FIGURAZIONE FERMANA




Non avevo come sempre molto da fare così una stranissima domenica di qualche anno fa mi ritrovai (dai e dai, evvieni evvieni) nel paese di Fermo a vedere una partitaccia del campionato dilettanti - capita, purtroppo, anche questo, che la squadra del tuo borgo, da poco andata in rovina e ripartita secondo complesse logiche federali dalla serie D, giochi proprio là, a Fermo, una domenica d'autunno, il suo turno di campionato contro la Fermana che per chi non lo sapesse è propriamente la squadra di Fermo (e fo notare seppure di sfuggita la bellezza di alcuni suoni e nomi di squadre di calcio che si dice sempre il pallone nemico delle donne la domenica mi lasci sempre sola ma molte squadre di calcio si chiamano o esplicitamente si rifanno al nome delle donne di questi posti... Fermana, Salernitana, Reggiana… il che forse testimonia come alla fine alla fine anche l'omo duro e sportivo sbraitante bestemmiante e desideroso di manifestare la sua ruvida indipendenza e il suo aspro cameratismo ultrà, non possa fare ammeno delle donne nemmeno la domenica, allo stadio, vieppiù se esclusivamente contornato da esseri viventi del suo medesimo rango sessuale).

A Fermo c’ero già stato altre volte, da piccino, quando Fermo era in provincia di Ascoli Piceno (e dietro, sulle vecchie targhe delle poche macchine parcheggiate in periferia era tutto un fiero torreggiare di AP, Ascoli Piceno, come ancora adesso qualche cimelio automobilistico ricorda alle nuove genti); oggi, tornandoci adulto, era tutta un’altra storia... entravo infatti per la prima volta, e come sempre dalla porta secondaria, nella silente Fermo dacché l'avevano ribaltata con un colpo di penna da paesino arroccato sulla collina a gran capoluogo di una nuova provincia assé, e non più sotto il tacco di Ascoli. La nuovissima provincia di Fermo! ché a dire il vero, credo io, sarebbero stati ancora più felici questi fermani se fossero riusciti a mettere le ruote e le rotaie sotto il paese per emigrare più a nord ancora, diciamo sopra a Pesaro, laddove cioè si spaccano come un guscio d'uovo le Marche e finiscono in un colpo solo il lordo Meridione e la cosiddetta Marca sporca. 

L’unico inghippo pensammo subito, scorrazzando come bambini per le viette del paese ma ben attenti a non far alcun rumore né di bocca né di culo né di scarpa ché tutti stavano zitti, è che le province i nostri governi le volevano abolire o le avevano già abolite, francamente non ci avevamo capito niente e la cosa sapete com’è un po’ mi premeva (e mi preme), più che altro perché da scrittore provinciale di storie provinciali quale sono, da originario della Marca luridissima e sporchissima giacché in geografia nacqui e vissi fino a che mi stette bene al confino nordico abruzzese da cui copioso scrivo, non mi sarebbe poi tanto piaciuto essere abolito pure io dal governo (oppure sì?)… per quanto, a essere onesti, approvato approvato non lo sono mai stato. 
Già sento qualcuno che mi chiederà tra i miei affamati lettori... dice, Dinamuccio Dinamuccio ma che ci andavi a fare tu pargoletto a Fermo in provincia di Ascoli Piceno? Ma, cari lettori, che cosa ci andavo a fare, secondo voi, che cosa ci va a fare secondo voi un bambinetto, un frichino come diciamo da me (e a Fermo), in un paese limitrofo, se non per turismo diciamo così calcistico? 
E' il pallone insomma che muove certe leve, o almeno era il pallone a muovere certe leve fino a qualche anno fa...  
Nelle gloriose stagioni della serie C1 andavamo sempre a Fermo a vedere la partita, era una delle trasferte più vicine, una trasferta fissa (ecche volete che siano per chi c’ha passione 60 chilometri?), colla battuta più gettonata prima di partire, un po’ alla Petrolini, che faceva “A che ora s’arriva a Fermo?” “Mbè, dipend’… se si sta Fermo, per le due e mezza stiamo là… se s' move... ci (chi) lu (lo) sa?”. 

C’ero stato quindi tante volte ma non sapevo ancora a quei tempi che nel paese fermano fosse nato e vissuto fino a un certo anno (e poi tornato per qualche soggiorno) Luigi Di Ruscio un poeta detto operaio, o meglio solo poeta, pure scrittore prosatore, morto da poco, nel 2009, ma emigrato negli anni '50 in Norvegia, ad Oslo, metallurgico in una fabbrica di chiodi, che avevo letto trovandolo per caso nella scaciutta biblioteca dove mi sono sformato io (da cui lacune e chiazze d’ignoranza dappertutto: ché ora che la mia ignoranza sempre più barcolla, la rimpiango amaramente). 
A saperlo che tenevo un poeta a 60 chilometri… a saperlo... mbè... che avrei fatto?... mbò, niente, che avrei fatto... per altro, come ho testé detto, Luigi Di Ruscio era emigrato ad Oslo sin dagli anni 50 e io, fosse stato pure a Fermo, quando ci andavo in trasferta potevo tenere non più di tredici quattordici anni, ammanettato alla stringente presa di mio padre che in realtà tanto tanto attento che scappassi non lo era mai, che leggevo solo Super Tifo, magazine dei tifosi e delle coreografie ultras, ed anzi proprio in conseguenza della trasferta fermana (la mia prima in assoluto, saranno stati i primi anni duemila), ai tempi parlo che non c’era ancora la curva ospiti e ci sistemavano sulle gradinate dei Distinti (che strano titolo!), scrissi un breve reportage per quella rivistina senza per altro essere affatto risposto e men che meno pubblicato… (fu il mio primo illustre rifiuto editoriale, a cui, a dire il vero, ancora oggi, tengo moltissimo)… potevo allora leggere i poeti, che già in quel tempo (eppure un po' mò) mi facevano cacare, e i romanzi che non sapevo manco dove si aprivano, se si cominciavano dall'inizio o dalla fine, se bisognava leggere tutto pure le prefazioni o bastavano le quarte di copertina?... 

Seguendo le scaffalature della biblioteca del mio paese, ero rimasto bastevolmente impressionato dal romanzo fermano Palmiro del detto Di Ruscio, coll’unico difetto forse d’essere in alcune parti troppo lirico ingarbugliato e poi m'erano piaciute molto alcune sue Poesie operaie, tra cui splendida quella sul porco… Poi avevo letto famelico Cristi polverizzati ma l'avevo trovato parecchio ripetitivo (ma anche bellissimamente ripetente) e noioso, c’era però degli sprazzi che m’erano piaciuti molto, specie dove il poeta parlava di come a Fermo negli anni suoi del fascismo c’erano i magnagatti, la gente metteva ad essiccare sui fili della finestra conigli e gatti, ché il coniglio e il gatto hanno lo stesso sapore e una volta spellati ed esibiti sui balconi per sgocciolare non fanno alcuna differenza... l'unica differenza in realtà è che i conigli si potevano ammazzare alla luce del sole, nel vicolo, davanti a tutto il popolo, mentre i gatti andavano ammazzati di notte, allo scuro, buttate le budella nella fogna e poi mischiati ai conigli… 
Ho indagato se pure giù da me c’era questa grossa bisogna e si magnavano i gatti a quei tempi ma c’è una incredulità, una reticenza tra la gente su questo tema, che preferiscono tutti svicolare e passare di gran lena a parlare dei cinesi che vengono calunniati magari a ragione magari a torto non lo so di starsi pappando quasi tutti i gatti del porto piuttosto che parlare di quando eravamo noi italiani a mangiarne per penuria d'altro. 
(Qualche tempo fa i gatti del porto e del cimitero davano fastidio a tutti, oggi fanno brodo contro i cinesi e sono convinto verranno prima o poi nominati patrimonio della città). 



Ma torniamo alla nostra domenica calcistica. Quel giorno, arrivati a Fermo prima tempo per poterci godere un po’ il paese e vedere qualche cosa di paesaggio e  urbanistica – ché noi in effetti mò che ci pensavamo di Fermo in passato avevamo visto solo lo stadio – io e un altro amico che eravamo in due ad essere partiti, era mezzogiorno, trovammo il paese vuoto, di un vuoto assoluto, come definitivamente spopolato… Avevamo parcheggiato sotto le mura e da là avevamo cominciato ben presto a girare (a salire) come a spirale su quel paesino fatto tutto a curve e a strati come una torta nuziale. Gira che ti rigira, sali che ti risali, non ci fu verso di acchiappare cogli occhi altro che scarpinate, erte, porte chiuse, usci inchiovati, un cameriere che passava lo strofinaccio sul tavolo e qualche carabiniere sbadigliante con un forte accento meridionale (lo sapevate che pure gli sbadigli tenevano l’accento?). 
Non c'era nessuno, di domenica, con un sole pieno che lampeggiava tenero ed autunnale, coll’aria friccicarella che dà gusto, per passeggiare e chiacchierare fuori, una bella domenica, con un cielo grandioso, la piazza era deserta, bianchissima come tutte le case del pietroso paese. Ecch'è qua? si so' morti tutti quanti? pensavamo.  
Se con un po' di fortuna avessimo trovato in piazza una testa di cavallo mozza o un manichino di modista o un metro da sarta per prendere le misure, eravamo a tutti gli effetti dentro una immaginazione di De Chirico o di Savinio (che poi mi sa che erano pure fratelli). E a dire il vero, più salivamo per quelle stradicciole in costa, più ci sembrava di ascendere verso una immaginazione surrealista, o una rarefazione metafisica, lontani anni luce comunque dalla lingua talebana di Di Ruscio e dalle sue storie... Ma io con quel tipo di suggestioni metafisiche non c'entravo davvero niente, e manco l'amico mio, più terreno e famelico che mai, che non vedeva l'ora di darsi al vino di qualche cantina (a trovarla una aperta!) e alle gustose cibarie di qualche trattoria… 

Sapevo già da me, a quel punto, che se volevo prendere qualche accento dirusciano nell'aria dovevo prenderlo allo schizzo, come veniva veniva, in qualche finestra aperta per caso colla gente che mangia dentro o qualche lavandaia che appendeva una maglia ai ferretti fuori come le pelli di gatto nel tempo fascista. Ma non c'era nessuno... e dire che a leggerlo, sto Di Ruscio, a volergli dare retta, le piazze a Fermo erano piene di gente (mica solo a sentire i discorsi di Mussolini al sabato), le persone parlavano tantissimo, c’avevano una bella voce viva… e io m’ero incuriosito, ché tante parole sonavano uguali al dialetto mio, cello per cazzo, fetare per covare, fornetto per loculo del cimitero, parare le pecore per parare le pecore e altre che mò non mi ricordo ma v'assicuro che ne erano una marea, visto che s’era tutti d’area picena… nonostante mò Fermo facesse provincia assé.



Fermo calata nel più inquietante silenzio, questo austero abito, era l’accoglienza che ci riservava la cittadina. Ma, d’altronde, eravamo forse noi papi, re, marchesi o cardinali? E allora... 
Eppoi, lo dico fraternamente, non gliene volevo, alle genti fermane, che non uscissero di casa per venirci a salutare e sbracciarsi di complimenti… anche a me, da più piccino, nell’età adolescente, mi c’era voluto del tempo, per sbocciare; e non amavo molto farmi vedere in giro durante i primi, goffi, sfarfallamenti; preferivo sfarfallare per cavoli miei e poi semmai quando avessi imparato uscire e farmi vedere (ma manco tanto) e così ora mica mi andava di prendermela con quel paese se non c’era verso di vederne un rappresentante che svolazzasse da nessuna parte. Svolazzeranno di più la sera, o nel tardo pomeriggio… che fretta c’era? 
Sapendo del carattere abbastanza pontificio dei fermani, non ci demmo subito per vinti, era pure ora della "santa messa", ce ne andammo al Duomo antico della città, che stava proprio sul clivo più alto di tutti, a dominio del paese e di tutto il versante… andammo per vedere qualche simile e non rimanere proprio soli soli dentro quel gran quadro metafisico… dice vai a Fermo me lo fate incontrare un fermano o no? E perché, è obbligatorio incontrare fermani a Fermo? 
Ad ogni modo, come largamente previsto, al Duomo ci stava il pienone, e di facce ce ne erano tante, anche se voltate di spalle... Così avevamo visto anche i fermani, di nuca ma li avevamo visti. 

Rincuorati, tornammo indietro, verso la piazza, sottoponendoci però stavolta alla sola ripida discesa che comunque dovevi stare attento a puntar bene i piedi e far forza se non volevi sfracellarti giù dal dirupo della collina... Chissà mi dicevo che bel culo duro ci avranno le donne di Fermo, co’ tutte stradine inerpicate che devono essere un bell’allenamento per i glutei... me le immaginavo tutte stile Pellegrini… la nostra splendida campionessa di nuoto… Certo mi rendo conto adesso mentre scrivo che pure codeste ragazze che noi non avevamo visto, nemmeno a messa al Duomo (forse andranno allo stadio?), se non escono mai, se stanno sempre chiuse sotto chiave, altro che culi duri… altroché! a stare sempre a casa sedute, penso, forse tanto dure e Pellegrine, codeste fermane, non sono. 
  
In piazza, come prima, non c’era nessuno. Fortuna che stavo in compagnia… D'altronde, si sa, i borghi sono belli, specie quelli turriti, e in salita... quei bei borghi tutti alti e a punta, cincischiati qua e là come era uso costruire nelle Marche, sul cu cuz zo lo del la col li na; ciò non toglie però che è sempre meglio andarci in compagnia di qualcheduno, anche solo per trovare una buona trattoria e pasteggiare assieme, ché è facile dopo un po' farsi assalire dalla strana angoscia dei borghi: l'angoscia dei borghi, per chi la conosce, è la vera caratteristica paesaggistica di quei luoghi, una specie di mal di pancia dell’anima, un fiato di paese insopportabile, un miasma che per chi viene da fuori (e da un altro borgo) si sente subito, forse proprio perché è tanto simile ma meno abituale del nostro. Subito lo sbalzo umorale si fa fortissimo e quello che prima sembrava una bella giornata di sole che apparecchiava una spianata di delizie e piaceri turistici si trasforma in un pomeriggio desolante e svenevole, in una parola: corrotto. Io, d’altronde, facile a farmi assalire dalle vampe di gioia, come da quelle delle tristezze, ne so qualcosa, di queste cose. Potete affidarvi. Meglio cercare subito una trattoria. Una sedia, un tavolo. Qualcosa per dimenticare tutto.
In piazza era aperto solo il caffè centrale, Caffè 900, dove ci mettemmo seduti io e l’amico a pranzare, senza stare manco a preoccuparci dell’orologio e di quando cominciava la partita, finché mézzi di vino come eravamo non ci alzammo difficoltosi perfino a camminare. Avevamo ordinato un tagliere sano con salumi della zona dove spicca su tutti la prelibatissima galantina (non di gatto, dicono) e continuarono a viaggiare le bottiglie di vino per tutto il tempo del pranzo, scelto (il vino) dopo aver visto una carta da capogiro non solo per il prezzo e dopo averne assaggiati diversi, di prova... bastavano quelli a stonarti. Ma andammo avanti. 
All’oste che si rivelò come suole in certi casi molto cordiale e disponibile – tranne che alla conta finale – e che era di un paese là vicino, chiedemmo ispirati dai fumi veniali se era normale di domenica, a mezzogiorno, che è un po’ il clou della piazza da noi, che veramente da noi in piazza c’è la gente così che non ci si entra più, qua era normale che non ci fosse un cazzo di nessuno? 
Disse che Fermo è strana, spettrale, - parole sue - ci sono dei giorni no che, senza motivo, come se si mettessero d’accordo di nascosto non usciva praticamente nessuno, o altre volte che uscivano tutti insieme. Una cosa, disse, strana assai. 
Noi, con un po’ di fortuna, come è nostro costume, acchiappammo la giornata no. Nel frattempo, forse sognati forse no, mbò, entrarono altri avventori, tutti di fuori però, della costa sembravano o addirittura della Russia sovietica... ma non c’era più tempo dovevamo andare. Barcollando e cercando di non cadere per le ripidissime strade del paese tornammo alla macchina diretti alla partita (probabilmente già iniziata).



Acchiappammo la giornata no anche allo stadio, uno stadiuccio all’inglese molto bellino, dove per quanto ce ne fregava arrivammo con mezz’ora di ritardo e dove (ancora) i ventotto in campo produssero uno spettacolo penoso che proseguì indifferentemente per i restanti sessanta minuti e oltre. Sul finire, come riguardasse qualcun altro (certo non riguardava né me né il mio amico che facevamo solo gli scemi sugli spalti), la Fermana con una rasoiata risolse la partita a suo favore con tanto di boato vecchi tempi della tifoseria locale, tempi che la Fermana arrivò a toccare la Serie B. La partita era stata di una noia mortale, una roba che ad andare a vedere una partita di calcetto a caso ai centri sportivi ci divertivamo di più, ma almeno c'era servita per smaltire la bomba che avevamo preso al gran caffè ‘900. Gli altri, in curva, erano d'umore diverso. Per fare i cazzoni chiedevamo ai nostri compaesani, benché perfettamente messi a fuoco dai medesimi, se erano tifosi locali (eravamo nel settore ospiti)... scherzi da scemi, più che da 'mbriachi, ma a noi ci facevano ridere uguale (perché 'mbriachi). Così, pure con qualche minuto di anticipo sul triplice fischio finale, uscimmo dallo stadio e ricalammo colla macchina la specchiata collina che ospita Fermo e arrivati in fondo girammo come scimuniti qualche volta attorno attorno alla rotatoria che fa da bivio per l'autostrada; qua, senza sapere né leggere né scrivere, al mio amico serviva una camicia, a me una giaccavvento di pochi soldi, ci venne il ghiribizzo di fermarci ad un out-let se si scrive così che c’è lì e proprio in questo grande out-let, senza che ci sperassi più, ritrovai un po' di quella umanità e di quel calore, di quella parlata di Di Ruscio, quel marchisciano sporco che tanto fa ridere gli altri italici… “Scusi signò che me pozzo pruvà lu cappotto?” “Prego prego nn’ se proccupi… lu sgabbuzzo lo trova in fonno là… dritt’allei” “Me sccusi eh” “Ma ce mangherebbe addro…”... mentre a Fermo Fermo non l'avevo trovata, avevo trovato una piana di silenzio, una collina… di silenzio, e quindi non era strano che per parlare con qualcuno, a Fermo, c'era bisogno di parlare di gente non proprio di Fermo Fermo, ché non c'era nessuno, ma bisognava andare in fondo…a fondo. 
Nessuno dei due trovò invece quello che cercava come vestiti e camiceria, e mentre l’altrettanto silente cordone di macchine di quelli del nostro paese che imboccavano l’autostrada per tornare a casa passava davanti al parcheggio dell’out-let ci rendemmo conto che una stagione della nostra vita era finita (emmenomale!), che della squadra e della partita non ce ne poteva fregare di meno – pure se a distanza di tanti anni sempre di Fermo e del suo stadio torno a scrivere, probabilmente ancora rifiutato – e che pure se avevamo perso andavamo via col sorriso, ché almeno noi con qualcuno di Fermo (anche se Fermo bassa) c’avevamo parlato… gli altri sempre tra di loro Giglie alè Giglie alè... o sempre chiusi in casa o chiusi in sé stessi... mi sa proprio di no… 





Post più popolari del mese

Victor Cavallo poeta