Un canovaccio della mia vita pensosa




Dopo la repentina uscita di scena di mia madre, toccò a me l'onere di ritirare la pensione della nonna (a mio padre non si pensò nemmeno, per via della sua fama). 
Mia nonna mi consegnò il libretto e il bancomat, senza riflettere troppo sui pericoli insiti in una carta bancaria, specie per un giovinotto della mia risma. Il mio compito si limitava a quello di un normale portavalori: ritirare i soldi dal bancomat e riportarli sani e salvi a casa... avrebbe fatto dopo lei, insaponando le dita, le debite parti, riservando per me, necessariamente, quella più generosa. 
Disporre di un bancomat può però fare gola a chiunque e portare sulla brutta rotta anche il più benigno degli uomini. E qui io debbo confessare con una punta di rossore sulle scarnite gote che a me non ne fece praticamente mai.... questo perché non ho probabilmente nessuna fissa coi quattrini che mi piacciono sì ma fino ad un certo punto... non tanto ad ogni modo da morirgli dietro per guadagnarmeli o arraffarli, stimando come ricchezza massima il lavorare il meno possibile e far nel mio tempo ciò che più mi piace. Eppoi, una volta che uno ha tutto per la sua bisogna, che s'è comprato una bella giacca, qualche camicia di cambio, delle scarpe eleganti Bata, un'edizione rara del Fermo e Lucia, per una persona come me che mangia ridotto all'osso, che non ha che pochi miseri vizi abbondantemente pareggiati dal bastevole salario e che non intende tirar su famiglia... oh allora coi soldi che ci deve fare? Non gli son sempre troppi? Capita per soprammercato poi che io sia natura pressoché vincente che esce dai raduni pokeristici o dalle schermaglie con il lotto con in tasca vincite persino doppie rispetto all'ora dell'entrata... suvvia, di che ciarliamo?
Così a me non venne mai in mente di sottrarre dalla cassa più del decoroso necessario per non sfigurare (ché proprio niente niente pareva brutto) e si andava avanti d'amore e d'accordo.

Dopo un certo numero di operazioni, il bancomat si inceppava: era quello il momento che le Poste Italiane volevano vedere in faccia il titolare del libretto che, volente o no, doveva presentarsi agli uffici e rilanciare con una firma e la ristampa di tutte le operazioni (il paese d'altronde gli è per sua fortuna gerontocratico).
A questo punto la mia signora nonna era avvisata. Si faceva il bagno, si improfumava, inforcava i bastoni e la dovevo portare all’ufficio. Qui però, come estremo pagamento per i miei servizi presenti passati e futuri, chiedevo che seguisse la recita che avevo escogitato per la situazione. In sostanza doveva reggere il gioco della mia condotta di nipote scellerato; a lei bastava far le viste d'essere la vittima di continui raggiri e sopraffazioni dal sottoscritto il quale davanti all'impiegata dell'ufficio rispondeva scocciato alle domande chiarificatrici emesse davanti alla nonna e che intimava addirittura quest'ultima di tacere una buona volta se i conti sciaguratamente apparivano di non ridare, lasciando l'ufficio in qualche pettegolo imbarazzo. Mia nonna, naturalmente, era felice come una pasqua di fare quella parte che a) la nobilitava vittima, b) mostrava al circondario in che pasticci di soldi era andata a finire lei dopo la morte della sua figliola, c) le dava maniera di mettere in mostra la sua incrollabile energia davanti alle avversità: ultima delle quali una sciagurata fine carriera nei campi della vita affrontata a testa altissima e con gran dignità di tutta la sua persona umana. 
Io dal canto mio arrivavo all'ufficio colla faccia del sonno... la barba dimenticata... qualche sgualcitura di troppo della camicia... un bicchiere due in corpo. Una potenziale canaglia. 
Qui, allora, davanti agli occhi vispi (si fa per dire) delle impiegate delle Poste, iniziava una splendida recita di quelle antiche, di un teatro messo su senza tanti mezzi, con uno dei tanti canovacci della mia vita pensosa.
Quanto preleva signora?
Mbè, milledue milleetre... bastano mi sa no, Din? va bene milleedue milleetre?
Fai duemila, è meglio... cifra tonda
Allora duemila...
Duemilaecinque va
Allora... duemilaecinque... va bene...
Sicura signora?
Se ha detto duemilaecinque.. concludevo tagliente io.
Ah va bene...
E clic clic col computer.
La cosa più bella era carpire il momento che le impiegate avevano capito, ovvero abboccato, alle nostre finte, alla mia boria in sottotraccia, alla simulata passività della nonna... le vedevi, queste impiegate, scambiarsi sguardi da una postazione all'altra, sentendosi furbe, come chi del mondo capisce al volo ogni corrispondenza (eccole qua la poesia baudelairiana del duemila!).  
Tutto ciò mi serviva, è chiaro, anche per creare quella fama, quella fame, quel personaggio letterario che in qualche maniera finii poi per diventare per davvero e che ora, col tempo che passa, la pensosità che aumenta, mbè, m'annoia... ma m'annoia veramente, come poche altre cose al mondo.


Da ciò sarebbe troppo facile carpire una morale, tipo sulle finzioni che sembrano realtà, la realtà che è una finzione, la verità annegata nel fondo di un pozzo senz’acqua... no, non voglio trarre nessuna morale, se non che mi piace sempre moltissimo giocare... col fuoco, e bruciarmi, semmai, fin sotto la pelle ché questo ormai, canovaccio o no, è la maniera che mi son trovato per tirare avanti nella losca vita che m'aspetta. E tanto mi basta e m’accontenta.    


Post più popolari del mese

Victor Cavallo poeta