Quando si dice la dolce vita


Mi rendo conto di essere, come si suol dire, un cliente scomodo per gli impiegati dello Stato o per gli impiegati in generale, quelli intendo che stanno nel ciclo amministrativo della vita. Essendo una persona sostanzialmente cavillosa, tendo a complicare tutto ciò che mi passa accanto (o lontano, dipende). Tutto ciò che mi passa per la mente.
Un po' come i bambini alle prese con le prime pappine (no pippine ma anche), mi sbrodolo sopra. 
Una volta una brava donna che lavorava nelle segrete(rie) di un ente parastatale chisiricordapiù ebbe l'infelice idea di rispondere al telefono, senza sapere che ero io a chiamarla. Dopo che le dissi la mia richiesta, cominciai come mio costume a contraddire la sua linea editoriale di risoluzioni fantasticando di possibili dinieghi, ipotizzando delle circostanze assolutamente incredibili, delle soluzioni inapplicabili... dopo tutto ciò ella mi disse con grande pazienza nient'affatto venata di insofferenza statale ''mi scusi però, sia gentile, prima faccia queste chiamate come abbiamo detto, poi vediamo... se non le fa, stiamo discutendo del nulla"; sì signora, le direi oggi, invece di riagganciare dandole ragione, le direi stiamo discutendo del nulla, è vero, ma di che cos'altro dovremmo discutere io e lei da un capo all'altro del telefono? Del tutto? E come potremmo io e lei, così distanti e così impotenti di fronte al tutto, discorrere liberamente, io da casa, lei dal suo languido ufficio, del tutto? Non ci sentiremmo forse ridicoli? Indegni? Più inconsistenti che se parlassimo di sport o della sagra della porchetta di Campli? Si può parlare per telefono di cose così alte, totalizzanti, oppure c'è bisogno di chiudersi in un crudele baretto, accerchiati dalla musica dell'attualità, confortati dalla rumoristica dei bicchieri, delle stoviglie, delle chiacchiere della gente, la comanda dei camerieri, le boccine lanciate sul panno verde della storia non scrivibile. 
Signora, suvvia, sia gentile lei!
Anche perché, sia detto tra parentesi, avevo ragione io e tutte le mie rimostranze, seppure nulle come sosteneva la brava donna, si rivelarono vieppiù fondate e purtroppo realistiche. 
Ma passiamo all'irrealistico. 
Un sogno, ho fatto un sogno con al centro Fonseca, mannò Daniel il calciatore di Cagliari, Juventus, Napoli e chissà quante altre squadre ancora in Sud America e in Europa. Parlo di Fonseca un mio compagnuccio di scuola, uno di quelli con i dentoni tirati forte in avanti e poi legati ancora più a forza con l'apparecchio, battezzato così da non so quale mente diabolica della classe proprio per via di quella dentatura al tutto simile a quella del Fonseca eponimo famoso. 
Il "mio" Fonseca sedeva ad un tavolo, una cattedra.  L'ambiente era scolastico, la nostra scuola d'allora, le sue finestre, l'auletta bigia, la lavagna no quella bella tutta nera ma quella con i quadratini. E come se nulla fosse, come se stesse giocando a briscola, Fonseca giocava alla roulette russa con una persona dal volto sfocato, come sanno essere sfocati i volti delle persone dei sogni (o dei ricordi di sogno). 
Si passavano la pistola con fare sbruffone. Dai che tocca a me. Dammi qua strunz. E giù a sparare a vuoto. Clic clic clic. Perché la cosa assai strana del sogno e la cosa che mi faceva penare era che nessuno dei due esplodeva il colpo finale, il colpo di grazia. Io ero un semplice spettatore. Neutro fino ad un certo punto perché in realtà conosciuto per sconosciuto, Fonseca per Volto Sfocato, tifavo per Fonseca. Il colpo era in canna. Volto Sfocato (che non era un indiano d'America, sia chiaro) mi aveva fatto vedere mentre introiettava il proiettile nel tamburo. Eppure, miracolo del sogno, nessuno riusciva a sparare. Ci provavano. Ma nessuno sparava mai nulla. 
Alla fine mi sono scocciato. Ho detto se mi state a prendere per culo è un altro conto. E me ne sono andato. L'ho fatto per far succedere qualcosa, come a dire vuoi vedere che mò che me ne vado, mò che giro i tacchi e non li guardo, 'sti due finalmente esplodono il colpo decisivo. 
Macché.
Non hanno esploso un bel niente. 
Erano scarichi. Erano scarichi loro ed ero scarico io. Meglio svegliarsi.

Appena sveglio sono sceso impantofolato e tutto nel giardino a fare due passi. Subito mi si è avvicinato il mio cane mezzo pastore abruzzese il quale ha scortato me e i miei pensieri per qualche tempo (essendo un cane da gregge e non avendo io nessuna pecora, ho da qualche tempo la sensazione che egli mi veda come tale, una pecorella smarrita, e che a forza di culate e scortamenti per il giardino e i campi donde io sconfino, a forza di queste contromosse credo mi voglia ringreggiare da qualche parte, tenere me e i miei pensierucoli dentro una strada, forse maestra forse alunna, e che quando non ce la fa tira coi denti e con la coda, mordendo e bucando le mie becere maglie...). Ad ogni modo, mentre ero scortato da questo fedele pastore sui campi della mia infanzia, pensavo a come, a colpi di cavilli, a colpi di complicazioni e associazioni impossibili, nella mia vita succede sempre che non succede nulla e non succede né nel mondo di fuori né in quello di dentro. Né nel mondo esperenziale se si scrive così né in quello dei sogni. E' una cosa assurda. Una forza depotenziatrice del mondo. Fossi stato un altro, uno più energico e deciso, bum, sarebbero scoppiati cervelli e facce, nel mio sogno. Non sarebbe rimasto in piedi nemmeno la scuola... invece... Stavano tutti là, belli fermi, calmi, placidi, a giocare come nulla fosse con le loro vite. Con la loro vita. 
E' così. 
C'è poi gente, come un artista che ho incontrato ultimamente, che al pari dei santi del tempo andato, emanano onde di calma che tu resti lì, beato, senza capire né perché né percome, ma sei ricolmo di una pace bella nel corpo, che anche tu senza accorgerti diventi in qualche modo un incubatore di calma per qualcun altro, e così via. Sarebbe bello poter creare una catena calmante, pacificante, tra le persone. Partendo da A, arrivando a Z. O da Z ad A. Vedete voi. O da R a C, camminando a ritroso. Una catena, insomma.

Certo ci vuole un fisico bestiale per rimanere sempre calmi. Io non sempre ce l'ho, ché non basta essere toccati una volta da un santo calmante come l'artista di cui sopra per rimanere calmi tutta la vita, ci vuole esercizio, resistenza, abnegazione. Ieri per esempio, sulla scorta del sogno della roulette russa, mentre passavo in macchina per il corso della marina, e posavo lo sguardo su una vetrina libraria, non riuscendo a capirci niente, ecco che ti passa colla sua faccia scottata, la madre di Fonseca. M'è salita l'ansia. Mi sarebbe venuto di inchiodare, balzare fuori dall'auto e chiederle signò tutto bene fijite, ah? perché io qualche veggenza onirica ce l'ho sempre avuta - nel bene e nel male. Ma non ce la faccio. Non inchiodo e non chiedo. Mi limito a posare la macchina in doppia fila come si fa al Sud Italia, e recarmi dall'edicolante e comprare Il Centro quotidiano d'Abruzzo e Molise, per curiosare tra i fatti di cronaca, tante volte hanno giocato alla roulette russa nella mia vecchia scuola elementare sita in piazza della libertà, numero civico che non mi ricordo, vittime feriti ottusi contusi. 
No, nessuno ha giocato con nessun altro. Nessuno gioca mai in questo posto. Tutti seri, precisi, compatti. Le piccole novità riguardano cose accessorie che mi dispiace e mi se ne passa il cuore ma non me ne frega niente. 
E così torno a casa, aspettando il maestoso tg3 regionale e quello nazionale. E dopo penso che un'altra giornata, bene o male, menomale, se ne è andata. E ne sono abbastanza contento... non è forse questa la vera dolce vita che mi sono sempre immaginato per me?
Mah.
Chissà.
Forse che sì.
Forse che no.


 




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Victor Cavallo poeta