Corpi

Ultimamente, leggendo internet, sono spinto a pensare più o meno a cose del genere: 


Allora cominciavo a frugare per conto mio tra le decine di riviste abbandonate sulla parete di fondo. Alcune erano di mesi e mesi prima, avevano l'aspetto dei giornali dimenticati in macchina al sole dell'estate. Affrontavano argomenti a me ignoti, antropologia, linguistica, arredamento, etologia, con un linguaggio grave, panciuto, sazio di sé. Facevo fatica a immaginare dietro ai nomi e ai cognomi e ai titoli universitari di chi aveva scritto quelle pagine un corpo che provava freddo o sonno e che un giorno sarebbe morto. 

Questo stralcio appartiene per la SIAE a Marco Lodoli, nel romanzo I fiori, Einaudi, Torino 1999. 

Sono d'accordo con lui. Con Lodoli. 

Mentre, sembrerà strano (o straniero), eppure trovo molta roba e tanto corpo in quei raccontini brevi e corredati di immagini che si rabberciano su internet, sopra i blog o meglio credo su twitter, che si scrivono da telefoni cellulari. Sono telegrafici e mettono l'acquolina in bocca del titolo di un dipinto. Mettiamo di essere usciti a comprare le sigarette al distributore, si scatta una foto del gelo che c'è attorno in questi giorni e sotto alla foto un'epigrafe del genere Freddo sul marciapiede. Le sigarette. 
Oppure foto dal treno, si usano molto. So' raccontini. Quasi tutti sui luoghi pubblici che, notoriamente, sono tra i luoghi più poetici del sentire moderno. 

Commenti

  1. Dobbiamo capire dove sta di casa l'espressione del "bello" e della "poesia" dei nostri tempi (e la poesia, come giustamente noti, non può fare a meno dei corpi, ché altrimenti si mummifica, si "museizza"); ogni generazione ha avuto questo compito, e oggi tocca a noi, nell'epoca degli "internauti".
    La considerazione finale sui luoghi pubblici la condivido, anche se non mi era mai venuta in mente (contraddizione?).

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  2. Ciao Ivaneuscar.
    Non credo capiremo mai dove sta il bello in sede teorica, anche perché sarebbe troppo facile. Sarebbe troppo facile perché basterebbe prendere i classici della modernità, e del postmoderno, ed esporre come in una galleria le loro migliori intuizioni. Faremmo, insomma, dell'antologia. Sarebbe distruttivo.
    L'unica cosa è scrivere per quello che si è imparato e soprattutto per quello che si è intuito. Tanto i canoni estetici stanno sempre a fare la vedetta ad ogni angolo. Se gli altri riconoscono un punto di continuità allora si può comunicare, altrimenti bisogna reinventarsi tutta la baracca e costa fatica senza fine (vedi i grandissimi innovatori).

    Sul corpo hai ragione. Pensavo tempo fa a quanto fosse democratico il corpo... a quanto il corpo sia inclusivo, mentre la scrittura intellettuale sia escludente, infondata. Nel corpo insomma ci sono vie di fuga, seppure immaginarie, c'è la possibilità del nuovo. Come nella democrazia per altro. Nello forme standardizzate c'è veramente poco, figuriamoci se ci può essere il nuovo...

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  3. si può avere un esempio concreto di *scrittura intellettuale* escludente e infondata?

    Eva Risto

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    1. Cara G Eva, una scrittura intellettuale escludente è senza dubbio quella che ho ravvisato in molti articoli circolati su internet del critico letterario Andrea Cortellessa che a mio modo di vedere scrive anche male.

      Per infondato invece il discorso è più semplice (e l'aggettivo è improprio) in quanto credo che ogni scrittura intellettuale, dalle tesi di laurea ai testi accademici ecc (anche molta letteratura è così), sia fondata su un livello altissimo di auto referenzialità, di catechizzazione linguistica. Non si fonda cioè sulla lingua che si parla. Si fonda su schemi ideali e formali ricavati da altri libri. I soldi fanno i soldi, si dice, e i libri fanno (questi) libri. Non è un giudizio di valore, è una semplice constatazione. E' infondato (cioè non fondato) dalla/sulla gente, per capirci.

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  4. capisco, anche se avevo avuto l'impressione che ti riferissi a opere letterarie creative e non saggistiche. ma, al di là del giudizio sulla prosa di a.c., giudizio che posso anche condividere, non prima però di averlo esteso al novanta per cento dei tenutari di criticalia, adesso mi sorge un nuovo interrogativo: cosa significa "fondare (qualcosa, in campo artistico) sulla gente"? l'arte, quella vera, si fonda solo su se stessa e sulle ragioni necessitanti della ricerca che la anima. o no?

    Eva Risto

    post scriptum

    perché G?

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    1. Sul novanta per cento della criticalia la penso come te ma mi avevi chiesto un caso concreto, ti ho acconcretata... non vorrei passare per troppo generico, o generoso...

      Non lo so su cosa si fonda l'arte quella "vera", non ne ho mai fatta. L'ho letta, sì, e leggendola mi sono accorto che c'è chi ne fa trovandole una legittimazione linguistica più popolare e chi no. Tutto qui.

      ps: mi scuso per il refuso

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