Mario Lo Tasso nato cantante vissuto e morto poeta, Campobasso



Era un po' di tempo che non mi sentivo con Concetta, la moglie di Mario Lo Tasso. Ho pensato subito potesse avere dei motivi di rancore con me: il lavoro sul marito procede lento, se non lentissimo, la vera biografia inventata su questo enorme poeta è ancora di là da venire, bisogna leggere almeno tre pacchi di roba, ordinare i dossier, rimettere capo agli eventi, fare interviste, curare la parte antologica, finire di scrivere.... non mi ci fate pensare. Siamo ai piedi della scala.  
Lo stesso Matteo Lo Tasso, da poco reduce dalla licenza media alle scuole serali ma ben avviato a rincasare nelle dipendenze che gli hanno torturato la vita, lo stesso Matteo quando ci vediamo, davanti alle promesse di esistenza positiva che ci siamo fatti, mi guarda mogio, aspettando da me chissà quali parole di incoraggiamento e vivacità. 
Con tutto il bene che ti voglio, caro Matteo, non ne ho per me di codeste parole, figuriamoci per gli altri. 
Certo mentre viaggio sulla A14, in direzione Campobasso, e guardo qua e là svettare il mare, crescere dalla sabbia un trabocco, un po' dispiace pure a me che tra i tanti detective selvaggi, curatori impavidi, a Mario Lo Tasso sia capitato proprio questo signore qua, cioè io, e non che ne so un grande narratore, magari russo, vivente (o morente... agli sgoccioli... ché si sa che i russi agli sgoccioli, pensate Dostoevskij degli ultimi anni, sanno donare pietre preziose al genere umano). 
Ma di chi è la colpa?
Ed è rimediabile?
(Non è poi ridendo e scherzando che sono agli sgoccioli pure io? russo però, almeno biograficamente, non lo sono manco un po', sempre escludendo la figura del mio babbo, chiaramente russa nei modi dissipatori e nell'aspetto: me lo dice sempre un caro amico che mio padre è un russo. Chissà, lo diventerò anch'io...).

Entrando nel salotto dei Lo Tasso, qualche foto del Poeta molisano ancora mi fa scintillare gli occhi di gioia. Eccolo con un microfono mentre canta (probabilmente, dice la moglie) Guarda che luna; eccolo con una grande classe sudista abbracciare la sua Concetta e condurla in un ballo in piazza; eccolo uscire dalla chiesa dopo lo sposalizio contornato da bifolchi tirariso; ed eccolo ancora che sporco un po' di calce un po' di vernice, coi jeans troppo bassi e senza cintura, fa finta di cullare in braccio il piccolo Matteo che con faccia arrotondata (e un po' da ritardato) poppa un po' di latte da un biberon, ignaro della grandezza dell'uomo che lo sorregge tanto maldestramente - che lo sorreggerà tanto maldestramente per tutta la vita.

La tv è accesa su un canalino (no canarino) locale. Matteo se ne sta come sempre con le mani in mano, pronto ad eseguire ordini esterni senza i quali rimarrebbe fermo e abbandonato alle sue fantasie per giorni interi. E' la madre che lo dirige, fai questo fai quello: non avesse un padrone, morirebbe di fame o di sete. 
Concetta ha fatto il caffè, Matteo beve da una tazzina del servizio buono e nel frattempo fuma sciolto e scomposto sulla poltrona paterna. La casa dei Lo Tasso, questo appartamentino condominiale, senza ascensore, con il mobilio lustro e l'aria di una abitazione anni settanta-ottanta, è ciò che mi spinge ad andarli a trovare. Se cambiassero casa, se improvvisamente fissassero la residenza che so a Vasto o in Irpinia, acquistando casa in una palazzina di recente costruzione, di quelle che adesso come adesso "non si vendono non si vendono", mbè forse non li andrei nemmeno più a trovare. O, più verosimilmente, ci andrei di meno e con meno bonomia. D'altronde non so neppure se ho la forza di portare avanti questo logorante progetto iniziato anni fa col rinvenimento delle prime composizioni lotassiane. Non lo so davvero....

Sono venuto per rivedere i Lo Tasso dopo un'estate di distanza, ma sono venuto qui pure per altri due motivi: il primo per rilanciarmi, ritrovare un po' il fiato narratologico. Il secondo è che spulciando tra i materiali lotassiani, intorno ai primi di settembre, ho capito che mi sarebbe piaciuto scrivere o inventare un capitoletto sulla passione di Mario per la canzone leggera, un capitolo sul suo virtuosismo musicale. Poi un altro sulle sue passeggiate. Un altro sulla passione ciclistica. E via discorrendo. Per riprendere il passo. 
Mario Lo Tasso era indubbiamente un passeggiatore ma le cronache lo ritraggono anche implacabile corridore di bicicletta, non sempre e solo amatoriale; ci sono fotografie in tutti i bauli di casa sua che parlano chiaramente della sua grande passione per il moto su gamba e quello su gomma di bicicletta.
Un'altra selva di foto invece lo ritrae cantante nelle balere, nelle occasioni conviviali, nelle feste di paese, nelle sagre, nella vita di tutti i giorni, in improvvisazioni matrimoniali. Non dissimilmente da quel grande scrittore di John Fante che a detta della moglie Joyce, in imitazione amorosa del padre, cantava 'O sole mio, nettandosi e tagliandosi la barba, così Mario Lo Tasso la mattina, dandosi la crema sulle guance, usava impostare la voce e cantare Modugno, Fred Buscaglione, Herbert Pagani, Mia Martini e gli altri grandi della nostra canzone. 
Non abbiamo registrazioni vere e proprie di lui che canta ma la stessa Concetta, mentre ammolla nel caffè un biscottino di quelle confezioni che si portano all'ospedale a chi s'è operato, mi dice "No guarda, Dinamo, Mario cantava come un angelo... quando eravamo fidanzati, mi faceva pure piangere". Che mascalzoncello questo Lo Tasso! 

Tempo addietro avevo parlato con un suo vecchio amico ed accompagnatore musicale (e pedonale), Roberto Rivoli, il quale oltre ad elogiare l'ugola del Poeta (Mario sapeva cantare anche di diaframma) mi aveva confidato che il primo assalto al mondo dell'arte Mario l'aveva fatto con la canzone melodica, non con la poesia. L'aveva presa larga, mi dice Roberto, sorridendo. Avevano iniziato suonando assieme. Lui al piano, Mario al microfono. Poi avevano lasciato perdere.
Mi domando perché. 


Il cantante è un disperato che canta continuamente la sua disperazione, scrive Mario nel suo quadernino scolastico dei pensieri. Il suo Zibaldone sconosciuto. 
Uno arriva sul palco, si mette davanti ad un microfono e canta una canzone che ha già cantato altre volte, che ha scritto tanti anni prima. Perché? Che senso ha? Sarebbe più ovvio cantare una canzone da inventare minuto per minuto. Come posso ricollegarmi alla disperazione di vent'anni fa? Ma poi perché dovrei farlo? Il tempo è passato, una ruga lunga e profonda s'è scavata sulla mia faccia... Una poesia si scrive una volta. Si legge una volta. E poi basta. Più la leggi, più la scrivi, più fa schifo. 
Riuscirò ancora a cantare le mie canzoni?  

Con queste idee in testa girava come cantante alle prime armi. E in breve tempo non cantò più: gli sembrava una cosa troppo falsa. I giri per l'Italia, i concerti, le serate in musica, i festival della canzone... tutto gli sembrava troppo falso. Era un uomo rude, dai tagli netti, impulsivi, dallo sguardo puro, con la presa radicale sulle cose della vita. Risoluto, deciso. Come una guerra che non fa prigionieri. (Ma sarà poi vero?). 
D'altronde era bravo a cantare le canzoni che non erano sue, a fare come si dice oggi le cover; le canzoni che s'era messo a scrivere, mi dice Rivoli, erano perlopiù già delle poesie, difficilmente musicabili, impastate com'erano di prosa, lirica, scarti giornalistici e inni sacri (gli era pur sempre un poeta sacro).  

L'ultima esibizione di Mario si tenne in un buco di ristorante, Mario tremava ed era visibilmente ubriaco da diverse ore. Cantò appena due canzoni, una sua, una di Buscaglione, Eri piccola così. Voleva cantare pure L'albergo a ore di Pagani ma cambiò idea all'ultimo. 
Poi disse che si era rotto le palle, lo disse chiaro e tondo davanti al suo pubblico che nel frattempo cenava: il motivo del disappunto era che non si ricordava nemmeno più dove e perché aveva scritto quelle parole (pare disse pure ad una signora in carne "magna magna"). Rivoli che stava al piano cercò di fargli dei segni con la faccia, Mario per favore, Mario statti zitto, ma Mario era andato. Cantò una canzone che aveva scritto pochi giorni prima e mai cantato, se non una o due volte, facendola ascoltare a Rivoli che da poco aveva abbozzato una musica da metterci sopra e su cui bisognava lavorare ancora. Una canzone che parlava di una donna - La donna del passato-futuro si intitolava - scappata da Campobasso per la fame su un lungo treno per cercare fortuna in una città industriale del nord del mondo, ma che invece di ritrovarsi al nord del mondo si ritrovava a scendere in una stazione misteriosa, una stazione del nord della galassia spaziale dove nessuno parlava la sua lingua, erano tutti educati ma incomprensibili, e bianchissimi come albini, e biondissimi come svedesi, e lei che piangeva disperata pensava adesso solo al suo amore per il ragazzo lasciato laggiù in paese, che poi era Mario, e vagava per queste stazioni spaziali e poi coll'aiuto di non si sa chi, tornava indietro, al suo paese ma era ormai troppo vecchia per tutti, soprattutto per il suo amato, il cantante, che in sostanza diceva va bene che ti amavo, va bene che ci volevamo bene, ma tu te ne sei andata, io sono rimasto, poi sei tornata e c'hai cent'anni, io che devo fare? (Ricordiamoci che allora non esistevano nemmeno i badanti).
La canzone, seppure fantascientifica, non piacque né al pubblico né tanto a Rivoli che durò assai fatica al piano per stargli dietro. (Non c'è bisogno di aggiungere che di quella canzone non è rimasta l'ombra né nei bauli né nelle carte di Rivoli).

Il fiasco e la disillusione, il battibecco col pubblico fecero il resto. 
Mario non cantò più; racconta Concetta che nemmeno per gioco, o per il matrimonio della figlia, né per il matrimonio di nessun altro, né quando lei proprio esasperata gli diceva eddai per favore Mariuccio per favore una canzone per Concetta tua. Niente. Irremovibile come una montagna. 
Si sentiva un poeta e non ne volle più sapere di cantare. Aveva poco meno di trent'anni.
Aveva le idee chiare, il mio Mario, dice Concetta, un po' malinconica, un po' orgogliosa. 

Li ringrazio del tempo che mi hanno dedicato, del caffè, della simpatia, dei ricordi ecc ecc e mi accomiato dal loro lungo e insalivato abbraccio promettendo pagine e pagine su questa splendida avventura latossiana della canzone leggera (poteva dico io un poeta tanto pesante e sacro come Lo Tasso diventare un idolo della canzone leggera?). 
In parte li ho accontentati, credo.
In parte no.
Ma mica è colpa mia se Mario in vita sua ha fatto il cantante sì e no per cinque sei mesi in tutto?




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