Storie di iperrealismo inurbano - corrente letteraria che va per la maggiore nelle campagne abruzzesi ma che pure sulla costa non scherza





REGNO CULINARIO

Per festeggiare i denti nuovi la zia di Serena ha voluto fare la pizza fatta in casa, riconciliandosi col regno culinario dopo molto tempo. 
La zia di Serena è stata per più di cinque anni con una media di dieci denti in bocca e “con quelli faceva tutto”. Poi al figlio, assediato dai problemi finanziari, gli è venuto in mente che i denti si potevano rimettere pure colla mutua, non è che dovevano andare per forza dai succhiasangue dei dentisti privati: hai aspettato tanto, ha detto Franco alla madre (il figlio si chiama Franco), mò arrivati a ssò punto, mese più mese meno, andiamo colla mutua, no?... prima o poi arriveranno pure i denti tuoi... che ti credi, gli ha detto, che gli altri so' più fregni di te, che fa tu sei figlia di mulo?
Così hanno fatto domanda, hanno aspettato quello che c'era da aspettare (non ti crede, gli aveva detto l'infermiere, pe' na protesi dentale... poi ssà devi fa' pure due estrazioni... ci starà d'aspettà due tre mesi... pure di meno... 'na cosa tranquilla 'nzomm') e un giorno che quessi già s'erano rassegnati che non li chiamavano più, l'hanno chiamata veramente, che si tenesse pronta che era arrivato il turno suo, gli rimettevano i denti nuovi, e poi è andata, l'hanno fatta, fine. 
Il figlio Franco, comunque, a cose fatte, ha voluto precisare che se vai colla mutua non è che non paghi proprio niente niente, lo diceva fuori al corridoio dell'ospedale... Qualcosa paghi sempre... però, poi per onestà ha aggiunto, vuoi mette?, paghi sempre 'na freca 'na freca di meno (robba duemila euro di meno! non so se...). 
E così la zia di Serena s'è rimessa i denti e ha fatto la pizza e la sera mangiava contenta. Chi ci rivuoi di più, gli diceva il figlio Franco... e ridi mò su! ridi!... effacci un bel sorriso! 
E la madre ha fatto un bel sorriso smagliante e ha detto o Franco mò sì che ti puoi sposare!... 
Ma Franco ha detto che non si sposa uguale.





LEONE

La famiglia Lallone aveva una cane piccolo da tanti anni, lo chiamavano proprio Caccinello, ovvero piccolo cane, e il suo nome era quello. 
Non era né cippato né accusato né vaccinato né niente, era solo un caccinello di campagna che avevano trovato vicino al cancello di casa una sera e niente l’avevano fatto entrare perché gli faceva pena. Poi seppero che era scappato da una casa abbandonata dove avevano vissuto per alcuni anni dei muratori albanesi che poi erano scappati pure loro, lasciando però all'abbandono tutto, pure i cani che erano nati un mese prima che loro cambiassero vita. Tra questi cani si salvò solo Caccinello e un fratello che l'avevano accolto una famiglia che abitava più giù sulla discesa rispetto ai Lallone; gli altri fratelli e la madre tutti morti o dispersi, come in guerra.
Aveva avuto una grande carriera di cane libero e sapiente, Caccinello, ma da qualche tempo s'era stancato, tutti i Lallone pure i più distratti se n'erano accorti, aveva perso lo smalto e lo guardavano come un fantasma.

Un giorno il patriarca dei Lallone, Mario Lallone, prese la decisione di dare una successione a Caccinello e portare a casa un cane nuovo e più grosso, Leone si chiamava sto cane, che era un misto tra un pastore abruzzese e un mezzo labrador, non lo sapeva manco lui, ma glielo voleva dare uno che c'aveva avuto la cucciolata e li buttava, un montanaro sopra a Montorio che aveva conosciuto lui lavorando coi mobili e che per il comportamento del cane gli aveva detto di non preoccuparsi ché "già gli aveva messo le educazioni lui... ché quesso è un cane che viene grosso... e se non gli dai la biada quand'è piccolo hai finito". 
Siccome Caccinello era vecchio e ormai faceva molte volte cilecca a fare la guardia, Mario senza dire niente a nessuno una sera tornando col furgone disse sai che è passo dal montanaro e mi riporto sto cane Leone; chi non gli piace i cani pensò tra sé e sé se ne può andare pure a dormire da un’altra parte, riferendosi ovviamente ai figli e ai genitori della moglie che stavano con lui.

Il cane Leone invece piacque a tutti, anche se fu chiaro dal primo momento che era eccessivo in tutto quello che faceva, soprattutto a mangiare ché mangiava ventiquattrore al giorno, compresa la monnezza, e saltando continuamente sopra alle persone, famigliari o non famigliari e tirando i vestiti come un invasato... 
Leone saltava e mordeva e da sto punto di vista non voleva sapere niente. Gioca, dicevano. Gli spuntano i denti...

Passò del tempo e il cucciolo Leone crebbe, ma purtroppo le sue intemperanze non scemarono. Di solito pernottava sotto la tettoia del pagliaio e stava tutto il giorno a scorrazzare assieme alle galline nella grande aia di casa Lallone, molte delle quali galline venivano prontamente azzannate e trovate morte la mattina; furibonde anche le liti e i ringhiamenti contro Caccinello (che si difendeva bene nonostante la piccola taglia), ma ciò che faceva di Leone Leone era che appena qualche umano usciva o entrava dalla casa, Leone gli si avventava sopra per giocare, stracciando jeans, camice, maglie, cappotti e ferendo anche con sfrici più o meno lievi le braccia e le gambe dei Lallone e non solo.

A poco a poco venne meno per molti componenti di quella famiglia la voglia di uscire di casa o ricevere delle visite. E si appiattirono molto sia come persone sia come famiglia. I figli di Mario per esempio non si sposarono mai e almeno gli ultimi se parlavano così pur parlè con qualcuno davano proprio la colpa a Leone ché li avrebbe frenati nel momento di massimo splendore della crescita. In compenso Mario s'era talmente dato all'ozio e al vino che si dovette separare dalla moglie perché il loro matrimonio era ormai fallito, ma i genitori di lei essendo molto vecchi e quasi fuori di sé per l'età senile avevano deciso che potevano rimanere anche lì, tanto andare dietro alla figlia sarebbe stato forse solo peggio e a uno come Mario che disturbo potevano dare. 
Casa Lallone divenne ben presto una specie di ospizio per ritardati. Mario soffriva molto per la separazione e avendo abbondanza di stanze nel suo cascinale, chiuse la sua vecchia camera matrimoniale, murando perfino la finestra che dava sull'aia. Il giorno dormivano quasi tutti, ormai abituati così e il pomeriggio esageravano sempre in un modo o nell'altro, ma c'era poi qualcuno che prendeva e se ne andava al paese per riportare un po' di spesa, il vino e le sigarette. Latte comunque non ne bevevano perché uscendo così poco fuori di casa erano tutti pallidi e bianchi cadavere. 
Leone che ormai aveva libero accesso anche in casa senza alcun controllo e divieto, era diventato un cane molto rispettato nella zona, abbaiava più forte degli altri cani e dominava anche Caccinello, nonostante il brutto carattere di questo animale e la sua aria di cane ormai sapiente che non era mai morto pur andando sulla strada. 
Un giorno, probabilmente forte di questa sua nuova posizione sociale, o forse per lasciare liberi e indipendenti i Lallone, Leone se la batté, inseguendo chissà quali sogni erotici. Ma bastò qualche giorno di latitanza per capire che ormai i suoi padroni non uscivano ugualmente (se c'era o non c'era non cambiava nulla) e che come famiglia così come s'erano ridotti erano spacciati, avendo troppe femmine e senza voglia di fare nulla, specialmente la prima che s'era proprio lasciata andare e non la voleva più nessuno.
Allora Leone rientrò da sotto la rete e si rimise a fare la guardia. 
Dormivano tutti.
Pure Caccinello... che sembrava quasi morto, come la famiglia Lallone. Ma alla fine erano tutti vivi, se così si può dire, e a Leone fu chiaro, anche se era un cane senza tanto sentimento, che a dei padroni così gli doveva fare un monumento, ché se erano come quell'altro, il montanaro, da mò che gli avevano tirato 'na schioppettata o rotto l'osso del collo... i Lallone non facevano niente invece, mangiavano bevevano e dormivano, e a Leone erano molto simpatici e cari, e gli sembrava di non essere mai uscito dalla grande cucciolata con i fratelli e le sorelle lassù in montagna ai tempi della sua lontana infanzia... E di questo passo, ricordo dopo ricordo, lacrima dopo lacrima, s'addormentò pure lui... e scese un gran silenzio per tutto il piazzale.