Landolfi re censore dell'Innominabile di Beckett

Gogol’ a Roma raggruppa i testi di critica letteraria scritti da Landolfi ed usciti sul «Mondo» di Mario Pannunzio fra il novembre 1953 e il marzo del 1958. 
Il capolista fra questi brani, in ordine temporale, datato 10 novembre 1953, è un breve saggio che vi vado a proporre stasera sul romanzo L'Innominabile di Samuel Beckett, allora da poco uscito in Francia.
E' un pezzo di critica letteraria molto interessante, sia per la bocciatura inappellabile e definitoria che Landolfi appicca sulla giacchetta del buon vecchio Samuel Beckett, sia per alcune idee di carattere più generale
di Landolfi stesso sulla letteratura. Le idee letterarie in questione, espresse in special modo nella parte finale del brano, mi sembrano un buon passepartout per capire meglio alcuni punti dell'opera dello scritt ore di Pico, un'opera che fa del gioco continuo (colla vita e colle parole) una cosa seria... Tali idee "fatte in casa", poi, danno palesemente torto (non che ce ne fosse troppo bisogno, era già chiaro di suo, ma l'appello, nelle ultime battute dell'articolo, al dominio delle angosce e alle peculiarità della scrittura per produrre letteratura è eloquente) a quei critici che hanno voluto vedere un diarismo spontaneista e fin troppo diretto, psicologico, nei tre diari di Landolfi, quando secondo me questi altro non sono che delle opere letterario-filosofiche, basate su alcuni dati autobiografici, certo, ma minimi, laschi, che fanno da salvagente alla narrazione e che vengono mediati attraverso il mezzo letterario... Landolfi infatti flauta come un domatore di serpenti dentro il sacco delle sue sventure per emanare una specie di monologo esteriore di natura narrativa e spesso d'invenzione con cui scolpisce i suoi diari, dove a prevalere è la natura iper riflessiva, giocosa, filosofica ed ironica tra le sue voci letterarie.
       




IL CASO BECKETT,
di Tommaso Landolfi

Ci sono libri noiosi, illegibili, svagati farneticanti, incresciosi, massacranti, e ciascuno, specie col vento che tira, ne ha qualche esperienza: confessiamo non esserci fin qui imbattuti in uno come questo di cui si vorrebbe ora parlare; uno che ponga a più dura prova la buona volontà, la resistenza al tedio, l'equilibrio nervoso, o qualsivoglia altra qualità del recensore onesto. Osserviamo peraltro che qualcosa di turpe deve essere contenuto nel mestiere stesso di costui, se da certe letture non altro senso si cava che quello di una propria turpitudine, se insomma ci si vergogna di averle fatte. Dal qual preambolo il lettore resti a buon conto avvertito che questa non è una recensione vera e propria: il nostro discorso riguarderà semmai la morale letteraria, dopo aver toccato di psicologia, o meglio ancora di patologia. 
Udendo, dunque, lodare Samuel Beckett da molti sopracciò della critica francese, abbiamo voluto mettere il naso nella sua ultima fatica per titolo L'Innominabile (Parigi, Editions de Minuit). Ed ecco che cosa abbiamo trovato in apertura: 
"Où maintenant? Quand maintenant? Qui maintenant? Sans me le demander. Dire je. Sans le periser. Appelere ça des questions, des hypothèses. Aller de l'avant, appeler ça aller, appeler ça de l'avant. Se peut-il qu'un jour, premier pas va, j'y sois simplement resté, où, au lieu de sortir, selon une vieille habitude, passer jour et nuit aussi loin que possibile de chez moi, ne n'était pas loin". 
Ottimo attacco, se si vuole: profondato in una tenebra condillacchiana, l'Autore par voglia fare attorno a sé terra bruciata, per poi costruirvi, sia pur faticosamente, il suo mondo, eccetera eccetera. Ma il vero fatto è che, con vaghe coloriture kafkiane, joyciane (e non so quale altro nome abbiano pertinenetemente prodotto i nominati sopracciò) egli tira avanti a questa e medesima maniera per duecentosessantadue pagine, non dando un respiro, nonché al lettore, neppure al tipografo; duecentosessantadue pagine, si dice, di scrittura pinata e senza un a capo - fatto che di per sé potrebbe dimostrare qualcosa, e ad ogni modo basta a disgustare il lettore più attempato, o più snob. Tira avanti fino alle ultime pagine, ove è sistemato un periodo che volentieri citeremmo per intero, non fosse per le sue dimensioni addiritttura cusanianane (ma senza altro, ahimè, di questo grande filosofo) del quale però vale la pena di citare almeno un'infinitesima parte: 

"... Je ne fais qu'entendre, sans comprendre, sans pouvoir profiter de ce que j'entends, pour m'en aller, pour n'avoir plus à entendre, je n'entends pas tout, ça doit etre ça, les choses importantes je ne les entends pas, ce n'est pas mon tour, les indications topographiques et anatomiques notamment ne parviennent pas jusqu' à moi, si, j'etends tout, qu'est que ça peut faire [...] ..."

Questo singhiozzo potrebbe continuare a volontà. E qui parliamoci chiaramente. Il caso del Beckett, abbiamo detto, è unico più che raro, anche se alcune tendenze della letteratura contemporanea avevano già di lunga mano preparato la generazione di un tal mostricciattolo (così, non è difficile riconoscere nella scrittura la tecnica, follemente esasperata, del monologo interiore). Di che cosa invero l'Autore blateri, o soltanto in che termini blateri di siffatto suo nulla, a noi almeno non è stato concesso intendere; invano abbiamo cercato tra tante  migliaia di parole qualcosa che ci illuminasse, se non sulle sue intenzioni, sul suo argomento medesimo. Constatazione che sembra dar di naso contro l'impossibilità materiale: è dunque possibile allinear parole a non finire senza dir positivamente nulla? Il Beckett vuol convincersi che è possibile.
Ma forse una spiegazione c'è, e magari la più semplice; ciò che a noi profani pare eccezionale farebbe forse sorridere familiarmente lo psichiatra. E' infatti ben vero che molti scritti di pazzi si mostrano, appetto a questa propria innominabile roba, di gran lunga più stringati; ma è anche vero che una particolar sorte di mentecatti riesce talvolta a realizzare quanto a chiunque abbia un po' di sale in zucca sembra appunto un'assurdità. Epperò i termini di cui i francesi, tra i quali, già fin troppo disposti a simili estremità, il Beckett è venuto a acclimatare la propria nordica e gloriosa testa, i termini di cui i francesi largamente dispongono per designare le medesime, come sarebbero radotage  o verbiage, o non so quale altro, si rivelano ancora leggeri, e bisognerà ricorrere a quello inequivocabile di "verbigerazione".
In favore di una tale interpretazione patologica starebbe il fatto che da questo scritto, comunque lo si voglia definire, traspare (né sapremmo davvero dire in quel misterioso modo) una certa forza, almeno potenziale, di scrittore, nonché un'adeguata preparazione. 
Ma ciò daccapo aggrava le cose. E, infine, eccoci al nostro vero discorso. 
Sarà una facile domanda, e una facile vendetta, ma come mai, se egli stesso afferma con tanto accanimento e tanta apparente sincerità che non è ancora il suo turno di capire e di vivere, il Beckett non ha taciuto del tutto, o non lo hanno fatto almeno i suoi editori, o alle brutte i suoi critici? Dio mio, s'intende (e lo abbiamo già accennato) che di questo libro non sarebbe impossibile, con molta industria e fatica, ponendolo in relazione coi due o tre precendenti del Nostro, inserendolo in taluna delle ultime e lotolente correnti, combinare una spiegazione propriamente letteraria, ma, a parte che la forza e la pazienza non ci basterebbero, per conto nostro ci rifiutiamo di farlo. E perché poi calunniarci? Non la forza o la pazienza ci farebbero difetto, sibbene la malafede. Non siamo del parere che tutto sia ammissibile in letteratura, e che questa possa essere il campo dei più capotici esperimenti; al contrario, ci sembra che alcune cose siano alla letteratura peculiari quanto necessarie, per non dire altro l'espressione, e non già appena (seppure) l'esigenza di essa. La letteratura, per esempio, non può avere la funzione di acquaio delle angosce, vero o false; le quali semmai (persin ci vergognamo di doversi riferire a una nozione tanto elementare) hanno da essere perfettamente dominate prima di passare sulla pagina. E, per dirla in breve, noi ci ostiniamo a credere, magari a ritroso degli anni e dei fati, che la letteratura sia una cosa seria. 

10 novembre 1953
   



Commenti

  1. "...che la letteratura sia una cosa seria " Ci credeva davvero Landolfi? C'era qualcosa di serio, per Landolfi? Non credo. Comunque il Beckett romanziere non mi ha mai convinto. Quello decisivo è quello teatrale, sempre che non venga letto in senso esistenziale.

    Larry Massino

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  2. No problem alcuno Sergio.

    Larry, la letteratura di cui parla Landolfi è la letteratura (come dicono gli eremeneutici) tout court. Solo considerando la letteratura come una cosa seria, si può giocarla (anche eticamente).
    Così come solo somministrando denaro dentro una roulette o una slot machine si può giocare davvero con sé stessi (visto che c'è la chance di perdere): la letteratura di Landolfi è infatti una letteratura "d'insufficienza", che nasce da uno stato d'insufficienza, è una letteratura programmaticamente perdente. pensi che Landolfi avrebbe mai giocato se in ballo non ci fosse stata una condanna? il gioco per il gioco così come la letteratura per la letteratura non sono affatto figure centrali in Landolfi, come molta critica vol farci credere.
    in questo senso io prendo quel "letteratura come cosa seria", che vuol dire "letteratura come rischio vero (giocoso e dissacrante) di perdere/rsi"... in quanto persone. c'è una posta (in palio). probabilmente Landolfi non vedeva niente di ciò nella produzione narrativa beckettiana.
    Landolfi non prende sul serio sé stesso, non la letteratura... è attraverso l'introduzione del Narratore landolfiano nella letteratura seria che Landolfi si prende gioco di tutto, lo annichilisce e lo rovina.
    Penso sia uno degli autori più complessi che io abbia letto in letteratura, proprio perché investe tutto, ed è in questo la sua modernità e la sua altezza, altro che derivato tossico di un romanticismo decrepito... lo è, in certo qual senso, ma in chiave totalmente diversa, innovativa, in quanto personaggio, non in quanto scrittore.

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  3. Veramente interessante, Dinamo. Grazie di avere postato questa recensione fuori dal coro dell'Innominabile. "Esperimento capotico" è una bellissima espressione ... Non so che dire, io amo Beckett, ma magari ha ragione Landolfi ... comunque la letteratura non è una cosa seria e non credo che neanche Beckett la considerasse tale ...
    Grazie ancora.

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  4. non c'è di che Massimo, sapevo avresti apprezzato.
    purtroppo l'argomento non è dei più immediati per tutti, ma mi interessava proporre in primis una voce, come ben dici, fuori dalla unanimità encomiastica per l'opera narrativa di Beckett; in secondo per quella parola "letteratura seria" che è inevitabile possa far discutere, a maggior ragione se fatta stendardo dall'inserioso Landolfi...

    di mio penso una cosa semplice semplice, a portata del mio cervello: la letteratura in sé è una cosa seria se non serissima, per varie motivazioni e fattori intrinseci ed estrinseci all'arte... questo però non toglie che la scrittura per avere (solitamente) qualche valore ha da nascere come divertimento, gioco, mistero... quanto di più, inzomma, lontano dalla serietà.
    il fine, dico io, è serio (o cmq anche per mano di qualcun altro alla fine lo diventa, serio), ma il mezzo (o quel che è, fate voi) il mezzo ha poco se non nulla di serio.

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  5. "invano abbiamo cercato tra tante migliaia di parole qualcosa che ci illuminasse, se non sulle sue intenzioni, sul suo argomento medesimo"

    non pensi che il punto di dissidio (da cui derivano anche i tuoi interessanti appunti) tra il libro di Beckett e la lettura di Landolfi possa trovarsi in qualche modo qui?

    cioè: tra un'idea di letteratura che si vede come mezzo espressivo di qualcosa che la supera e un'altra forma di letteratura che pretende invece di poter generare dalla scrittura il suo proprio essenziale (peraltro nel caso del libro in questione non riuscendovi... continuando a mostrare una sorta di scacco perenne)?

    sono sempre categorie iperampie, però...

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  6. ho letto da qualche parte sul web che Landolfi stroncatore di Beckett è un nonsenso, perché i due sarebbero omologhi.
    io credo che le divergenze siano tante, tantissime, non solo in quel passo... tieni conto poi che Landolfi è uno scrittore che si muove nelle stanze della tradizione e quindi come scrittore è anni-luce distante da un anarchismo così esibito alla Beckett. ma non è nemmeno questo, sarebbe troppo riduttivo... non posso credere (per dirne un'altra) che da fine umorista ed artista qual era Landolfi non apprezzasse l'Ulisse di Joyce, diamante moderno per eccellenza...
    Io credo che non ci sia tanto uno scontro tra poetiche nella ridefinizione di Beckett da parte di Landolfi, Landolfi in realtà incorna Beckett laddove dice che Beckett (ai suoi occhi) una poetica non ce l'ha proprio... io la vedo così. Landolfi s'è limitato a scrivere una recensione ad un libro dentro cui ha trovato solo sabbione e terra bruciata. poi è più forte di lui contrapporre a quella desolazione una poetica letteraria "piena"... teniamo pure conto che Landolfi era un pensatore, uno scrittore-pensatore, un filosofo del nulla diremmo, cioè uno che sottrae spazio al nulla dandogli senso, creandogli spazio, e quindi un perfetto continuatore di Leopardi. Landolfi è un Leopardi nato in Russia nei primi del secolo ma partorito in italiano...
    vedi bene che con Beckett non ha da spartire nulla. o meglio non ha da spartire il Nulla. visto che pensavano questo Nulla diversamente.

    detto tra noi, secondo me a Joyce quella produzione di Beckett non sarebbe andata giù nemmeno a lui...

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  7. sì, il difficile di fare discorsi tanto ampi è che poi le oscillazioni che si ottengono non sono facilmente misurabili... d'altra parte però mi sembra anche che servano almeno a proporre un campo d'intesa e che restare veramente nella questione del dettaglio, procedere con correttezza filologica o di qualsiasi altro tipo porterebbe a incomprensioni peggiori di quelle che si possono ottenere una volta definiti i massimi sistemi ("definiti" "massimi sistemi"). Comunque non pensavo neppure io a un "semplice" scontro tra poetiche quanto a proprio un'opzione (etica, filosofica...) sul ruolo del linguaggio, la sua presa sul mondo; penso che per certi versi Landolfi non abbia colto male Beckett, almeno nel libro in questione (che tra l'altro è forse l'unico che ho letto, di sicuro che ricordo), quando lo avvicina a Cartesio, con la differenza che questo aveva almeno dalla sua il pensiero e una saldezza di pensiero tale che quasi quasi ne cavava fuori da questo, come da un cappello, Dio più la stabilità del resto del Mondo... e invece a cercare fondazione (o rivelazione) non più nel pensiero ma nel linguaggio (dopo che i due hanno già divorziato) non vi sia che lo scacco, il verbiage, l'innominabile... Invece Landolfi la dimensione che m'ha sempre trasmesso è stata quella di essere non solo nella tradizione, ma di recuperare una tradizione: quella dei "nostri" grandi manieristi, senza dar nulla di spregiativo al titolo, anzi; e che in tale tradizione o in qualche eco, moto del sentire a questi comune, prservata per chissà che arcana virtù fino lui, continuasse a vedere una possibilità del Vero (anche fosse l'acida Verità del suo Nulla - perdono tutte queste orrende orrende capitali, ma spero aiutino a capirsi!) ancora fuori dalla lingua, pur rimanendo il mezzo d'elezione per il suo rivelarsi...

    ma qui facciamo veramente della mistica, quel che mi premeva era far capire che non cercavo di ridurre a questioni di poetica, quelle che mi sembra siano prima questioni ben più generali, anche etiche

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  8. avevo capito che non pensavi ad un torero poetico, o ad una tenzone violenta, mi proponevo in realtà di sgomberare l'aia da incomprensioni di fondo... ovvero a dire che hai ragione a dire che tra i due c'è ed è cosa oggettiva una forbice etico-letteraria molto grande, ma io credo che a quell'altezza cronologica e contingente (mi sembra che Beckett avesse da poco rappresentato Godot) di Beckett Landolfi conosce solo la trilogia, e gli saranno arrivate alle orecchie zaffate di elogi per questo nuovo genio mondiale (da poco scoperto)... allorché Landolfi a Beckett accorda un talento narrativo avvertibile di sottofondo, ma nulla più. Cioè io credo come ho già detto che Landolfi lesse e non trovò niente dentro a quel romanzo, né di letterario né di etico né di sostanziale, tanto da rilegarlo a una letteratura semmai manicomiale.
    Oggi, sapendo noi come lo cose sono andate, come gli studi sulla sua opera narrativa e teatrale sono fioriti, e potendo forse più lucidamente (oppure troppo mediatamente?) dare a Beckett quel che è di Beckett, sono d'accordo con te sulla distanza anni-luce tra non solo le due poetiche, ma i due pianeti filosofici, letterari ed etici dei due scrittori.

    su Landolfi ce ne sarebbero tante da dire, ma mi piace il tuo ragionamento sul manierismo, e mi interessa pure parecchio. mi è capitato anche a me di pensare Landolfi in questi termini. il che poi farebbe da sponda anche a quello che si diceva sulla visione seria della letteratura... cioè che solo considerando serio un gioco, ci si può giocare, per salvarsi o perdersi. ed è poi qui che Landolfi può eludere le sentinelle della tradizione... perché Landolfi dimostra di saper giocare alle regole imposte dal casinò letterario (la tradizione alta italiana) beffandola con maschere di maniera dentro cui L mette il suo vociare rimpicciolito... negarsi attraverso lo stile... mascherare in arte la propria condanna a vivere. ciò che noi abbiamo di più puro di Landolfi sono proprio questi scricchiolii sotto la maschera, che a ben vedere sono dei ghigni, in cui Landolfi ride della parte che deve recitare per stare legittimamente (SERIAMENTE) al tavolo da gioco.

    ho svagonato. mi sa...

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  9. no, nessuna corrida per ora, infatti :P (per quanto la corrida sia tra tutti gli spettacoli cruenti che non vedrei e di cui probabilmente si potrebbe fare a meno, quello cui riesca, almeno mentalmente, a riconoscere più senso... ancora per un po', almeno)La distanza credo sia un po' nel come stiamo inquadrando la questione: in riferimento a un'ottica storicizzata, secondo una lettura che si vorrebbe transtorica (più che astorica) da parte mia. e da questo punto di vista m'interessa la forbice etico-letteraria, perchè su un piano che ho lasciato inespresso io credo invece i due (L. e Beckett) si trovino di fronte un problema comune: un colpo di coda forse davvero del romanticismo, ma in generale quello dell'inottenibilità dell'epifania, del disvelamento dell'universale che questo aveva dichiarato possibile; con la differenza che secondo me i due poi si dividono in tale ricerca: Beckett nel suo libro tentando di ricostruirlo secondo un procedimento d'evidenza quasi cartesiana, che incontra sempre lo scacco una volta persa la determinazione di Dio e, forse soprattutto, della stabilità della logica nel linguaggio come esente da morte (in qualche modo spiegando il francese: l'illuminismo possibile di una simile concezione...); mentre invece L. più platonico (italiano in questo?) mi sembra invece cercare una "grazia" che non sia propriamente nel linguaggio, nè logicamente edificabile\risolvibile e che se proprio proprio dovesse avere una dimensione maggiormente percorribile per il proprio raggiungimento dovrebbe essere visiva, per quanto di totalizzante, di "cosmico" possiede il visivo (penso ai primi racconti, quelli di Dialogo, dove il sarcasmo, la sua forza corrosiva e disgregatrice mi sembra lasci ogni tanto intatta la possibilità che un'esperienza totalizzante, un'epifania, sia possibile) e che non può non trovare la lingua come un mezzo secondario, semmai "educativo", anche se è lì che poi si compiono i giochi... come dici bene - ma che possieda allo stesso tempo la possibilità del male, della falsa agnizione come quella del racconto che da il titolo alla raccolta il Dialogo dei massimi sistemi, appunto...

    poi parli tu di svagonare :P ; però quest0'ultimo è ciò che me lo fa riavvicinare al manierismo, soprattutto quando questa possibilità è messa in mora e si convince della forza del negativo (per usare termini altisonanti), che ancora si manifesta lasciando intatta la forma, anzi gettandola quasi su un piano estetico: ma secondo me non tanto per questioni di "stile" o di "sopravvivenza nello stile" più che altro, quanto perchè platonico come il manierismo una volta morto il contenuto mi sembra creda ancora nella possibilità di sussistenza della forma: sussistenza che dice solo il suo vuoto, ma comunque la pone un gradino sopra la sostanza o che altro... con molta bravura, ovviamente, con molto da dire pur nel dir nulla, ma secondo un peccato che mi sembra un po' sia nostro, di noi italiani dico, forse della nostra lingua del come è nata...

    tra l'altro aspetto ancora il tuo lungo excursus storifilologicoletterario, penso dovresti proprio scriverlo (senza timore del cogente, della giustezza... non sono le analisi checi mancano oggi, più il terreno su cui farle muovere :P )

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  10. se ho capito bene (scusa la semplificazione) tu stacchi la forbice nel crocevia più caldo di tutti, quello gnoseologico-letterario (quindi etico): L vira in un visivo contenutistico particolare, B in un verboso (verbigerazione?) complessivamente cosmico (anche se qui non mi verrebbe di escludere un'implosione del cosmo: il riduzionismo cosmico: il silenzio).

    E' una lettura, se l'ho capita, molto interessante. Anche se come già tu stesso prevedi decentrare il problema lingua in Landolfi è (nonostante messe in chiaro le debite proporzioni) un pericolo.

    Io penso una cosa, che una delle grandezze di Landolfi si misura nel linguaggio più che nella lingua. Landolfi dà l'impressione (dà l'impressione) di non aver lasciato altre opere che sé stesso in quanto capolavoro mancato/scheggiato. cioè che se noi leggiamo i racconti e le cose di Landolfi dopo un certo anno (da Cancroregina diciamo) avviene che si fa sempre più avanti lo scetticismo, che investe non più soltanto la vita, e si fa nichilismo italiano, ma soprattutto i mezzi di comunicarlo: la lingua e la letteratura. Io penso che Landolfi lascia di sé un monumento letterario di grande Narratore. Mi spiego perché qua è il punto: Landolfi non ha fatto altro da Il Dialogo fino alle ultime fatiche (col sismografo impazzito nei "diari") che lasciare alla letteratura la costruzione di un Narratore-Sé stesso. QUando si legge infatti un racconto di Landolfi la sensazione è che il movimento letterario che voleva produrre non si esaurisce nel racconto stesso (nel prodotto), ma per concludersi deve tornare da dove è venuto, circolarmente, cioè nella persona letteraria (il narratore landolfiano).
    così noi possiamo leggere l'Innominabile come un'opera letteraria che è altro da Beckett: è un oggetto di sua fabbricazione. ma non lo stesso si può fare con Landolfi che ha lasciato davvero pochi oggetti di sua fabbricazione finita(Le due zittelle per es, sì, ma è uno dei pochi esempi): non possiamo infatti pensare alle opere di Landolfi se non dei mattoni che vanno a costruire la sua grande costruzione letteraria vera: la persona letteraria di Landolfi. che è letteratura, attenzione, non è il culto del personalismo come in D'Annunzio.
    è un'operazione che diremmo borgesiana, ma che sorpassa Borges in quanto Landolfi lotta colla sua maschera, la sua propria... c'è di mezzo la vita. non la letteratura e basta...

    sullo studio filologico-storico-lett, vorrei che qui fosse breve, sintetico ed accessibile, e poi magari chissà farne un Manualetto del perfetto cortigiano (della lingua italiana), una specie di lavoro umoristico-narrativo...
    appena mi licenziano, parto...

    ciao

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  11. ecco, sì, più o meno è esatto, non una semplificazione, l'unica cosa da aggiungere alla tua analisi è che lo faccio non tanto con l'attenzione teoretica di determinare il posto di questo e quello (L. e B. nel loro reciproco rapporto testimoniato dalla recensione), quanto con la voluta distorsione di trarne fuori due modelli, due funzioni di un più generale (ipotetico) organismo "letteratura" per vedere quanto questi appaiono cristallizzati dal tempo trascorso o, al contrario, ancora prodighi di suggestioni, possibilità di percorsi o unione delle due cose: in quanto superati, in quanto ancora attivi alla nostra coscienza - in questo senso metto sullo sfondo l'aspetto più concreto per favorire quello esistenziale (come opposto a esistentivo)

    un'altra precisazione che ho dato per scontato nello scrivere sopra (ma è il problema di scritture-fiume, se mi fermassi mentre sto scrivendo riterrei piuttosto idiota il tutto e smetterei, mentre se continuo a scrivere ritengo comunque idiota il tutto, ma non è detto che non ne esca lo stesso, per sbaglio, la possibilità di un dialogo\di un avanzamento\di un...) è quella riguardo il "visivo": non stavo usando il termine in maniera ingenua (solo in parte, visto come del Dialogo ricordo l'uso "impressionista" dei colori nelle descrizioni e altri dettagli simili), ma riallacciandolo a una specifica dimensione della conoscenza che sarebbe quella appunto "cosmica", "platonica" per Blumenberg: contradditsinta da alcune qualità come l'immediatezza (poco importa se ottenuta con facilità o come esito di un apprendimento), la totalità in quanto visione racchiusa nella sfera dell'orizzonte che non permette di leggervi oltre etc.; cioè, riferita a Landolfi, come un suo uso della lingua più distaccato della lingua, perchè la sua esperienza la vorrebbe suscitare fuori... e secondo me questo punto non è molto diverso da quanto tu dici riguardo l'impossibilità della sua opera fuori del narratore et cetera; ma che siano due spiragli verso la stessa direzione d'intenderne la figura

    ugualmente parlando di Beckett non credo che lui sia cosmico ma che al contrario si situi in una dimensione dove vorrebbe poter ritrovare (o addirittura ricreare) un cosmo partendo da sè, in maniera un po' analoga a Cartesio, ma senza più la sua fiducia nella ragione ultrastorica e perciò continuamente rigettato verso la "semplice" prolificazione del linguaggio che non riesce alzarsi da terra, ad aprirsi veramente, e può solo ridursi a una mimetica di questo sforzo... motivo per cui la narrazione non può partire, visto che non trova nè abbastanza forza in sè, ne ha fiducia sul fuori di sè

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  12. ecco, l'unica distanza rispetto la tua risposta, sta forse in questo che non credo in una lettura dell'Innominabile come opera, perchè mi sembra uno dei numerosi esiti dell'impossibilità dell'opera, nonostante stia racchiuso in un libro, sia pubblicabile, pubblicato e quant'altro (una cosa del genere, inoltre, mi sembra confermare un punto della tua prima, cioè riguardo un probabile\plausibile disapprezzamento di Joyce, che in effetti col suo monologo interiore nonostante il nome credo un po' "santifichi" l'esteriorità, la salvi proprio perchè fuori di lui... tanto che il monologo interiore e interiore solo per i suoi personaggi non certo per l'autore... ma divago, magari mi confondo anche nell'accumulo)

    sul titolo del tuo possibile Manualetto invece credo di trovarmi sensibilmente (per sensibilità) d'accordo: cioè quando dicevo di un peccato italiano evidente nel manierismo (ma da questo superato, volto al positivo), pensavo proprio a un prediligere la forma rispetto la sostanza (quando ancora si credeva possibile una netta separazione delle due), io dicevo in un senso che mi pareva platonico o neoplatonico, ma affibbiandolgi l'etichetta un po' a caso e a seguito di letture di Ortega y Gasset non di Ficino ( :P ), che da un altro punto di vista penso potrebbe essere un buon modo di riassumere la cortigianeria: speranza che un'etichetta artificiale (diminutiva?) possa sostituire un'etica o addirittura crearla nell'uso (che tra l'altro è posizione di un pessimismo antropologico spaventoso...)

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