Cuore di iceberg



Cosa dire del buon Ierace? Buon Ierace poi... buono no di certo. Cattivo e maligno sarebbe meglio dire, meschino fin nel profondo dell'essere, fino alla pianta del piede. Ricolmo di livore e sentimenti tossici per tutti. Che lo possano accide' veramente, li murti su'.
Ierace era ed è anaffettivo. Completamente incapace di accordare un ditino di fiducia a qualcuno, totalmente incongruo ad ogni affetto, senza 'na bricioletta d'amore per nessuno, non dico solo per chi si conosce (che magari, sapete, delle volte ti sboccia proprio dal petto di non volergli bene, a chi si conosce - sarà per la troppa conoscenza della persona) ma dico per l'umanità in toto che essendo impalpabile ed astratta, irraggiungibile, è facile da amare, volendo, con un po' di senso dell'assoluto... tipo io per esempio amo i poveri... dice: e per te che ce vò? tu sei povero, ami la razza tua... Mica vero, è una questione estetica (o etica, o tutt'e due ché tanto so' la stessa cosa), e poi io c'ho un debole per gli sfortunati che ci devo fare? ci ho un debole per chi consuma il suo corpo non a chiacchiere ma per davvero. 
Ierace manco quello. Ierace era ricco, e senzacuore, c'aveva 'na farmacia al posto del cuore, un cuore a forma di cassetta di sicurezza della banca c'aveva. Assurdo! 
Assurdo... assurdo... assurdo mica tanto. Quando ci si trova davanti ad una personalità talmente inquietante come quella di Ierace cuor di iceberg, è giocoforza per un animo quale il mio fare delle ricerche diciamo filologiche per capire dove si origini tanta indifferenza per l'altrui destino, tanto cinismo, tanto torpore, tanta erosione. 
O Italiani, io vi esorto alle storie, disse l'alto Foscolo, io tutt'al più posso raccontare qualche storiella zozza da osteria brindando ai cinquant'anni di Paoletto l'amico nostro, però per una volta che mi calza come si deve la penna nella carta due cose su Ierace le voglio dire. Le voglio dire indubbiamente e per una volta non mi ce lo metterò il lacciolo sulla lingua. 
Dalle mie ricerche sull'etica di alcune persone (ed anche di Ierace) è venuto fuori il preciso identikit biografico e fisiologico della persona con pochi sentimenti. Quando dico con pochi sentimenti, quando dico anaffettivo, cari miei lettori, voglio dire in qualche misura che questa gente (c'è da compatirla, badate bene) soffre di non avere il sentimento della poesia, soffre cioè di non avere alcuno spirito religioso (e con religioso non voglio dire propinquo alle religioni istituzionali, tutt'altro): con religioso voglio dire poetico. Ci sono persone che non hanno alcun afflato verso gli altri, niente, tabula rasa, terra arsa e bruciata: cenere. Non sentono l'ignoto, contentandosi di vivere del solo noto. Du' palle per dio. Du' palle tante. Vedono il mondo tutto nero... e te credo, il mondo è nero veramente, mica no... ma vedercelo, nero, è tutta n'altra storia. Io so' abituato che le cose le vedo come pare a me.
Ierace facendo parte di questa schiera di persone nere mi metteva fortemente a disagio. Ma disagio forte. Io ho sempre cercato di non emarginarlo o peggio discriminarlo per questa sua povertà di cuore, per questa sua mancanza di umanità, anche quando egli, cuore di iceberg, diciamocelo, se la faceva sotto nei calzoni per il freddo (perché io conosco il tale bellimbusto dall'età scolare), allagando di piscia gialla sotto i banchi
I motivi per cui gli andava il mio affetto, marginalmente ricambiato, era perché io avevo perfettamente capito che il poraccio non era per nulla amato dai suoi genitori che anzi lo spernacchiavano ad ogni occasione utile, lo umiliavano e lo esasperavano come non mai per le sue lacune, le sue insufficienze scolastiche e vitali. Insomma lo dissanguavano ancor di più di poesia verso gli altri, dei sogni... lo trattavano come una spugnetta per pulire. Non gli volevano alcun bene. Lo odiavano anzi, perché s'era frapposto fisicamente tra il padre e la madre, generando la separazione e la disintegrazione della loro famiglia: solo nascendo aveva fatto danni irreparabili. E nessuno l'aveva voluto... Sembrava proprio, infatti, a guardare bene i genitori, che quel figlio glielo avesse davvero portato la cicogna... 
Ma Ierace, nonostante questa sua nascita d'affetti penosa (controbilanciata però da un patrimonio reddituale e immobiliare da far impallidire un piccolo capodistato), aveva ancora una chance per riprendersi in mano l'ignoto che i suoi aguzzini di genitori gli stavano strangolando, ed era, molto semplicemente, seguire la sua cerchia d'amici, cioè noi, nell'ingresso nel mondo del gioco d'azzardo. Porca la m... cosa c'è di più poeticamente ignoto, di più religioso che scommettere la propria testa, le proprie tasche, le proprie sostanze al massimo sul tavolo di gioco? C'è un momento, durante l'attesa, dopo aver scommesso tutto, in cui uno si situa talmente avanti con le sue sensazioni da uscire fuori dal tempo... si è talmente proiettati verso un futuro (chiamiamolo così) da uscire fuori dai nostri stracci, dai nostri miseri cenci umani. Ci si sbarazza della realtà data, quella comune, per indossare una nuova pelle, due nuovi occhi disperati. 
Certo, si potrà dire, Ierace a differenza vostra era ricco, e voi poveri, voi cercavate nella scommessa una rivincita sulle condizioni della vostra relativa miseria finanziaria, un riscatto, tentavate come tanta popolazione meridionale e no di forzare il destino (al Norde, per dire il Norde, io ho visto diverse volte mentre facevo la fila nelle ricevitorie delle signore tirar fuori tre-quattrocento euro alla botta per giocare a lotto)... volevate salire sull'ascensore sociale senza durare fatica ecc... Stronzate signorelli miei, stronzate. Sì, ovvio, c'era e c'è il desiderio di guadagnare deviando dal sentiero già tracciato dal nostro destino, sterzare... ma soprattutto c'è la passione per il gioco, la passione per l'ignoto, per l'amore, la poesia: ci spetterà come ricompensa un paio di ali per volar lontano, o da sotto al tavolo da gioco uscirà nient'altro che una pesante pietra per il nostro collo? Bisogna provarci. 

Mentre tutti i nostri coetanei (parlo di diversi anni fa), operai o quadri medi come direbbe Houellebecq, quand'avevano un tempo libero partivano con le loro veloci macchine verso le migliori discoteche d'Italia - discoteche dotate di vasche, acquari giganti, ambientazioni paradisiache ecc -  noi della nostra cerchia avevamo altri miraggi. Passando che non avevamo granché di soldi per approntare viaggi in macchina troppo distanti, i nostri miraggi, quando si poteva mettere insieme i quattrini dell'autostrada e quelli per le puntate (senza pensare ovviamente a cosa mangiare, dove dormire, come cambiarci ecc) i nostri miraggi erano Venezia e il suo casinò, o i casinò in genere. Quando mai Ierace è venuto con noi? Una volta sola, a dir tanto, o mezza volta. Giocava poco, di rimessa, puntando alla minima perdita, badando all'andarci a pari, badando al soldarello.... quando di soldi ne aveva a palate lo stronzo! Si dirà che lui a differenza nostra non aveva bisogno di destinare come alcuni pensionati di oggi tutta la pensione (mettiamo seicento euro) per comprare una decina di pacchi di grattaevinci, Ierace non ne aveva bisogno perché i soldi ce li aveva già, ma questo è corretto fino ad un certo punto, perché patrimoni come quelli di Ieraci, costruiti sulle medicine che si vendono, anche porta a porta dato il commercio in un piccolo paese, sono patrimoni scalfibili, se non proprio interamente distruttibili: conosco farmacisti che si sono giocati (e sono ammirevoli per questo) due-tre farmacie, tutte le loro farmacie cioè, rimanendo con un pugno di bustine di aulin in mano. Ecco, sciagurati o no, io credo che uno col senso della poesia ci cresce, non ci nasce, e Ierace, che poi s'è comportato come una merda con noi tutti per altri fatti, non ci crebbe. Figuriamoci se ci nacque.
Non dispero però, lo dico a pieni polmoni, che non gli venga prima o poi una botta di amore... ho sentito dire, vedete la vita che tipa che è, che si è sposato, Ierace, con una che si diletta a comporre versi, che le hanno pubblicato diversi libricini... chissà mai ci instrada il nostro Ierace sulla via che invano gli mostrammo tante volte noi povericristi?
Ovviamente tra le attività più nobili dello spirito ci sarebbe da annoverare ancora, in senso progressista, l'attività del buon cucinare, ma vale, all'opposto, in senso del tutto reazionario, il digiuno (sempre che non sia fatto a fini di dieta) e come corollario la clausura... ma di questo ne parliamo un'altra volta. 

Commenti

  1. la scusante psicologica però non regge... :P

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  2. era un'apologia dei poeti biscazzieri squattrinati e insieme a questo era anche probabilmente una annotazione sul pensiero di Houellebecq... (resta lo stesso un pezzo deboluccio, lo so).
    ho provato a mettermi dalla parte di Ierace contro la medesima voce narrante, ma purtroppo io il nichilismo neoliberista faccio fatica ad accettarlo (capire lo capisco).
    sulla scusante psicologica non saprei perché se non regge quella non regge niente - cosa per altro probabilissima. ma potrei non dare lo stesso significato che dai tu a scusante psicologica...

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  3. ma non lo so mica se resta un pezzo deboluccio... sto perdendo capacità critica (sto dubitando della capacità critica :P )

    l'intento l'avevo pure capi' (simpatia pe'l diavolo e cose del genere) solo che non credo il buon Ierace abbia tanto bisogno di scusanti: è sopravvivenza...!

    non lo so. io volevo solo dire che mi sembra più un problema storico che legato al singolo o agli scazzi di famiglia; però magari diciamo la stessa cosa


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  4. "Solo nascendo aveva fatto danni irreparabili".

    Eccola qui, l'essenza del nichilismo.

    Tutto il resto è contorno. Il pezzo si regge benissimo su questa frase. Non c'è bisogno, secondo me, di alcuna giustificazione psicologica.

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    1. "Solo nascendo aveva fatto danni irreparabili" mi sembra anche un'espressione molto "cattolica". Solo una religione così poteva immaginare una colpa nella nascita... una logica che comunque ben dispone i pargoletti a concepire il debito pubblico (che almeno un fondamento reale ce l'ha)...

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  5. Non credo che il racconto parli di perdizioni e diavolerie nell'accezione che (mi pare) gli dai. Il pezzo, deboluccio o no:), ha due livelli, anche se mi raccapriccia parecchio squartarlo in questa maniera.
    In uno volevo solo ragionare attorno a due sistemi di pensiero. Uno è, diciamo così, più vicino al mio modo di sentire, che è di stampo leopardiano direi: di una sorta di pessimismo co(s)mico. Esso implica l'esistenza di zone di nulla (Leopardi direbbe il vago e l'indefinito?) etico ed estetico... che può benissimo diventare sociale in quanto è votato ad una sorta di descrizione positiva delle cose negative.
    Il gioco d'azzardo, in questo significato qui, diventa un possibile pertugio verso questi non-luoghi e non-tempi.
    E' un sistema che ha dei valori ad ogni modo.

    L'altro sistema è ovviamente quello nichilista neoliberista, ed in qualche modo la poetica di Houellebecq.

    Questa era, credo, il sottotesto.

    Per quanto riguarda il livello narrativo, invece, Ierace è comunque un personaggio letterario e in quanto tale ha una sua storia, va interpretato in una chiave psicologica. Sinceramente non mi è mai capitato di incontrare Ieraci che non avessero avuto grosse carenze famigliari ed è forse per questo che il nostro ha quella storia lì nel racconto.
    Capisco quello che vuoi dire quando metti il piano storico-sociologico sopra a quello psicologico personale, ma io in questo racconto ho privilegiato il lato umano rispetto al resto.

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    1. ed è proprio perché ho privilegiato il lato umano rispetto al resto che ti dico che se non regge la psicologia del personaggio, non regge niente.

      Vabbè, è pe' fa due chiacchiere.... del racconto mi interessa molto poco.

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    2. credo sia più mia insensibilità al frangente, che vera mancanza, tendo a sentire *tutte* le motivazioni psicologiche come una scusante... forse sono stato troppo(\troppo poco) amato pur io!

      (in realtà è che mi sembra - eh, 'desso ne sparo una enorme - che la psicologia c'abbia avvelenato i pozzi dell'ontologia: e che il ragionare secondo il secondo termine, pur apparendo più astratto sia più concreto: gli 0i e gli 1i son tattili, i complessi di edipo, le forme della gestalt ecc. probabilmente lo saranno al pari, ma di certo son meno ingenui)

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  6. ahah, lo so che sono allegorie, parabole, ecc. ecc. - probabilmente è per questo che mi piacciono\interessano (ho un debole)!

    il diavolo mi saltava fuori da reminescenze di delfini, ma è ok.

    dato tutto, non credo stiamo dicendo cose molte diverse; probabilmente son solo predisposizioni letterarie: a me i romanzi alla lunga annoiano, le favole parabolette ecc ecc. entusiasmano... per cui la storia dei personaggi il momento psicologico... tengo a soprassedere; probabilmente (mio malgrado) ho più del moralista :P

    ---------

    sul generale, non so, ma tu stai toccando un nervo che m'ossessiona da un po' (nel senso che è molto che ci penso): quanto le due forme di pensiero più "immaginativa" e "secca" siano davvero distanziate e non l'una "superamento" --> non c'è accezione positiva; dell'altra: anche magari per semplice esaurimento\emergere di nuovi problemi, migrazione ad altri media; mi sembra una questione non di poco conto, ma che il gio di boa tra contemporanei e no debba in qualche modo navgiare attorno la questione della scoperta di una dimensione aniconica nell'arte...

    sulle motivazioni poi lasciam perdere, però st'articoletto che avrai già letto, per me qualcosa suggerisce: http://www.zibaldoni.it/2008/07/06/dittico/ - pur se non son convinto del tutto in quanto mi sembra il distacco incominci prima

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  7. Mbà, io sono dell'avviso che i libri vadano presi singolarmente... ragionare sui generi è fuorviante.... ognuno trova da sé il presupposto, il pretesto, l'abbrivio per iniziare a scrivere e continuare. può essere la forma parabolica come quella poliziesca...

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  8. ahah, sicuro. penso fosse più una metafora che altro (anche se un qualche appoggio al concreto glielo concedo comunque). la questione generale, invece non so: sono pronto a giurare sia così per i libri che mi piacciono, per gli altri... cioè, a volte si cava qualcosa anche dal ragionare sull'arie di famiglia, per quanto di certo più miope :P

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  9. A me interessa molto la lingua, lo stile di un autore. Ma mi interessano pure le idee. Ciò che riscontro nella letteratura italiana è che sia davvero troppo "alta" ed in quanto intronata in questa sede aulica la tradizione italiana è povera di narrativa vera e propria. Sinceramente credo sia disagevole trovare un intreccio ben orchestrato tra i nostri scrittori. Si privilegia il giro di frase rispetto allo svolgimento pieno di una trama. Quando leggo uno che di narrazione se ne intendava, come Scerbanenco, non mi stupisco che si rifaccia maggiormente a modelli stranieri (e Scerbanenco ha anche un bellissimo italiano).

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  10. credo sia difficile aver qualcosa da ridire :P la differenza credo stia che a pelle a me colpisce sempre più l'aspetto "metaforico" di un testo: e intendo dire nella costruzione semantica o di analogia visiva delle situazioni che descrive, a livello di immagine... la lingua la "sento" (intendo fisicamente, nell'orecchie!) solo dopo; cioè: penso d'essere un buon pronipote del Tesauro e compagnia cantante. dici cose che penso siano assolutamente innegabili; cambia la specula da cui ci s'accosta: per me è più facilmente dal lato di come il visibile\l'invisibile siano poi posti in figura... preferisco davvero il succedersi di quadri alle trame ben costruite (dove appunto una "trama" fa il suo mestiere\agisce in senso letterale) - penso che continuando così ci stiamo anche chiarendo che parlavo di generi prima per non parlare di generi :P 'desso m'immaginerai (a torto?) come un ermeticorondista della peggior razza...(!)

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  11. No, non ti rende giustizia metterti sotto la bandiera ermetica. Da quello che ho capito, mi sembri più un sostenitore (un appassionato?) di un certa linea filosofico-moralista molto presente nella letteratura italiana già presente da prima di Leopardi (uno dei miei poeti preferiti è Cavalcanti che ad occhio e croce dovrebbe piacere pure a te). Quindi non ti darei dell'ermetico della peggior specie.

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  12. forseprobabilmente sì (se vuoi a riprova adoro il Leopardi dell'operette, mentre quello dell'infinito, grande sì..., ma m'ha sempre lasciato un po' meh); forse sarebbe più semplice se dicessi che credo nel primato dello stomaco nel giudizio, ma poi godo maggiormente le cose di testa, quando le due dimensioni non riescono ad andare appaiate! probabilmente a mette' le cose così più facili mi risparmierei molti pippardoni: il problema è che non sento (e non dico non penso) le cose come facili in primo luogo(!)

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