L'insostenibile leggerezza del non essere (2)


Commenti

  1. se solo l'avesse saputa (la sua leggerezza), povero Franz -

    Savinio in una sua recensione stronca la metamorfosi (d'altra parte penso abbia effettivamente di meglio, pure se quel racconto ha una forza di emblema che altri frammenti manca - e penso a quante rivisitazioni\riscritture abbia subito) e penso sarebbe un po' da pensare anche questa... non so penso che Savinio potrebbe (più in piccolo) comunque stargli accanto

    non so bene che voglia dire -

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  2. il fatto è che Kafka non è che sia solo leggero, è che non c'è proprio; Savinio c'è, fin troppo (non è una critica). non saprei come dire ma a me l'antiumanesimo umanissimo di Kafka è una delle lezioni più belle a livello etico e letterario del Novecento. così come Joyce è il più grande poeta del vecchio secolo. preferisco Joyce, intendiamoci perché anche lui è benianamente assente, ma devo dire che quando Kafka sorride (e spesso sorride, sempre dal nulla da cui scrive) è un popolo intero a sorridere, una comunità. ride meglio.
    non si finirà mai di leggere Kafka, al di là della retorica.

    credo anche io che la Metamorfosi non sia il suo migliore libro.

    ps: lo dico senza alcuna presunzione, ma ho visto una lettura critica di Kafka fatta da Manganelli per la tv (si trova su internet)... mi pare che il Manga non tocchi proprio tutti i punti focali di Kafka. ed è sintomo, questo, dell'enorme mistero e pregnanza di uno scrittore come Kafka... è un fuori squadra.
    ciao

    pps: anonimo, hai vinto un tappo di crodino bevuto, HAI SCRITTO IL MILLESIMO COMMENTO SU QUESTO BLOG!!!

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  3. sì, l'ho vista anch'io quella lettura... tra l'altro "beccata" in qualche altro post del tuo blog (quindi grazie :P ); e sì, mi sembra tu abbia ragione, che un po' con la storia dell'emblemi il manganelli lo usi un po' a mo' di specchio - ma non penso che Franz se ne sarebbe offeso

    (a proposito della sua forza, di F.: se non lo conosci già, http://sognodelminotauro.blogspot.it/ , è un blog di traduzioni di microcuentos soprattutto d'autori dell'america latina, il genere ha avuto fortuna lì, me lo confermava un'amica venezuelana, al di là del valore dei risultati dei vari microracconti in sè ecc. se hai voglia di spulciarlo un po' a me ha colpito tanto come F. si riverberi un po' in tutte le scritture che sono presentate - poi fanno scuola, nel senso: scolastica, del "maestro", però mi sembra una riprova notevole di quanto viviamo nel suo immaginario, quanto abbia trovato davvero una dimensione della verità che non abbiamo finito - o iniziato a esplorare)

    concordo anche sulla distanza\differenza tra Savinio e K. (e infatti il primo lo considero un po' minore, pure se ingiustamente dimenticato quivi da noi mi pare): mi sembra che si faccia meno pregnante quando K. vacilla e S. s'estasia (in senso letterale): nei diari\le riflessioni sulla vera via ecc.\egli il Franz mi sembra mostri il motivo per cui dico ch'è un peccato non si sia reso conto della propria leggerezza (e allora avrebbe nuotato tutti i fiumi d'Europa e anche oltre, ma davvero), pur avendola raggiunta; mentre invece S., soprattutto quando rimemora gli anni parigini o apollinaire (e mi sembra un segno anche questo) riesca anche lui a felicemente non essere nel gorgo\ nel vortice... certo meno spesso, forse controvoglia, ma comunque...!)

    per altro leggendo le riflessioni sulla via ecc. ecc. non so: sarà che l'umanissimo antiumanesimo non sia un "rigurgito" (lo chiamo così perchè è difficile da immaginarsi) della mistica in pieno inizio di Novecento? a volte mi ha dato la sensazione... (e poi c'è quella sua citazione che è riportata da Borges - e credo non la inventasse - in cui afferma di essere "come uno che attraversa il deserto, vede la Terra Promessa, sa bene dove dovrebbe andare eppure si lascia sedurre dalle immagini, è troppo innamorato dei miraggi per andare avanti")

    altri mille di questi post, allora :P (per quanto avrei preferito il tappo di qualcosa di alcolico, annusarne lo spirito! :P )

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  4. c'è sicuramente qualcosa di biblico in Kafka, come un suono, come un'immagine, un odore di arcaico, di antichissimo. Se non è Kafka il più classico, il più universale degli scrittori del novecento non saprei proprio chi altri indicare... penso che c'è una tale ricchezza in questo scrittore, ma ricchezza anche di tipo come ben dici misticheggiante, o (io credo) profondamente religioso, testamentario, che non mi sembra assurdo leggere l'opera di Kafka come si legge la Bibbia, o il Talmud.
    Nelle sue peculiarità moderne, invece, Kafka è preda spesso degli epigoni che lo imitano senza capire che è un suicidio in tutto e per tutto. imitare Kafka è come fare la cover band di Mahler... se ci pensi non riesce buona, l'emulazione di Kafka, nemmeno a un genio come Beckett che scrisse un testo narrativo parodiando il Castello. l'opera si chiama Watt...
    Diciamo che la modernità ha preso dei tratti esteriori di Kafka, ma la sostanza umana etica e di pensiero di kafka non ce l'hanno, allora è inutile imitarlo percHé esce fuori una roba posticcia. i giovani secondo me dovrebbero iniziare a scrivere leggendo Poe, invece cominciano dalla fine, iniziano a scrivere da Bolano... è un suicidio.

    Finendo su Kafka, ti dico che un autore, l'AUTORE, che gli va più vicino è Thomas Bernhard, specie negli ultimi libri, in Estinzione soprattutto. ma non è al livello del suo maestro. Kafka è leggero, è uno scambiato dentro la culla, è uno che scrive silenzio... Bernhard è una ruspa rutilante... in Perturbamento l'ambientazione è per metà kafkiana, per l'altra metà austriaca e nordica.
    il problema torna sempre lì, per quanto Bernhard sia grande (ed è uno dei miei preferiti) ha meno cose da dire di Kafka. Kafka secondo me si è posto il problema della forma una volta sola, quando ha iniziato. poi pensiero e forma si sono imposti da soli. il travaglio che si avverte è travaglio originario, come una sorta di circoncisione da neonati. poi le cose sono andate avanti da sole.

    mi guarderò con interesse il blog che mi hai linkato.grazie.

    grazie anche per l'augurio, ma i post sono a 150 per ora, i commenti a 1000, col tuo ultimo... il premio del millesimo resta però il tappo del crodino... mi disp:)

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  5. mica perchè non m'interessi l'altro, ma...:

    essendo io un giovane (ancora per poco, temo...) degno di tutti gli strali rivolti alla mia categoria (?) nei commenti ad altri post; ed avendo a giorni alterni questa mania di voler scrivere (ma non scrivere veramente; chiaramente molto wannabe come penso si capisca anche dalle troppe citazioni di quanto ho scritto finora): come si può partire da Poe e non da Kafka (non dico Bolano)? Cioè: è self-evident che ci sia dell'"eterno" anche nel buon Poe, ma ci vuole occhio un po' allenato a scovarlo, non ha la forza che, al contrario, di fronte F. (con tutta la distanza che ci separa da lui) ci fa sentire vivamente d'essere ancora nel suo mondo (forse per poco, chi può dirlo?)...

    forse è un falso problema, ma non so, non mi sembra sia meno letterario che etico... e mi piacerebbe aver qualche parere fuori di quelli che posso avere nella mia testolina :P

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  6. Puoi iniziare da dove vuoi, non c'è verso di farne una legge, ma iniziare con Poe (e Pinocchio) è più divertente. anche più "facile". la vita è già complicata e difficile di suo... cmq, io sono il meno esperto che puoi trovare. tanto mi pare che alla fine sia il problema di come vendere meglio (il) fumo

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  7. mmm... sì; forse però mi son spiegato male, o non comprendo del tutto adesso la risposta. è che la mia voleva essere un dubbio sulla "sensibilità" non tanto sulla tecnica (che quella s'ha da venire penso venga da sè... non so) - o almeno così avevo letto quella non-legge del incontrare prima Poe che Bolano (che poi son nomi cambiabili a piacere, penso, entro certi termini)...

    grazie per la pazienza, comunque :P

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  8. Secondo me, per capire da scrivente (ma anche da buon lettore) Bolano devi aver letto tanta letteratura prima. Bolano è passato dentro a tanti scrittori e la sua scrittura è originale in quanto ricca ereditiera di questa famiglia e dei suoi percorsi. se tenti un'emulazione di Bolano con poche letture, ti seghi le gambe.
    Poe è iniziatico, invece, e si presta meglio. E' profondo e universale, ma ha delle invenzioni e dei mondi molto più immediatamente suoi dentro cui la tua sensibilità entra più rapida.

    Kafka è un discorso a parte. nella sua opera ci sono tante di quelle conclusioni, sulla vita, la letteratura, la lingua, la storia ecc che vai fatto sedimentare.

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  9. Che bella discussione! Dinamo, sei riuscito a sintetizzare mirabilmente quello che oscuramente ho sempre sentito su Bernhard e Kafka ... sono due bei soggettini di cui non potrei fare a meno. Li amo entrambi visceralmente perché riescono a dirmi qualcosa che nessun altro sa dire. Mi calmano e questo è un gran bene. Sono terapeutici. Nelle loro brevi vite hanno conosciuto la serenità di chi ha vissuto in mezzo all'inferno.
    Sto (ri)leggendo Perturbamento e devo dire che hai colto bene lo scenario metà kafkiano e metà quasi regionale. Il principe Saurau potrebbe stare nel Castello ...

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  10. Massimo, di Bernhard porto avanti la missione di esaurire tutto ciò che si può leggere di suo in commercio. Ma con calma. Quando si incontra uno così va centellinato perché nonostante abbia scritto tanto rischia di finire troppo presto.

    La cantina è un romanzo che si dovrebbe rileggere almeno una volta l'anno. Anche Perturbamento e Gelo, Estinzione e A colpi d'ascia...

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  11. che poi volevo aggiungere che con Kafka non si scherza, perché Kafka si è sottratto come soggetto scritto, si è sottratto come autore, grande autore, autorevole. Bernhard ha di Kafka (magistralmente, forse meglio di Kafka) la scenografia, che poi è la scenografia portata al parossismo della lingua tedesca: Kafka e Bernhard sono impensabili fuori dal tedesco. Il tedesco contiene Kafka e Bernhard, li ha inventati il tedesco; l'italiano non avrebbe mai potuto inventare Kafka e Bernhard, a malapena li traduce.

    Bernhard prende, a mio avviso, da Kafka una regionalità linguistica, ma non prende assolutamente ,perché non potrebbe, il suo essere apolide, il suo essere (Kafka) anonimo, sottratto. Bernhard è autorevole, è un pastore di anime, è un predicatore instancabile, Kafka non c'è, non è l'autore... Bernhard parla DEGLI oppressi e degli oppressori (da oppresso), Kafka E' gli oppressi, tutti. li porta tutti su, ma non se ne fa né guida né il portavoce politico. è un tutt'uno.
    ora, ditemi voi, come si fa a rubare a Kafka qualcosa che non sia marginale?
    l'unico che ha saputo prendergli qualcosa è stato Bernhard nella scenografia di una lingua comune, per il resto con Kafka scherzare diventa pericolosissimo.

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  12. poi penso mi sottrarrò definitivamente, ma perchè mi sembra che ci sian tante cose giuste\interessanti (da quel poco che ne so) in queste righe...

    e volevo solo sparare nel mucchio per dire che il kafka ch'a me piace di più (anche quando non lo capisco) mi sembra in qualche modo imparentato all'universalità della favola; quantomeno ne ha la stessa crudelt e nitidezza che non scivola nè nel grottesco che può farla tacere, nè in una morale falsamente pacificante (distoltasi dalla propria "naturale" ambiguità)

    penso di aver anche voluto dire qualcosa... :P

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  13. dici universalità della favola? non sono molto d'accordo, veramente. nel senso che vale per alcuni racconti, certo, ma a me Kafka ha sempre dato la sensazione di volersi prendere le distanze dalla favola, dal fiabesco, perché, vedi, il fiabesco evade in qualche misura, evade sempre, Kafka invece è "perturbante" (per dirla con Bernhard), è un mondo di ghiaccio da cui non si scappa, se non qualche volta per finta. (con Bernhard, rimanendo tra i due poli, non si scappa manco per finta)...

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  14. mmm... qui mi sa che la distanza l'abbiamo sul senso della "favola" e del "fiabesco"; perchè in generale ho sempre teso a leggerle non nel senso dell'evasione, ma al contrario del discorso (pur romanzato) sul tutto\l'essere e compagnia bella: cioè un discorso su una moralità di "bene" e "male" più "metafisica" (cioè fondativa) e meno legata all'hic et nunc (a meno che tu non legga questo come evasione?) - tanto da vederci una certa crudeltà nei confronti del mondo come è... però capisco benissimo che non sia questa per forza la lettura univoca\più corretta e che anzi ci si possa vedere il piacere dell'invenzione o dell'immaginazione slegata da un concreto, ma per me resta piuttosto una qualche forma del mito depotenziata, volgarizzata e ironizzata... poi magari non tutto, però il Pinocchio che citavi prima è uno che mi sembra così possa girare, e poi Perrault più che i Grimm e la favolistica vera e propria dove l'intento è a volte anche troppo sfacciatamente "educativo" (intendo la tradizione esopica e giù giù... forse fino a Monterroso?)

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  15. "per me resta piuttosto una qualche forma del mito depotenziata, volgarizzata e ironizzata"

    questo mi pare un gran concetto su cui non posso darti che ragione. ma seguendo questo percorso per Kafka (e non è affatto detto che questo non ci metta d'accordo tutti) non si va nella direzione degli "emblemi" manganelliani di cui si parlava all'inizio? allora emblemi, senso biblico-religioso (magico-religioso direi), e favola (nel senso che dici tu)possono convivere nella lettura di Kafka. che ne pensi? potrebbero quasi essere facce speculari dello stesso medaglione. credo insomma che ci siano tutte queste cose senza volere affatto forzare la mano.
    scartando cioè tutte le complicazioni del caso, tra favola e mito religioso c'è poi davvero così tanti metri?

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  16. bhè, gli "emblemi" dell'inizio li trovavo una certa immissione manganelliana perchè in quel di suo che ho letto da alla parola un senso piuttosto speifico, basato su una teoria dell'inerpretazione e una declinazione dell'allegoria... quindi era un problema di iperdeterminazione piuttosto che di altro! (tolto che anche questo è sicuramente discutibile)

    la differenza tra il mito e la favola io penso sia tutta nell'uso - pragmatica (e solo in secondo luogo diventata gnoseologica per abitudine) - quantomeno nelle tradizioni, come la nostra, che presuppongono un clero: nel mito religioso parli di fatti sacri, tutto fa senso, i dettagli non sono meno secondari dell'insegnamento che questi vuole trasmettere... la fiaba semplicemente non è così: qualsiasi narratore può (anzi in certo senso è obbligato) aggiungervi\sottrarvi pezzi e complicazioni narrative fintanto che si mantiene in un'ambito di riconoscibilità (il famoso studio di Propp; anche se ovviamente tentare di individuare davvero un numero limitato di funzioni è una di quelle pretese assolutiste e campate in aria come la pretesa retorica di poter esaurire in un giro di figure tutte le declinazioni del senso)... con questo pensavo al "depotenziata": il vantaggio penso sia pragmatico\morale e di libertà\riuso nei confronti del materiale, lo vantaggio (se la mia lettura è giusta) che la singola immagine o evento perde forza (e attenzione) rispetto il corso generale della narrazione (però quest'ultimo punto per certi versi c'è anche in k., penso al frammento sul "messaggio dell'imperatore" che sposta da un racconto all'altro senza modificarlo se non per il contesto in cui si situa: per esempio c'è nella muraglia cinese - riletta ieri l'altro ;) )

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  17. un'aggiunta per cercare di essere più chiaro e sperando non sia troppo una sparata: la fiaba è un segno, indica (ma un segno si può leggerlo anche dimenticandosi di questo suo carattere basilare, anzi è un errore che compiamo spessissimo mi sembra); il mito religioso è (o almeno pretende di essere) la cosa stessa (per questo è importante per esempio la storicità di Cristo, se non si vuol fare del cattolicesimo una "semplice" questione di morale)

    per chiarire che non vuol essere una differenza valutativa aggiungo come ultima cosa che io penso ci sia bisogno di entrambe le cose (mito e fiaba) oggi: il primo (il mito) perchè aiuta a tentare di tenere unito linguaggio e oggetto, la seconda (che preferisco) perchè è già più critica...

    comunque qui son partito per la tangente, perdono

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  18. Non sei andato fuori fuoco, non credo anzi, solo che io parlavo di mito religioso e favola in Kafka. Il fatto è questo, che la matrice di Kafka è diremmo popolare (nel senso che si diceva sopra) e in questo suo essere popolare prende molto dalla tradizione ebraica, dalla tradizione biblica. ora, io credo che proprio perché la favola indica ed il mito religioso è, la letteratura è più favola che mito religioso. E' in questo senso che Kafka può fare accoppiare queste due forme, dando cioè alla favola di cui parli tu una "biologia" mitologica.

    Sul fatto di Propp, che è interessantissimo, la sua fenomenologia della fiaba sai bene che ha scombussolato la letteratura, o meglio una certa lettura della letteratura prima, una produzione a venire dopo.
    Parlare della Favola che nel suo essere, secondo me, è a metà tra letteratura e mito, si rischia di dire molte più verità di quante si possa credere (infatti con quell'opera ci hanno sguazzato tutti, dai letterati, agli antropologi). La radice comune tra favola e mito è sempre un orale, un popolare, un collettivo, un super-sociale.
    (E siamo quindi, di nuovo, perfettamente, dentro l'universo kafkiano).

    dicevo (sempre volendo fare un discorso universalistico e generale) che non c'è tanti metri tra mito religioso e favola, quindi, non in senso strettamente letterario quanto in quello antropologico...

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  19. capito l'errore (forse)... penso che, allora, rispetto la domanda precedente ("allora emblemi, senso biblico-religioso (magico-religioso direi), e favola (nel senso che dici tu)possono convivere nella lettura di Kafka. che ne pensi?") stiamo girando tremendamente intorno;

    il "problema" se volto nella direzione antropologica che dici diventerebbe di nuovo (mi sembra) lo "sfuggente" di Kafka: il fatto che nonostante (meglio: di fronte) questa dimensione super-sociale in cui si trova, egli ne rappresenti l'escluso; che un simile contesto lo traduca tutto all'interno della solitudine (che poi forse è lo sradicamento della tradizione ebraica, biblica) che è dell'"incrocio" o di odradek...

    e allora la domanda è: perchè riesce a farsi leggere ancora?

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  20. non rappresenta semplicemente l'escluso, rappresenta più direttamente l'oppresso. (scusa la perentorietà della frase)
    è una lingua oppressa, sono storie d'oppressi... eccetera... si fa leggere ancora perché quello stridore di catene si sente ancora, quella coercizione linguistico-vitale è troppo potente... anche se non si capisce a tutta prima...

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  21. no, no, ci sta pure la perentorietà della frase :P
    è che non sempre mi sembra l'oppressione concluda il giro (basti a far cerchio): ci sono gli sciacalli di "sciacalli e arabi", ma pure lo sfortunato incrocio gatto-agnello del racconto omonimo; e per me non saprei scegliere cosa viene prima (ammesso una delle due cose venga prima a "giustificare" l'altra)

    (il problema del leggere lo riferivo più al super-sociale di prima: se il popolare non c'è più - ma poi non credo non ci sia più, però di sicuro è inquinato dal pop - e in una dimensione come la sua non viviamo; o almeno per questo aspetto non mi pare, tanto che ci stiamo parlando su di un blog...?)

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  22. quando quello stridore non si sentirà più (ma ne dubito) allora sarà "legittimo" emularlo per cose secondarie come spesso si fa...
    delle volte leggo di critici che operano affiancamenti tipo Kafka-Landolfi o Kafka-Manganelli...
    sono molto lontani, molto molto più di mito e favola

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  23. ci si scriveva addosso

    l'oppressione non chiuderà il cerchio ma parte tutto da lì Kafka. sfocia da quello. sempre secondo me.

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  24. non è certo un problema, tantopiù che qui son l'ospite :P (e scrivo spesso anche troppo, nel senso di: lasciandomi prendere la mano e opponendovi poco controllo)

    riguardo l'oppressione io son del tuo parere a giorni alterni :P (quello che a volte mi dissuade o mi spinge a cercare oltre è che, tra tutti i materialissimi conflitti in cui si trova immerso non mancano comunque le "considerazioni sul ... il peccato e la vera via"; e io credo non ritenesse simili problemi slegati da quello "storico" dell'oppressione... -

    e, dal punto di vista dei modi di pensare personali (j'accuse), il fatto che a volte la deriva più "metafisica" del mio riflettere mi fa ondeggiare verso il credere che sia un errore il trarre l'essere dall'esistente (con questa precedenza crono-logica)

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    1. lascia stare l'ospitalità, mica stai su NI :)
      qui puoi dire e dilungarti per quel che vuoi, e non c'è alcun problema se non sei d'accordo con questo improbabile blogger...

      purtroppo intendersi su Kafka non è semplice, ci sono tante sfaccettature, tantissimi temi, per es vogliamo parlare del digiuno? o appunto del peccato?
      il mio discorso è linguistico in primis ed in quello parlo di oppressione. tra poco ci faccio un post, più o meno.
      i temi kafkiani poi sono tanti ovviamente... non volevo insomma dire che in kafka tutto è oppressione, ma che è da lì che prende le mosse la sua scrittura.

      un saluto

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    2. ma l'ospitalità... è uno dei doveri sacri, in tutti i sensi: possiamo buttarla sull'antropologico anche qui... :P

      eh, il problema è che del linguistico (che pure capisco sia il fulcro) non posso parlare: i tedeschi tocca leggermeli in traduzione (come quasi tuti gli altri a dire il vero); e magari basta anche questo semplice fatto a farmi tendere verso gli aspetti più universali della scrittura - per cui aspetto di poter leggere il tuo prossimo post al riguardo

      avevo anche capito che la tua uscita non fosse assolutistica (e come potrebbe?), ma è proprio su questo da cosa scaturisca che mostravo titubanza ;)

      alla prossima comunque, che di post interessanti non ne mancano

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    3. anche a me tocca leggere Kafka in traduzione, poiché non conosco la lingua tedesca.
      il mio post (se mi riesce di scriverlo) è storico-linguistico-letterario (e vabbè poi ancora?:) e parlerebbe dell'italiano. cioè di come è abbastanza naturale che da una lingua come la nostra nasca un fool come Manganelli e non possa nascere un Bernhard, e viceversa. (d'altronde Bernhard lo diceva che la sua opera per l'importanza del suo ritmo dovrebbe essere letta esclusivamente in originale).
      ho parlato di lingua di Kafka nei prec commenti senza una vera lettura linguisticamente ferrata dall'originale, ma posso dire di essermi documentato abbastanza. quando lessi per la prima volta Kafka, in traduzione sempre, mi diede una sensazione di oppressione quel modo di ritmare le parole (forse erano anche le storie, Il processo per es, a influenzarmi in quella direzione)... mi presi, a tempo perso, la briga di vedere le versioni tedesche, confrontarle colle nostre, verificare alcune cose con un vocabolario, e, confortato come si dice in questi casi da qualche vecchia amicizia poliglotta, mi divertii un po' a fare piccoli esperimentini che poi si rivelarono ovviamente fallimentari e inutili, visto che l'unica lingua che biascico bastevolmente bene dopo l'italiano è l'inglese e un po' di spagnolo (ma non così tanto da poter leggere l'Ulisse in lingua di partenza...). cmq, da lì mi sono informato sulle traduzioni di Kafka, e lessi parecchio soprattutto di critica ufficiale tedesca su qeust'autore... finché non giunsi al famoso saggio di Deleuze su Kafka e la letteratura minore, che in parte confermava alcune cose che avevo intuito e soprattutto mi apriva un gran mondo... credo che quella sia una delle più belle e sensate interpretazioni di Kafka.
      insomma, cose di questo tipo e nulla più, sono un profano, lungi da me essere un conoscitore di tedesco...

      un saluto e a presto

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  25. A volte credo che la dimensione di Kafka sia quella del sogno. I suoi scritti sono descrizioni incomplete di sogni nei quali l'angoscia di vivere si manifesta sotto forma di complessi di colpa-punizione. Kafka è colui che vuole sempre sfuggire ma sa che non può. La letteratura di Kafka è un tentativo di liberazione dalla colpa che finisce nell'accettazione della stessa.
    In questo è come il meccanismo delle favole basato su premio punizione. Kafka è il bambino punito per qualcosa di cui non comprende il motivo. Kafka non vuole diventare adulto. Preferisce morire prima, piuttosto che accettare il meccanismo fino in fondo.

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  26. Notevole travaso di idee e di riflessioni in questo thread, complimenti a tutti - in particolare all'anonimo, le cui argomentazioni mi trovano particolarmente in sintonia.

    A partire da questo fulminante enunciato:

    *kafka... mi sembra in qualche modo imparentato all'universalità della favola; quantomeno ne ha la stessa crudeltà e nitidezza che non scivola nè nel grottesco che può farla tacere, nè in una morale falsamente pacificante (distoltasi dalla propria "naturale" ambiguità)*


    fm

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