Chi avrà poi assurdamente comprato l'abito vincitore del premio Grillparzer?



Stamattina, dopo molto molto tempo dall'ultima volta, mi sono recato nel negozio di punta di un fiabesco centro commerciale del centro-sud, per acquistare un abito, un completo, perfettamente blu, da cerimonia. 
Come sempre in tali faccende, ho bisogno degli accompagnatori... una donna a me legata sentimentalmente di solito, più la commessa del negozio, anche non legata a me sentimentalmente, per decidermi. Anche oggi non è stato diverso. E pure oggi, malgrado avessi scelto immediatamente l'abito, sono stato due ore a provarlo e riprovarlo per via della taglia. 
La commessa, di una gentilezza naturale, del tutto esorbitante il suo mestiere (in quanto le scorbutiche si scovano dopo i primi dieci minuti), mi ha assicurato che mi stava a pennello ma che se avessi avuto pure il ben che minimo ripensamento, sarei potuto tranquillamente andare a cambiarlo conservando lo scontrino. 
Tutto questo, nonostante io non avessi nessuna cerimonia letteraria cui presenziare o alcun premio in denaro da ritirare, mi ha fatto tornare in mente lo splendido primo racconto di quel gioiello che sono I miei premi di Thomas Bernhard, lo scrittore filosofico. 
Spero di non incappare in una qualche denuncia adelphiana se pubblico questo primo racconto per intiero nella mia umile bottegola: 



Il Premio Grillparzer

Per il Premio Grillparzer conferitomi dall’Accademia delle Scienze di Vienna dovetti comprarmi un abito, poiché due ore prima della consegna ufficiale del premio mi ero reso conto all'improvviso che non potevo presentarmi in pantaloni e maglione a quella cerimonia senza dubbio straordinaria, e così nel bel mezzo del cosiddetto Graben avevo preso effettivamente la decisione di andare al Kohlmarkt e rivestirmi con adeguata solennità, a questo scopo entrai nel negozio di abbigliamento maschile, a me ben noto per ripetuti acquisti di calzini, che portava il significativo nome di Sir Anthony, se ben ricordo erano le dieci meno un quarto quando misi piede nel Sir Anthony, la consegna del Premio Grillparzer avrebbe avuto luogo alle undici e dunque mi rimaneva ancora parecchio tempo. Il mio proposito era di acquistare, seppure di confezione, un abito di pura lana della migliore qualità, color antracite, nonché i calzini adatti, una cravatta e una camicia di Arrow, molto fine, a righine grigie e azzurre. La difficoltà di farsi comprendere subito in questi cosiddetti migliori negozi è ben nota, perfino quando il cliente dichiari dal primo momento e con la massima precisione quello che cerca, lo fisseranno dapprima occhi increduli, finché non abbia ripetuto la richiesta. Ma naturalmente nemmeno allora il venditore interpellato ha capito. Anche quella volta al Sir Anthony ci volle più del necessario per farmi condurre agli scaffali giusti. In realtà conoscevo già dai miei precedenti acquisti di calzini la disposizione di quel negozio e sapevo meglio del commesso dove avrei trovato l’abito che cercavo. Mi diressi allo scaffale degli abiti che potevano fare al caso mio e indicai un completo ben preciso, che il venditore tirò giù dalla gruccia per sciorinarlo davanti ai miei occhi. Esaminata la qualità della stoffa, feci subito una prova in cabina. Mi piegai un paio di volte in avanti e mi allungai all’indietro, e decisi che i pantaloni mi andavano bene. Indossata la giacca, mi rigirai un paio di volte davanti allo specchio, tirai su e giù le braccia, la giacca andava altrettanto bene. Con l’abito indosso feci qualche passo per il negozio, approfittandone per scegliere la camicia e i calzini. Infine dissi che avrei tenuto addosso l’abito e che volevo mettermi anche la camicia e i calzini. Scelsi una cravatta, me l’annodai, la strinsi quanto era possibile, e dopo un nuovo esame allo specchio pagai il conto e uscii dal negozio. I miei vecchi pantaloni e il maglione me li avevano infilati in una borsa di carta con la scritta Sir Anthony sicché, con questa borsa in mano, attraversai il Kohlmarkt per raggiungere mia zia, con la quale avevo appuntamento al ristorante Gerstner in Kàrntnerstrasse, al primo piano. Da Gerstner intendevamo mangiare uno o due sandwich subito prima della cerimonia, per prevenire eventuali malesseri o mancamenti nel corso della procedura. La zia era già al Gerstner, definì accettabile la mia metamorfosi e pronunciò il suo famoso massi Quanto a me, erano anni che non indossavo un abito, anzi fino a quel momento mi ero presentato sempre e solo in pantaloni e maglione, perfino a teatro andavo, semmai, solo in pantaloni e maglione, soprattutto pantaloni di lana grigia e un ruvido maglione di lana di pecora di un colore rosso squillante che un Americano di buon umore mi ha regalato subito dopo la guerra. In questa tenuta, ricordo, ero andato un paio di volte a Venezia ed ero stato anche al famoso teatro La Fenice, fra l’altro per una rappresentazione del Tancredi di Monteverdi diretta da Vittorio Gui, e con quegli stessi pantaloni e maglione ero stato a Roma, a Palermo, a Taormina e a Firenze, nonché in quasi tutte le altre capitali d’Europa, senza contare che quegli indumenti li portavo quasi sempre anche in casa: più consunti erano pantaloni e maglione, più ci ero affezionato; per anni mi ero fatto vedere solo con quei pantaloni e quel maglione indosso e ancor oggi gli amici di allora mi chiedono che ne è stato di quei pantaloni e quel maglione, quegli indumenti li ho portati per più di un quarto di secolo. Tutt’a un tratto, ripeto, sul Graben e a un paio d’ore dalla cerimonia della consegna del Premio Grillparzer, quegli indumenti concresciuti per decenni con il mio corpo li avevo trovati inadatti a una celebrazione legata al nome di Grillparzer, e che per di più avrebbe avuto luogo presso l’Accademia delle Scienze. Nel sedermi, da Gerstner, ebbi a un tratto la sensazione che i pantaloni mi andassero stretti, ma con un paio di pantaloni nuovi, pensai, si ha probabilmente sempre questa sensazione, pure la giacca mi parve all'improvviso troppo stretta, e anche riguardo alla giacca pensai che la cosa fosse normale. Ordinai un sandwich e ci bevvi sopra un bicchiere di birra. Chi aveva ricevuto prima di me quel cosiddetto Premio Grillparzer? chiese mia zia, e lì per lì mi venne in mente soltanto Gerhart Hauptmann, l’avevo letto una volta per caso e proprio in quell’occasione ero venuto a sapere che esisteva un Premio Grillparzer. Il premio non viene assegnato con regolarità, ma solo di caso in caso, dissi, e pensai che tra un’assegnazione e l’altra trascorressero addirittura sei o sette anni, talvolta forse solo cinque, di preciso comunque non lo sapevo, e non lo so neppure oggi. Anche la solenne consegna del premio, com’è naturale, mi rendeva nervoso, e cercai di distogliere i pensieri miei e della zia dal fatto che all’inizio della cerimonia mancasse ormai soltanto una mezz’ora, raccontandole l’inaudita enormità che proprio nel bel mezzo del Graben avessi preso la decisione di comprarmi un abito per la cerimonia e che per me fosse stata una cosa ovvia entrare in quel negozio sul Kohlmarkt in cui si possono acquistare i completi inglesi delle ditte Chester Barrie e Burberry. Perché, già che c’ero, non avrei dovuto comprare un abito di prima qualità, seppure di confezione? mi ero detto, e così il completo che ora indossavo era un abito della ditta Barrie. La zia si limitò a palpare di nuovo la stoffa, e fu soddisfatta della qualità inglese. Pronunciò di nuovo il suo famoso massi Del taglio non disse nulla. Era quello classico. Lei era molto felice che l’Accademia delle Scienze mi consegnasse oggi il Premio Grillparzer, disse, anche orgogliosa, certo, ma ancor più che orgogliosa era felice, dopodiché si alzò e io scesi dietro di lei le scale di Gerstner e uscimmo sulla Karntnerstrasse. Fino all’Accademia delle Scienze c’erano solo pochi passi. La borsa con la scritta Sir Anthony mi dava molto fastìdio, ma non potevo farci nulla. Depositerò la borsa prima di entrare nell’Accademia delle Scienze, mi dissi. Anche un paio di amici si erano messi per tempo in cammino per non perdersi i festeggiamenti in mio onore, li incontrammo nell’atrio dell’Accademia delle Scienze. Lì si era già radunata molta gente e sembrava che il salone delle feste si fosse già riempito. Gli amici ci lasciarono tranquilli e noi ci guardammo attorno nell’atrio, alla ricerca di un qualche personaggio che ci accogliesse. Con la zia andai più volte su e giù per l’atrio dell'Accademia, ma nessuno prese minimamente nota di noi. Entriamo allora, dissi, e pensai: in sala un qualche personaggio mi accoglierà e mi accompagnerà, con la zia, al posto che ci compete. Nell’atrio tutto faceva pensare a enormi festeggiamenti, ed ebbi effettivamente la sensazione che le ginocchia mi tremassero. Come me anche la zia si guardava attorno di continuo alla ricerca di un qualche personaggio che ci accogliesse. Invano. Così andammo a metterci semplicemente sulla porta del Salone delle feste e aspettammo. Ma la gente si accalcava per entrare e ci urtava di continuo e dovemmo riconoscere che avevamo scelto il luogo più inadatto per aspettare. Allora, nessuno viene ad accoglierci? pensammo. Ci guardammo. La sala si era già riempita quasi del tutto, e precisamente al solo scopo di consegnare a me il premio Grillparzer dell'Accademia delle scienze, pensai. E nessuno viene ad accogliere me e la zia. Con i suoi ottantun anni lei aveva un aspetto magnifico, elegante, intelligente, e in quei momenti mi era apparsa coraggiosa come non mai. Laggiù sul palco avevano già preso posto alcuni musicisti della fisarmonica, e tutto faceva pensare che la cerimonia stesse per avere inizio. Ma di noi due, che, come credevamo, avremmo dovuto essere il centro della festa, nessuno aveva preso ancora nota. così ebbi all'improvviso un'idea: ora entriamo, dissi alla zia, e andiamo semplicemente a sederci lì al centro della sala dove c'è ancora qualche posto libero, e poi stiamo a vedere. Entrammo e ci dirigemmo verso quei posti ancora liberi al centro della sala. Molte persone dovettero alzarsi e ci fecero le loro rimostranze mentre ci insinuavamo a fatica nella fila di poltrone. E ora eravamo seduti in decima o undicesima fila al centro del salone delle feste dell'Accademia delle scienze e stavamo a vedere.  A quel punto tutti i cosiddetti ospiti d’onore avevano già preso posto. Ma la festa naturalmente non aveva inizio. E soltanto io e la zia sapevamo perché. Laggiù sul palco signori inquieti andavano avanti e indietro a intervalli sempre più ravvicinati, come se cercassero qualcosa. E in effetti qualcosa stavano cercando, e cioè me. Il frettoloso andirivieni di quei signori sul palco durò qualche tempo, nel corso del quale in sala si era già diffusa una certa agitazione. Nel frattempo era arrivata anche la ministra della Ricerca scientifica e aveva preso posto in prima fila. Era stata accolta e accompagnata al suo posto dal presidente dell’Accademia, che si chiamava Hunger. Anche una serie di altri cosiddetti notabili a me sconosciuti erano stati accolti e accompagnati nella prima o nella seconda fila. Tutt’a un tratto vidi che un signore sul palco sussurrava qualcosa all’orecchio di un altro signore e contemporaneamente indicava con la mano tesa la decima o undicesima fila, soltanto io sapevo che stava indicando me. Ora accadde quanto segue: il signore che aveva sussurrato qualcosa all’orecchio dell’altro signore indicando me scese nella sala e venne esattamente fino alla mia fila, e si fece largo, in questa fila, fino a me. Ma come mai si è seduto qui, lei che è il protagonista della festa, e non là in prima fila, dove noi, disse effettivamente «noi», dove noi avevamo riservato due posti per lei e la sua accompagnatrice? Come mai? chiese di nuovo, e parve che tutti gli sguardi della sala si appuntassero su di me e su quel signore. Il signor presidente, disse quel signore, la prega di venire avanti, venga avanti, la prego, il suo posto è proprio accanto alla signora ministra, signor Bernhard. Già, dissi io, se è così semplice, ma naturalmente mi; sposterò in prima fila solo quando il signor presidente Hunger in persona mi avrà invitato a farlo, ovviamente solo se sarà il signor presidente Hunger in persona a invitarmi. A questa scena la zia tacque e gli invitati guardarono tutti verso di noi, e quel signore ripercorse l’intera fila, tornò in testa alla sala e, accanto alla signora ministra, sussurrò qualcosa all’orecchio del presidente Hunger. In sala si era diffusa intanto una grande agitazione, che solo grazie ai primi tocchi dei filarmonici impegnati ad accordare i loro strumenti non era divenuta qualcosa di as« solutamente terribile, e io vidi che il presidente Hunger si incomodava a venire da me. Ora ci vuole fermezza, pensai, occorre dimostrare intransigenza, coraggio, coerenza. Non andargli incontro, pensai, così come loro non sono venuti incontro a te, e stavolta nel vero senso della parola. Quando il presidente Hunger fu arrivato da me disse che si rammaricava, di che cosa si rammaricasse di preciso non lo disse. Mi accomodassi con mia zia in prima fila, disse, il posto mio e di mia zia era fra la signora ministra e lui. Così la zia e io seguimmo il presidente Hunger fino alla prima fila. Quando ci fummo seduti e un mormorio indefinibile ebbe fatto il giro dell’intero salone delle feste, la cerimonia potè cominciare. Credo che i filarmonici abbiano suonato un pezzo di Mozart. Seguirono alcuni discorsi più o meno lunghi su Grillparzer. Guardando verso di lei vidi a un certo punto che la signora ministra Firnberg, questo il suo nome, si era addormentata, la cosa non era sfuggita nemmeno al presidente Hunger visto che la ministra russava, molto sommessamente ma russava, russava del sommesso russare ministeriale ben noto a tutto il mondo. Mia zia seguiva la cosiddetta cerimonia con la massima attenzione, di tanto in tanto, quando in uno dei discorsi c’era un passaggio troppo stupido o anche solo troppo balzano, mi lanciava uno sguardo d’intesa. Per noi due fu una vera esperienza. Finalmente, dopo un’ora e mezzo circa, il presidente Hunger si alzò, salì sul palco e annunciò il conferimento del Premio Grillparzer a me. Lesse qualche parola di elogio del mio lavoro, non senza nominare un paio di tìtoli di drammi che a suo dire sarebbero stati miei, ma che io non avevo mai scritto, ed elencò una serie di celebrità europee, onorate prima di me con il Premio Grillparzer. Il premio andava al signor Bernhard per la pièce teatrale Una festa per Boris, disse Hunger (la pièce che l’anno prima il Burgtheater aveva rappresentato, malissimo, all’Akademietheater) e poi allargò le braccia come se volesse abbracciarmi. Era il segnale che dovevo raggiungerlo sul palco. Mi alzai e mi diressi verso Hunger. Lui mi strinse la mano e mi consegnò il cosiddetto attestato di conferimento del premio, il cui cattivo gusto, come quello di tutti gli altri attestati dei premi che ho ricevuto, era insuperabile. Non avevo intenzione di dire qualcosa, su quel palco, e neppure mi era stato richiesto. Così dissi, per soffocare il mio imbarazzo, soltanto un brevissimo Grazie! e subito scesi dal palco e tornai in sala a sedermi. A quel punto anche il signor Hunger si sedette e i filarmonici suonarono un pezzo di Beethoven. Mentre i filarmonici suonavano ri-flettei sulla cerimonia che si stava giusto concludendo, della cui comicità, mancanza di gusto e sventatezza, com’è naturale, non avevo avuto ancora il tempo di rendermi conto sino in fondo. Non appena i filarmonici ebbero finito di suonare, la ministra Firnberg si alzò, subito imitata dal presidente Hunger, ed entrambi salirono sul palco. Ora tutti in sala si alzarono e cercarono di farsi largo fino al palco, naturalmente dirigendosi verso la ministra e il presidente Hunger, che parlava con la ministra. Io, con la zia, me ne stavo lì vicino come raggelato e ascoltavo con crescente sconcerto il brusio sempre più frenetico di quel migliaio circa di persone. Dopo qualche tempo la ministra si guardò attorno e, con un tono d’impareggiabile arroganza e stupidità nella voce, chiese: ma dove si è cacciato il nostro scrittorello ? Io stavo proprio accanto a lei, ma non osai darmi a riconoscere. Presi mia zia per il braccio e abbandonammo la sala. Senza che nessuno ci trattenesse o anche solo prendesse nota di noi lasciammo, all’una del pomeriggio, l’Accademia delle Scienze. Fuori ci aspettavano alcuni amici. Con loro andammo a pranzo nella cosiddetta Bierklinik Gòsser. Un filosofo, un architetto, le rispettive mogli e mio fratello. Tutta gente allegra. Non so più che cosa mangiammo. Allorché, durante il pranzo, mi fu chiesto a quanto ammontasse il premio mi resi per la prima volta davvero conto che a quel premio non era legata alcuna somma in denaro. Ora la mia umiliazione mi apparve più che mai un’ignobile insolenza. E' uno dei massimi onori che possa toccare a un Austriaco ricevere il Premio Grillparzer dell’Accademia delle Scienze, disse uno dei commensali, credo fosse l’architetto. Una cosa enorme, disse il filosofo. Mio fratello, come sempre in simili circostanze, rimase in silenzio. Dopo mangiato ebbi a un tratto la sensazione che l’abito nuovo appena comprato mi andasse troppo stretto e, senza pensarci su molto, tornai in quel negozio sul Kohlmarkt, il Sir Anthony insomma, e lì dichiarai in tono piuttosto risoluto, ma non senza la massima cortesia, che desideravo cambiare quell’abito, come ben sapevano lo avevo appena acquistato, ma per me era troppo piccolo di almeno una taglia. Fu la mia risolutezza che indusse il venditore al quale mi ero rivolto ad andare subito allo scaffale da cui avevo preso l’abito. Senza obiezioni mi fece indossare il medesimo abito, ma della taglia superiore, e subito ebbi la sensazione: questo sì che va bene. Come avevo fatto, solo un paio di ore prima, a credere che l’abito della taglia inferiore potesse andarmi bene? Non riuscivo proprio a capirlo. Ora avevo addosso effettivamente l’abito giusto, e uscii dal negozio con enorme sollievo. Chi acquista quel completo che ho appena restituito non sa che è stato con me alla cerimonia per la consegna del Premio Grillparzer dell'Accademia delle Scienze a Vienna, pensai. Era un pensiero assurdo. A quel pensiero assurdo mi risollevai. Trascorsi con la zia una piacevole giornata e continuammo a ridere del fatto che al Sir Anthony mi avessero cambiato l’abito senza fare storie, benché lo avessi già indossato per la consegna del Premio Grillparzer all’Accademia delle Scienze. Che sia stato così disponibile è qualcosa di cui sarò sempre grato al personale del Sir Anthony sul Kohlmarkt.



Ciò per concludere che alla fin fine, ci si lamenta tanto di tutto e tutti, ma dei commessi e delle commesse dei negozi, grandi e piccoli, e della loro grande disponibilità umana e commerciale, non ci si dovrebbe lamentare mai.

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Victor Cavallo poeta