

Ora, come è naturale, qui in Russia si aspetta il sequel della telenovella estiva sudamericana (una telenovella venezolana), una telenovella vera vera, da cui trarremo anche noi il tomo secondo di questo romanzetto di formazione di Nicolai Vlaseic il pavido.   
   

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