Nomi di famiglia



Sempre più di frequente capita che alcuni lettori e, non me ne voglia la fidanzata, alcune lettrici affezionate mi contattino per chiedermi un incontro, nemmeno avessi lasciato il mio numero di telefono in qualche latrina dell'autogrill; io mi schermo dicendo che preferirei mantenere il rapporto letterario, al massimo epistolare – poi magari dopo le prime corrispondenze non rispondo più e molti si offendono. Vabbè, si sa che i falsi scrittori se la tirano… 
Non tanto meglio va ad altri lettori che, più riservati ma non meno curiosi, sogliono chiedermi se per davvero mi chiamo Dinamo oppure è un nome di piuma. Uno dei tanti fiori della mia sciocca vanità. Anche in questo caso, mi viene da pensare, non so far altro che regalare delusioni a chi mi legge (e scrive), giacché mi chiamo proprio Dinamo Seligneri. Né più né meno. 
Per fugare ogni ulteriore curiosità, ho deciso di scrivere qualcosa riguardo al mio nome e a quelli della mia famiglia. 

Nella mia famiglia abbiamo tutti nomi strani. A me è toccato Dinamo, ma poteva andarmi peggio. Ho uno zio (scrittore) che fa Desiderio, di nome... come il treno. Ed altri famigli che sono ancora più bislacchi al solo nomarli (Delfina, Sigismondo, Sigfrido, Mafina, Solforino… e mi fermo qui). Figuratevi a guardarli. Tutti tozzi, campagnoli, errabondi, desiderosi di distinguersi, magari a colpi di esagerata eleganza (ma non sarebbe più elegante estinguersi?).
Un giorno di qualche anno fa ero in piazza a far delle ciarle. Mi capitò di intoppare con un signore che conosceva i miei poveri natali (e qualche storia sui nostri curiosi nomi). Ci si mise a discorrere io e lui, passeggiando qua e là per il paese e la campagna. Ad un certo punto, egli che forse pensava di farmi cosa gradita, ricordò il mio bisnonno, quel gran saltafossi di Desiderio primo (1). Questi era uomo sui generis, che stranamente per la sua condizione masticava anche di latino - un'altra volta racconterò della "pecora in calderolum", e conosceva e inventava narrazioni mirabolanti sulle vacche e le stalle (era filosomo, come si dice da queste parti). 
Fu proprio lui a principiare la moda di metter dei nomi estrosi alla prole. Lo faceva con gran vanto suo e dei suoi discendenti… Sosteneva che mentre gli altri mezzadri come lui per mettere i nomi ai figli dovevano ricorrere ai santi del calendario, lui spaziava coll’udito e la favella fin dove nemmeno fisicamente era mai stato (come in Jugoslavia per esempio donde trasse il nome della mia nonna poetessa).  
Ma quella mattina a cui siam rimasti appesi, quel signore non si limitò a dirmi ciò che già sapevo e ho qui raccontato, mi disse anche ciò che si diceva nella contrada di questo suo buzzo inventivo. Si diceva insomma che Desiderio 1 avesse nomato così i figlioli non per assecondare la sua verve inventiva, ma per far cosa gradita al suo padrone... per deferenza in buona sostanza verso il barone di S., ché così si chiamavano i cavalli della sua di lui baronale scuderia (Delfina, Solforino, Mafina, Dinamo ecc ecc).
Possono immaginare loro lettori con che capriola raggiunsi la casa della mia signora nonna a chieder spiegazioni… è vero che il bisnonno ci ha messo nome come ai cavalli del barone…? 
A tutto mia nonna rispose con una scrollata di spalle, come a dire che erano diffamazioni di gente senza rispetto. Che in realtà il padre era un grande uomo, che i cavalli del barone non avevano nomi, e che se pure avessero avuto dei nomi, Desiderio 1 non avrebbe mai messo dei nomi equini ai suoi figlioli umani. 
Si offese assai per l'impertinente domanda e accecata dal furore figliale concluse con un "E stop qua con 'sta storia!". 
Io dal canto mio, che cosa vogliono?, debbo e voglio credere alla mia povera nonna e da allora in poi non ho più messo in dubbio l'originalità del bisnonno davanti a lei. 
Nulla toglie però che quando son solo e pensoso e nessuno mi vede, mbè, il tarlo mi rode, e non c'è verso ormai che ogniqualvolta si parli dei nostri nomi, o proprio mi si chiami forte per strada "O Dinamoooo!", non mi si affacci alla memoria quel signore, che manco a dirlo più non vidi, e l’insinuante rovello che mi chiamo Dinamo per rispetto ad un cavallo, sicuro un brocco credo io, di una lurida scuderia di provincia… E a quest’idea, loro non ci crederanno, alle volte tutto mi rallegro.

Post più popolari del mese

L'Ulisse di Joyce e la nuova traduzione di Newton Compton

Diario nullo - tomo sfuso maggio