Un apolide - breve storia personale del referendum costituzionale 2016


Mimmo e la nonna vanno a votare

Spesso, negli anni addietro, come i lettori più affiliati ricorderanno, ho tenuto un diario elettorale che registrava le minime oscillazioni dello spirito nazionale alla prese con le votazioni, un diario che senza troppi salamelecchi potremmo definire un diario del nulla elettorale. 
Quest'anno la campagna referendaria mi ha interessato talmente poco che pure a voler battere e ribattere la penna sul foglio, non ne avrei cavato una goccia d'inchiostro.
Almeno fino a domenica mattina.

Domenica mattina è successo ciò che dirò. 
Ero andato al comune del mio paese per ritirare il duplicato elettorale di una persona cara che è in ospedale ammalata - dopo tanti anni le era tornata l'ispirazione di votare. 
C'era molta gente al comune... così come a dire il vero tanta ce n'era anche all'ospedale. Nella fila davanti agli stalli comunali io ero dietro e guardavo tutto col mio solito sguardo da lupetto, dando particolare interesse alla fisiognomica delle persone (scienza alla quale sono totalmente votato). Subito s'è palesato un signore, dall'accento nordico, che rosso in faccia s'era capito essere entrato e uscito dall'ufficio almeno cinque volte solo quella mattina e che faceva spazientire con i suoi modi e le sue insistenze l'impiegata del registro elettorale (donna facilmente irritabile d'altronde).  
Era un uomo, questo, di mezza età, che nonostante la provenienza verosimile ostentava maniere da grande di Spagna, oltre che un abbigliamento acconcio a tale atteggiamento. 
Certa gente mi fa sempre sorridere. Pensa che la cura dell'esteriore possa supplire la mancanza della musica interiore. Ciò vale per gli elegantoni quanto per gli sciattoni. Una persona, credo io, può essere elegante o sciatta o punk quanto vuole ma se non ha nessuna musica ad accompagnarla, se questa persona non è musicale, se non c'è musica di nessun tipo al suo passaggio, tutto questo spreco di esteriore non serve davvero a niente. 
Ad ogni modo, l'uomo litigava furioso con l'impiegata comunale. Ad un certo punto la signora si mette a urlare. Gli giura sulla testa dei suoi figli (chi vi ricorda?) che ci calasse pure il Padreterno lei oggi non vota! A queste parole si alza un parapiglia che non sto a dire perché non è nelle mie corde, basti solo aggiungere che per poco non venivano alle pistole. Il signore non poteva votare perché qualcuno aveva abolito la sua residenza qui nel grande Meridione e quindi aveva abolito la sua residenza in toto, e lui da settentrionale non poteva sopportare una cosa del genere. 
Viveva nella sua pelle una mattinata da apolide (finalmente ne conoscevo uno in carne ed ossa! - forse) e per giunta voleva votare con tutte le sue forze, proprio gli premeva, gli scappava dal corpo di votare, non ne poteva più, doveva proprio espellere con foga quel voto da sé stesso e metterlo nelle mani della cosa pubblica. 
Ci metteva una foga nella sua stravagante voglia che iniziai a ricredermi sulla musica. Ne aveva. Furente, nascosta, che usciva solo da incazzato, ma qualcosa c'era. 
Chiuse il suo concerto, dicendo che era un cittadino italiano come tutti (hhhhmmmm) e che aveva diritto (!) a votare per chi gli pareva e gli piaceva e arrivato nei pressi della porta d'uscita, all'invito dell'impiegata di non tornare più per quella giornata, sotto lo stipite comunale, urlò che sarebbe tornato tutte le volte che gli pareva fino alle 23 di sera, perché era un cittadino come gli altri ecc ecc. 

  
Ciò che ci frega, in Italia, ho pensato mentre stendevo la delega all'impiegata spazientita, ciò che ci frega è la totale assenza di emozioni quotidiane. O almeno il non ritenere soddisfacenti le emozioni che la giornata ci regala. Se fossimo più contenti di ciò che viviamo a livello emozionale, ho pensato, certamente non vivremmo con tanta energia e emozione il momento del voto il quale se ci pensate tutto deve essere fuorché un momento di emozione, o almeno non può essere così emozionante come è qui in questo paese dell'Europa latina. 
La democrazia è quello che più s'avvicina alla bara, all'obitorio, al sonno dei morti. Solo un paese ottuso e involuto come il nostro può vivere con emozione l'arrivo delle votazioni. E infatti noi viviamo sin dalle prime agitazioni politiche, sin dai primi istanti di crisi di governo, viviamo con il cuore in gola il momento delle votazioni e poi una volta che abbiamo votato, tac, ci mettiamo davanti al televisore a sperare di aver vinto. Sogniamo continuamente di votare. Di avere avuto l'emozione collettiva più forte e duratura. Di avere azzeccato l'emozione giusta nel mazzo delle emozioni elettorali.
E' una follia. 

Alla stessa maniera viveva il suo momento il signore del Nord, la cui residenza si era perduta tra i corridoi della burocrazia digitale, abolita per un errore meridionale o per borbonica noncuranza. 
Chissà se alla fine avrà votato o sarà rimasto col suo bel voto in canna. 
Ci teneva così tanto...

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