La masseria





L'avevano incaricato dal ministero. Ogni mattina gli toccava fare un'ora di macchina per andare a lavorare e un'altra gli toccava a fine servizio per tornare indietro, a casa; ci andava volentieri però perché gli piaceva guidare (lavorare gli piaceva di meno) e traffico non lo incontrava per quel tragitto. A dirla tutta, forse i piaceri della giornata erano proprio quelle due ore di trasferta, specie al ritorno. Solo, in macchina, la campagna, il buio, la velocità. Solo.
S'era sposato da poco con uno di quei matrimoni senza ragionare tanto, che uno si piace e si prende, come non se ne fanno più. Allora sull'incarico del ministero - un posto da insegnante di scuola media - non ci aveva potuto tanto né ragionare né sputare sopra come altre volte e l'aveva preso al volo, appena chiamato. 
La moglie aspettava di qualche mese.

Una delle prime settimane, mentre andava alla scuola media, la mattina presto, passando per tutte quelle strade di collina e compagna che si vede il paesaggio turistico da brochure, aveva visto entrare in un grande chiosco che vendeva la frutta - FRUTTA MARIO & ANGELA PER TUTTI I GUSTI, PURE VERDURA - un'amica della moglie di nome Gianna, che era andata pure al matrimonio ma che si vedevano poco. 


Fermò istintivamente la macchina, facendo voltare anche altri clienti per il rumore della sgraziata frenata sulla breccia, e a quel punto non poté che scendere e andare pure lui verso il chiosco. Ma che m'è venuto in mente di fermarmi, si disse, tra un po' devo entrare a scuola. 
Era proprio Gianna. Frugava tra le pesche con lo sguardo indicando a quel Mario forse dell'insegna quali mettere nel sacchetto. C'era anche altra gente - il chiosco, nella sua semplicità e anche nel gelo in cui era calato (di quei chioschi che non gli serve il frigorifero), era molto grande; sembrava quasi un bazar. 
Alberto, così si chiama il protagonista di questa storia, invitò Gianna a prendere un caffè nel bar vicino. Che fai che non fai, vennero le undici ed entrambi risero perché avevano bucato la mattinata di lavoro, senza nemmeno avvisare, avvertire di qualcosa. Lei ragionava come ragioniera, scherzò, in una azienda che faceva i tappi per le bottiglie. Capirai che mi sono persa. 
A quel punto conveniva andare a mangiare qualcosa. Vabbè disse lei quasi quasi una macedonia poteva andare bene... avevano mangiato dolci tutta la mattina, in quel bar. 
Tornarono dentro al chiosco. C'era pieno di coppette di frutta da portar via, vaschette, sfizi, macedonia quanta ne volevano. Mario & Angela in un angolo del bazar tutti imbacuccati e col naso rosso mangiavano pasta e fagioli dai piatti fumanti. 
Presero due coppette e uscirono. 

Ora li ritroviamo sulle scale di una specie di masseria abbandonata che sembra di stare nel far west ma in realtà siamo a un cento passi dal chiosco della frutta
Andiamo di qua aveva detto Alberto... c'è una masseria. 
Non ci starà qualcuno... dei drogati? aveva provato a protestare lei. 
Macché... 
Andarono. 
Aia sterminata e una grande sensazione di tempo fermo come Alberto aveva provato in un suo viaggio in Russia da giovanissimo e poi guardando più in là, dall'altra parte da dove erano arrivati, un piccolo sentiero quasi morto e il finisterre e il mare a strapiombo. Sembrava tutto fuori posto.
Faceva freddo e cresceva la curiosità in Alberto soprattutto di andare a ispezionare le stanze della vecchia masseria. La porta era sprangata e con dei sigilli svolazzanti ma entrarono facilmente. A Gianna scappava da ridere. Si erano presi istintivamente per mano. Al tuo matrimonio, le aveva detto Gianna, mi eri sembrato un tipo noioso. Pure al taglio della torta... non avevi fatto una piega... serio composto... nei brindisi, un legnoso... sempre sovrappensiero ma di pensieri pesanti. 
Alberto s'era un po' messo a ridere di questo, perché gli sembrava che la sbronza che aveva preso quel giorno lo avesse fatto ridere per tutto il matrimonio e pure in chiesa, e che aveva fatto la figura da ebete e la cosa in realtà non gli dispiaceva, perché non gli interessava molto di quello che potessero pensare gli invitati dalla parte di lei, che lui non aveva praticamente avuto quasi il tempo di conoscere tutti, né tantomeno gli interessava quello che pensavano gli invitati suoi dalla parte sua: sono quel che sono e se bere mi fa sembrare ebete, penseranno che Silvia s'è sposata con un ebete. Che ci posso fare? Forse non è nemmeno il bere... sono proprio ebete di mio. La cosa lo divertiva pure. 
Invece aveva fatto la figura giusta coi parenti, pensò amaro adesso. Quello serio, composto, educato, dignitoso. Proprio un professorino delle medie. E pensare che dipingeva spesso di gente scapestrata che perde tutto o di gente che ride o che esce di scuola, esplodendo di gioia, o dall'ospedale dopo una lunga convalescenza; delle volte però aveva dipinto di gente che usciva dall'ospedale per la porta dell'obitorio, col carro pronto subito fuori. Così come aveva dipinto dei bambini colla testa mozzata (ma in verticale, no orizzontale). Forse, disse, non sono poi uno tanto allegro. Sono serio. Sì forse sono un tipo serio. Più serio che ebete... più serio che allegro. Un serio ebete allegro, ma più che altro serio.


Nel giro che stavano facendo sembrava che Alberto fosse un vecchio geometra in pensione innamorato della sua vecchia vita... guardava le volte, le pareti, i ganci al muro, come facendo delle misurazioni, geometriche ma anche antropologiche... questa era la stalla, qui dormivano i padroni che si sciacquavano la faccia da questa strana bacinella, qua l'ingresso era ad arco, mò s'è crollato... salirono al piano di sopra, colla scala fuori... ecco una loggia quasi tutta sgranata che bisognava stare attenti a dove mettere i piedi... altre stanze da letto malandate, mobili e divani spellati... il bagno col lavandino picconato, il cesso sottosopra colla bocchetta dell'acqua scoppiata, la parete esterna quasi tutta crollata... attraverso i mattoni mancanti si vedeva fuori la campagna... ma c'era pure la vasca da bagno, antica, rialzata, mezza annerita e con i calcinacci dentro. Una vecchia lavatrice. Delle scritte a spray sul muro. NON AMO LA VITA. 
Altre porte. 
Continuarono. 


S'erano fatte le cinque. Lui doveva essere a casa da un pezzo, lei aveva perso anche il pomeriggio di lavoro. Li avevano cercati, ma non s'erano fatti trovare. 
Alberto si quasi vergognò di questa fuga dal mondo di tutti i giorni. Gli sembrava come una cosa volgare e stupida. Ma cambiava idea ogni secondo. 
Sono proprio un ebete da matrimonio, si disse. Lei non parlava mai. Parlava sempre lui. 



***




Passò qualche tempo prima che Alberto potesse rifermarsi di nuovo da Mario&Angela a prendere due coppette di macedonia. Passò un mese esatto. Forse di più. 

Avevano fatto le cose un po' più elaborate stavolta, con più organizzazione, per evitare di dare ancora nell'occhio con lunghe assenze ingiustificate, comportamenti insoliti, arie stazzonate di rientro a casa. 
Lui s'era tagliato i capelli e pareva più giovane - dieci anni di meno. Lei aveva la gonna e un imbarazzo dissimulato con l'entusiasmo. 
Tornarono al vecchio bar dove avevano mangiato tutti quei dolci quella mattina, un bar che sembrava una casa normale. Chiediamo se hanno una camera, disse Alberto?
Ma come... non vogliamo tornare...
Ah... vuoi tornare.... no ma anch'io, lo sai... era per te, così... se... sai...
Non ti preoccupare. Mi piace molto quella masseria. Torniamo lì.
Va bene.
Prima però la macedonia. Eccoli là che vanno nel chiosco di frutta, prendono veloci due coppette ed escono quasi subito, come ragazzi che devono uscire in fretta da tutti i posti perché gli scappa da ridere quando stanno insieme, e s'incamminano verso la masseria...

La masseria non c'era più. Una parte era stata demolita di fresco, si capiva dai rottami ancora tutti per terra. Sulla parte frontale c'erano dei ponteggi con un carpentiere sopra che chiamava vociando quelli là sotto. Tiraggi di corde e carrucole, cazzerole piene di cemento che volano da una impalcatura all'altra nell'altalena edilizia. Pannelli indicavano dei lavori in corso d'opera, molti mezzi per l'aia davanti. Il cancello provvisorio della ditta chiuso. Costruzione di residence. Solo addetti ai lavori. 
Lei lo guardò appena e con grande timidezza, mentre lui disse ma vaffanculo va... e diede un calcio a una pietra. Niente. Qua è tutto chiuso. Stanno lavorando. Eccheccazzo però...


Erano stremati. Andarono al bar. Avevano buttato pure le macedonie per strada... Lui cercò di far capire all'oste che cosa cercavano, una camera per stare tranquilli. Questi ci mise un po' ad orecchiare le vaghe e ammiccanti parole di Alberto, ma alla fine gli disse che il suo bar non era un albergo a ore.
Girarono in macchina alla ricerca di questa camera per sfogare. Sulla costa qualcosa ci doveva essere, non erano lontani da S. Là trovarono quello che cercavano. Entrarono.

S'era fatta appena l'una. Si rivestirono e rimontarono in macchina. Per la saletta da pranzo dell'albergo tutta apparecchiata bene non c'era nessuno. Tutto rimaneva intatto lì dentro. Fuori mare grigio e pioggia. Ad Alberto vennero in mente dei ricordi estivi ma niente di che.
Dissero qualcosa di stupido sulla musica che passava in radio, mentre lui la riaccompagnava alla macchina, che era rimasta nello spiazzale di parcheggio dell'ortofrutta. Si salutarono con un po' di imbarazzo e tristezza. Lei scese molto lentamente e salì nella sua macchina. Non si videro mai più.

Post più popolari del mese

L'Ulisse di Joyce e la nuova traduzione di Newton Compton

L'arte di trollare