Fantasie dallo spazio (letterario?)





Gentile lettore, buonasera. In questa azzurra favoletta che mi accingo a raccontarvi stasera penso sia contenuta una morale che si potrebbe riassumere così (anche se non ne sono molto sicuro):


... C'era una volta un signore, che forse era uno scrittore, si alzava al mattino, molto presto, nonostante rincasasse la notte, molto tardi. 
Così com'era uscito dal letto, sciatto e in sporca vestaglia passeggiava per il giardino della sua casupola di campagna, sorbendo un latte e caffè e baloccandosi tra ninnoli di pensieri e un giornale (del giorno prima)... 
Ogni tanto, durante questo consultivo igienico sulla sua vita, gli accadeva di sentire lo scricchiolare della dura pantofola sulla breccia e bastava questo per suggerirgli nel petto una lancia di dolore. Si sedeva su una vecchia poltrona espulsa dalla casa da tempo, e qui, chiudendo gli occhi affranto, gli s'apriva la terra sotto ai piedi  - è il baratro della mia pochezza, si diceva lo scrittore - e come stesse sopra un aereo senza più piloti precipitava in un fumoso silenzio dentro un racconto di Raymond Carver... o, fuor di metafora, si sentiva come uno dei personaggi nelle storie di quello scrittore.
La cosa lo addolorava e di molto. Si era sempre sentito diverso, come persona. Ma si era sempre sentito diverso anche come scrittore. Io sono uno scrittore di altra costituzione, si sussurrava con la schiuma dentifricia tra i denti... a me non basta la vita com'è... come sarà... Io sono... e chissà che cosa si immaginava. 
Rientrava bastonato in casa, cercando di togliersi di dosso quella pesante sensazione. Si spazzolava come un cane, si lavava canticchiando arie di grande lirica, indossava la cravatta, grigia, qualche pois... la giacca. Un pantalone. Scarpe lustre, un paltò: il cappello. 
Mancava un ombrello: non pioveva... mbè, spiccava anche quello.
Eccolo lì, si diceva allo specchio, quant'è bello, il nostro scrittorello! 
E diventava gentile, sull'autobus. Diventava largo di occhi, fulgido. Sfuggente. 
Ecco che dal baratro carveriano si sentiva come piano piano rilievitare. Sembrava una talpa che raspa sudata e torna su. Alla cieca. All'aria aperta. Aprendo uno spiraglio.

A quel punto gli si face dappresso, alla nuova fermata, che aspettava il tram, un signore d'apparenza ingegnosa, e con mordente; ecco uno che sembra conoscere la vita e la morte, pensò lo scrittore. E si mise all'ascolto della sua imminente parola. Che non tardò ad arrivare:
"Buongiorno" gli disse
"Buongiorno a voi, buon uomo"
"Mah, sul buon uomo sorvoliamo... piuttosto: la vedo pensierosa"

"In effetti qualche preoccupazione..."

"Direi piuttosto un'ombra"

"Eh sì, un'ombra sì..."
"Ma la combattete perbacco!"
"Mbè..." e non seppe che dire

"Ma bisogna pur saper combattere, non crede?"

"Sì, credo di sì"


"E lei la combatte bene, quest'ombra?"
"Non so... spero"
"Oh lasci perdere la speranza: lei" e si fece più vicino ed incalzante: "la combatte bene o no?"
"Ma cosa vuole credo di sì..." disse lo scrittore come difendendosi...
"Eh combattere non è facile. Ma nemmeno impossibile. Bisogna prima di tutto capire chi è l'avversario. Lei conosce il suo avversario?"
Lo scrittore sgranò gli occhi.
"Eppoi non basta... vede, bisogna capire dove siamo forti noi e dove è debole lui, l'avversario dico. E poi meditare qualche ora. Anche sulle conseguenze della nostra guerra. Ma forse lei che è pur sempre giovane non ha ben meditato sulle circostanze, le premure... le, direi... le contromosse ecco... Eppoi mi sembra così sprovvisto di informazioni sull'avversario... dico bene?"

Lo scrittore sgranò gli occhi di nuovo.

"Vede, lei pensa una cravatta, una buona giacca, un cappello sulle ventitré, un pastrano quadrettato che le dona aria da studente fuori sede... magari di quella sua Bologna... e poi ancora delle buone maniere all'altrui indirizzo... un po' d'orientalismo... e lei pensa di cavarci le gambe... non è vero?..."
"!... (espressione interrogativa sul dogmatico)... signore (tenendo il tono sostenuto della metamorfosi anti-carveriana) temo di non comprendervi"
"Come non mi comprende?"
"Non vi comprendo"
"Insomma dovrei essere ancora più esplicito?"
"Eddirei" disse lo scrittorello perdendo perfino un po' di smalto mattutino.

"Allora, se volete che diventi volgare, diventerò volgare. La accontenterò: sarò più esplicito. Lei signor mio stamattina stava facendo colazione quando ad un certo punto, mentre leggeva il giornale (di ieri), ha sentito scricchiolare la rigida pantofola che..."

"Alt alt alt... fermo là signore!... non mi dite che siete di quei tipi che sanno leggere nella mente degli altri senza averli mai visti prima, o meglio che sbobinano le vite altrui al primo sguardo..."
"Se la vuole mettere su questo piano: sono molto di più"

"Addirittura molto di più!" espressione beffarda dello scrittorello che sembrò riacquistare un po' di sicurezza, e terreno, sull'interlocutore: "E che volevate dirmi, che avete visto di più?" aggiunse scettico.

"Lei è un tipo paradossale, lo sa. Molto paradossale... direi perfino contraddittorio!"

"E perché mai? perché vi ho scoperto, per così dire, con le mani nella marmellata?"
"Macché mani macché marmellata... avercele semmai le mani (avercela semmai la marmellata... e con lei poi...). Lei, stavo dicendo, stamattina, mentre ciabattava per il giardino, ha fatto il solito consultorio sulla sua noiosa vita... moglie, figli, lavoro, velleità letterarie, preoccupazioni ecc ecc... di certo le premeva più di tutte la vita che conduce in relazione alla vita artistica che crederebbe meritare e che tra lavoro famiglia impegni doveri e dio sa che cosa non fa o non ha mai fatto..."
"Ma voi che cosa..." quasi arrabbiandosi 


"Teme signor mio di diventare un uomo normale, direi un benpensante. Prova ne sia che le è bastato sentire scricchiolare la sua rigida pantofola comprata al supermercato a poche lire sulle pietre del suo spiazzo per avere un tuffo al cuore e precipitare..."

"In un racconto di Raymond Carver"
"In un racconto di Raymond Carver... esattamente. D'altronde non è la prima volta, no?.... quasi tutte le mattine... eh?"
"Sì..." rispose sconfitto e quasi balbettando; poi aggiunse con le ultime forze della sua debole mente: "E il paradosso dove sarebbe?"
"Il paradosso, caro mio, è che lei pensa che basti un cravattino  - l'altra mattina ha indossato per andare a lavoro persino un papillon - un gilè, un monocolo, un pastrano... insomma, elevarsi in eleganza vestiaria... magari offrire la propria presa ad una signora sull'autobus... pensa basti questo per emigrare dalla vita, dalla realtà quotidiana di un Carver a (che ne so?) alle vette introspettive di un Proust, alle fantasie di un Gogol'... o alle avventure di un Pinocchio nel suo caso, fin troppo abbottonato e imborghesito... se lo lasci dire"


"Mbè... mi sembra già un passo... un qualcosa per... disting..."

"Lei non si eleva e non si distingue affatto così, signore mio!"


"Mah..."

"Sì, caro mio. Lei tradisce la sua presunta vocazione. L'ha tradita di nuovo pochi minuti fa, qui vicino a me!"
"Ma come... quando avrei..."
"Eggià... lei non si rende nemmeno conto dei suoi tradimenti! Si direbbe un traditore sincero! Razza pericolosa tra tutte. Vede, lei prima si veste da gagà, sperando così di fuggire da una sensazione di bassezza quotidiana cui s'è livellata la sua spiacevole vita... poi però la vita (o chi per lei) le mette davanti un personaggio come me, del tutto incredibile... (che è cosa ben superiore al non-credibile, non crede?)... e lei invece di abbracciarmi, festeggiarmi, offrirmi una pasta lì da Magliozzi il gran pasticciere, passare con me la giornata piantando il lavoro la moglie i figli... lei mi sbeffeggia riportandomi al rango quotidiano che lei sostiene di detestare, gettandomi in pasto alla realtà dell'ovvio, del meschino... ha perfino detto che io sarei uno che legge nel pensiero degli altri!"


"Io non..."

"Non si giustifichi. Non si deve giustificare con me. Io non sono niente. Mi spiace solo doverla vedere appesa dentro la stessa gabbia letteraria dove vivono gli altri creduloni della realtà come lei... Mentre a me che le parlo così sinceramente... che le leggo nel cuore (altro che pensieri!)... lei non crede nemmeno un po'!"
"Ma è stato solo un..."
"E' stato un momento di verità, signore mio. Un grande momento di verità. Le do un ultimo consiglio: la mattina, non si cambi più d'abito... non si rasi con cura... Vada a lavoro come tutti gli altri - magari le farà bene all'immaginazione. Ciò che deve davvero cambiare è qui" (e il signore si toccò la tempia del racconto con l'indice). "... Lei d'altronde, non è affatto uno scrittore!". "Ma io..." voleva dire il nostro scrittorello quando l'uomo disse "IO niente!" e scomparve come un breve fischio finale. 


Lo scrittorello non sapeva dove guardare ma gli sembrò di piangere. Passò il tram. Gli cadde il cappello. Restò impalato a lungo davanti alla porta spalancata prima di salire. Il tram si mosse.  
Il cappello volò.     
    


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