Giorgio Manganelli: una miscredenza...

senza ombra di dubbio: Ser Giorgio Manganelli
Interrogato con insistenza sui fatti, pungolato e sollecitato a tutta voce da amici a espormi e raccontare*  senza alcuna misura cautelativa sull'opera di Manganelli, vinto alla fine dalla loro ostinazione benigna, dico che Manganelli da ottimo sfruttatore della lingua italiana era un miscredente, un eretico sempre prono, come un topicchio, a rosicchiare formaggio al potere, all'autorità, al pulpito, facendosene beffe colla lingua.
Pur essendo Manganelli un credente (ma senza nessun fanatismo), la sua scrittura è italicamente miscredente, saturnina, sbeffeggiativa, come poche altre in assoluto, perché è vero che a molti italiani il potere piace lapparlo, o gli piace farne parte, o semplicemente gli garba idolatrarlo; ad altri invece piace sfotterlo, il potere, e la nostra lingua bene vi si appresta al canzonatorio. In questo senso la lingua di Manganelli è una capiente fionda per saettare sassi nell'accademia, e spaccare le finestre delle scuole... ed è per quello che a scuola Manganelli non lo fanno leggere, sia mai che per una volta si potesse provare piacere nella lettura!
Di questo, credo, la scuola farà segreto fino alla fine dei tempi: che si possa provare piacere smanettando un testo, smanettandolo dalla critica, dalle analisi testuali recengitorie, dal piccolo conformismo ana litico, anal colico.
La società, d'altronde, si trova a viaggere tanto bene così...


(Mi sembra che non ho detto proprio una stronzata piena, hanno fatto sapere gli amici).



* Questa formula preambolica e pretestuosa per introdurre una storia grottesca o straordinaria, incredibile, secondo me se l'è inventata Edgar Allan Poe (se fosse anteriore al Maestro, sarebbe ben interessante parlarne), e credo che possa ancora oggi nel duemila e rotti essere usata da pennaiuoli che non si prendono troppo sul serio.

Commenti

  1. La formula preambolica per introdurre una storia grottesca ecc., credo fosse uno stilema tipico del romanzo settecentesco inglese, il cosiddetto romanzo borghese; allo scopo di rendere ancor più credibile il racconto, come fosse un fatto autentico, assimilabile al cliché del manoscritto ritrovato, della lettera trovata e di qualsiasi altra cosa possa indurre il lettore a credere che si tratti di una vicenda realmente accaduta.
    Poe giocava molto con questa cosa, credo l'abbia presa a prestito appunto dagli autori settecenteschi.
    La formula "interrogato con insistenza sui fatti ecc." in un certo senso rende possibile l'idea che l'autore sia lì con noi a prodigarsi in una sorta di racconto orale, il che accorcia le distanze del tempo e dello spazio. E il grottesco, l'assurdo, il meraviglioso che viene dopo è più facilmente assimilabile. Uno strategemma di verosimiglianza.
    Credo. Insomma, è la mia modestissima opinione :-)
    Certo che come sapeva raccontare Poe, pochi altri hanno saputo farlo.
    In passato ho preso in prestito tanti nick dai suoi racconti, da Ligeia e Berenice ;-)

    (speriamo che stavolta non finisco nello spam) :-)

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  2. P.S:
    aggiungo la finzione del diario ritrovato di Defoe e dell'"autografo" del Manzoni: come dire, sono espedienti narrativi di verosimiglianza, ancor più necessari nel caso di storie assurde, incredibili ecc.. (in cui, peraltro, ci si potrebbe azzardare a far rientrare la pervicacia con la quale Renzo e Lucia si ostinano a volersi sposare, ancora oggi nel terzo millennio) :-D
    Espedienti che appunto risalgono alla tradizione del romanzo settecentesco.

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  3. "... la lingua di Manganelli è una capiente fionda per saettare sassi nell'accademia, e spaccare le finestre delle scuole... ed è per quello che a scuola Manganelli non lo fanno leggere, sia mai che per una volta si potesse provare piacere nella lettura!"

    Sì, perfetto.

    fm

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  4. So che il pretesto romanzesco nasce più o meno dal romanzo inglese, anche Swift fece uguale con I Viaggi di Gulliver), come il Manzoni, e lo stesso Poe nelle Avventure di Gordn Pym ed altri...
    A me però interessa quella collanina di parole messa a cappello del mio pezzo, di questi fantomatici amici che premono il narratore di dire quello che sa, anche se quello che sa è assurdo (anche Landolfi riprende la formula in diveri racconti).
    Io ho l'impressione che quella specifica formula sia o di Poe o di novellieri russi... non saprei perché.
    Se però sei così sicura venga dal romanzo inglese settecentesco, prendo nota. Grazie. Un saluto

    Un saluto anche a Francesco

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  5. Guarda, sicurissima al cento per cento non lo sono, però non mi sembra di aver mai letto nulla a proposito di Poe (nel senso di essere stato il primo ad introdurre quella specifica formula).
    Magari mi informo, faccio una ricerchina, se saprò dirti qualcosa di più specifico te lo riferisco.

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  6. P.S.:
    dovrò proprio leggerlo questo Manganelli ;-)

    Ma poi, non sarebbe ora di rinnovare il canone scolastico?

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  7. Devi proprio leggerlo, sì.

    Secondo me, è ora di abolirlo il canone, anche quello scolastico.

    ciao

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  8. Sì, giusto. In effetti volevo dire abolirlo, non rinnovarlo.

    Ce la farò a leggere tutti gli autori e i libri che voglio leggere prima di morire? ;-)

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