Scambiamoci un segno di pace.... noooo? Ma vaffanculo!




Prima di morire definitivamente la nonna poetessa mi ha raccontato qualcosa in più sul suo babbo Desiderio I, grande e nobile mezzadro della zona. Una delle avventure che mi sono piaciute di più lo vedono donchisciottesco e a fine carriera combattere instancabile contro le vecchie e prepotenti ingiustizie della vita in provincia. 
Visto che non ho nulla di meglio da fare, ve la racconto pure a voi.

Era stanco, il mio bisnonno, in quegli ultimi anni. Gli occhi celesti cadevano più pesi sulla faccia, avevano perso quel tanto di sapore, la fronte s'era allungata e aveva capelli solo ai lati, un po' bianchi un po' nerastri come la neve sporca, ma lo spirito dentro era rimasto combattivo e come sempre fiero. La nonna racconta che lo spirito di dentro gli faceva ancora attorcigliare il baffo lungo, verso l'alto, curatissimo, in impennate dovute alle rabbie che era facile prendersi per questo e quell'altro malaffare che incontrava. Era pur sempre il Re della sua contrada, così ribattezzato per la stretta somiglianza con Vittorio Emanuele III, patrono d'Italia, che tanto coraggiosamente ne fuggì quando c'era bisogno. 
Desiderio dal canto suo, dopo una vita di fatiche, passava ora elegantemente all'incasso sia in famiglia dove ormai non incuteva più paura ma sincero amore e rispetto figliale sia in paese dove passava per filosomo e saggio, forse un tantino stravagante per le fantasie che gli si accavallavano nella mente, dai nomi estroversi che intestava ai figlioli come già ho raccontato in un'altra novella alle storie curiose o santifiche che gli piaceva inventare. D'altronde trangugiava di latino da tempo, ne sapeva la messa a memoria e solo soletto, mentre il pomeriggio stava lì al campo a parare le pecore, s'era fatto una sua speciale cultura letteraria, più biblica o cavalleresca che altro, ma ne andava comunque gaglioffo. 

Con una punta di curiosità vide che la famiglia baronale del paese aveva chiuso la sua gelosa chiesetta. Erano stati costretti a questo per il volgere malevolo dei tempi (eh non è mica sempre pasqua), ed alcuni di loro erano stati avvistati in giro con le calze scarmigliate e tutti ma proprio tutti se volevano sentire la messa a cui tanto erano affezionati dovevano recarsi a quella della parrocchia del paese, dove andavano persone d'ogni legno e lignaggio... cafoni mezzadri idioti profughi farmacisti papponi, tra cui pure il mio bisnonno Desiderio I, grande uomo di dogmi e tradizione e da sempre votante 'Lo scudo crociato' (già solo per questo andrebbe ricordato, penso io, giacché prima di me fu l'unico esponente famigliare a non esser comunista). 
Ebbene, messa dopo messa, l'occhio del paese notò che i vecchi baroni, malgrado le ultime sciagure finanziarie, non si ridimensionavano di un niente davanti al popolo, non toglievano un'oncia alla loro secolare protervia... continuavano, come si diceva in paese, a "tenersi", ovvero a fare i sostenuti e i vanitosi. 
Si sistemavano sempre ai primi banchi della chiesa e sopra di tutto sdegnavano di scambiarsi il segno di pace con i villici del posto. Si capirà bene come la baronessa, anche se in parte decaduta economicamente, non ne volesse sapere di stringer mani contadine, vuoi per l'educazione alla distanza sociale, vuoi per igienica previdenza. E non la stendevano davvero a nessuno, forse che forse nemmeno tra di loro baronali, che la nuova condizione aveva reso meno lisci e saponosi di un tempo. 
Il bisnonno Desiderio I troppo li guardò, come si dice, troppo sopportò, ma una sera, la sera di Natale, nella famigerata messa di mezzanotte, arrivò per tempo in chiesa, si mise attiguo ai primi seggiolini, preventivamente riservati ai baroni dal parroco del paese, come da tradizione più interessato ai proprietari delle pecore che a quelle smarrite, e attese il momento propizio. Lo scambio. 
Appena il prete disse scambiatevi la pace, il mio bisnonno, lesto ma non precipitoso, allungò la sua verso la baronessa che non si era girata. Allora la sfiorò, forse perfino la toccò nella sua vecchia pelliccia di anni e anni, che si diceva fosse addirittura pelliccia di leone, e quella (la baronessa, no la pelliccia) non poté far altro che girarsi e vedere quest'uomo che ben conosceva, che in parte era ancora ed era stato un suo dipendente, buon mezzadro e grande poeta che aveva riempito di fantasie le sue innumerevoli campagne, che la guardava con il suo occhio liquido, fluttuante, e le disse Ci scambiamo un segno di pace signora?.... ah nooooo? Ma vaffanculo! e lo disse talmente bene, a fulmine, che lo sentirono quasi tutti, non tanto perché lo disse forte, ma perché lo disse preciso, come scrivendo la parola sopra un leggero cielo d'estate, e pure agli ultimi banchi lo sentirono e tutti, ma proprio tutti, si misero a rumoreggiare e fare salti di voce e di tifoso sconcerto (tifoso parte bisnonno), finché la baronessa, avvolta in viso da un nuovo e vitale rossore e facendo finta di non aver sentito, non cedette a stringere la mano del benamato bisnonno mio - segno che i tempi erano proprio cambiati -, il quale bisnonno tutto ringalluzzito ancor più su vide attorcigliarsi i baffi come fusilli. 
Il seguito importa poco. Certo dovette pagar cara quella monelleria senile, ma ormai era arrivato alla pensione e a poco potevano più i sempre meno influenti baroni delle vallate. 
Due pensieri a questo punto mi vengono alla penna, due morali. 
La prima: naqui come ben sapete in famiglia operaia, e mai fui ricco, né signorile, ma questo vezzo di dar le mani agli sconosciuti, e dichiar pace con una e guardar con l'altra se il portafoglio non l'ha preso nessuno, io sarò sempre un grande idiota, ma proprio non la capisco. E mi fa sorridere pensare che proprio alla messa del funerale della nonna poetessa, lo zio scrittore, figlio della nonna poetessa e nipote di Desiderio I, egli medesimo nomato Desiderio (II), al momento dello scambio del segno di pace, se ne uscì con un perentorio "Stu segn di pac' m'ha rott pruprie lu cazz"... pigliandosi le occhiate maledicenti della moglie, mia zia di educazione nordico-svizzera, e di tutti i parenti convenuti al funerale (io ridevo pensando anche a quanto avesse lottato il suo progenitore per ridare un po' d'uguaglianza a quella strana convenzione).
Seconda: il vaffanculo di Desiderio I avrebbe avuto assai più eco e soddisfazione se l'avesse emesso qualche anno prima, quando egli medesimo lavorava e manteneva i suoi figli alle dipendenze dei baroni e un tale oltraggio sarebbe stato punito con la perdita di tutto, prima di tutto della campagna e del lavoro... ma pure mi dico, come poteva fare una cosa del genere se quelli, tanto potenti, si facevano dire messa solo e soltanto nella loro chiesetta padronale? e allora, arrivati alla fine di tutto, non era forse meglio lasciarli schiattare nella loro piccolezza morale e riservare per le loro sciocche resistenze una sana risata e una indifferenza densa di scetticismo? Ma a questo ormai il nostro Donchisciotte famigliare non dovette pensare, e penso si disse che, persa per persa, meglio una soddisfazione a fine carriera che una soddisfazione mai e poi va bene l'eleganza, va bene l'indifferenza, va bene tutto, ma volete mettere che bel vaffanculo che la baronessa si portò nella tomba!




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