Come si deve scrivere a Babbo Natale



Qualche tempo fa vivevo uno dei miei periodi no come spesso ce ne sono nella vita dei bislacchi, ed ebbi la ventura d'essere consegnato alle amorevoli cure di una famiglia premurosa che mi mise a mio agio in un bel rifugio di fronte al mare di loro proprietà (il rifugio, non il mare). Stai qua, mi dissero, qua stai bene, e fai il bravo. 
Certo, pane e vino non mi mancava, e pure per l'insalata (e gli altri condimenti) non c'era da lamentarsi... non dovevo ricorrere nemmeno all'orto, ché sarà pure bello ma è pure molto faticoso, visto che in zona c'erano copie e copie di piccole botteghe e centri commerciali come sempre ce ne sono in città, e a prezzi assolutamente vantaggiosi anche per la mia povera scarsella... 
Mi trovavo bene, sì, è vero, ma non vorrei che qui il lettore, tratto magari in inganno dalle mie imprudenze verbali di fantasista, si mettesse a immaginare che io mi fossi installato in chissà quali sbalorditive ambientazioni sulla falsariga della tradizione letteraria inglese, o all’inglese, colle loro fisse (falli fessi) per le dimore a picco su una scogliera - come d'altronde se vi ricordate aveva fortunosamente trovato a stare mio zio scrittore per spettinare il suo primo romanzo dilettantesco; né tantomeno si trattava di una casa su quelle baie dai nomi immaginosi e corsari tipo Baia di Whitby, Yorkshire, o su un morso di mare del più alla mano e americano Maine come si può leggere in quei piacevoli anche se fin troppo descrittivi racconti sulla vita di Olive Kitteridge (l’avete letto il romanzo a racconti di Olive Kitteridge? Io ho visto il telefilm...).


Io albergavo più semplice, signori miei, potete crederlo, rimanendo ahimè ben allacciato alla sempre più spenta e noiosa giostra della letteratura italiana. 
Dal mare (sfortunatamente Adriatico…) mi separava fortunatamente qualche elemento di posticcia urbanistica: un giardino piccino picciò, una siepe bassa, una strada ad imbuto, e il lungomare di fondazione addirittura fascista, mussoliniana, anche se dubito che Mussolini sia sceso fin quaggiù per anche solo far la finta di mettere una semplice mattonella (per giunta rossa). 

Non era comunque rifugio di quelli di fortuna, trovati alla svelta, scosciati e cadenti come ero abituato a rifugiarmi io, già scorticato e sporco di tristezza di mio.
Era bensì uno di quegli appartamenti tipo Rimini felliniana, bianchissimi, ma più nuovi, durevoli (almeno all’apparenza), possenti, dotati di gran pilastri di parecchi parecchi cm di diametro, e cemento armato duro; bagni, salette, due camere da letto. A misura, come si dice?... d’uomo… o meglio a misura dell'uomo normale (ché quello ricco gli ci viene da ridere)... per una vita comoda, insomma, un abitare tranquillo, un villeggiare confortevole e medio-borghese; ed era una sistemazione giusta e perfetta anche per i miei studi di allora, studi sul nulla si capisce, che conducevo e conduco però oramai da anni, ma che in quel periodo così tanto invadevano i miei pensieri che d'altro canto non mi sono mai appartenuti quindi chissenefrega.

In definitiva posso dire che in questo ricovero di privilegio che m'era stato generosamente offerto non avevo mai nulla da fare, e così sempre più sovente fumavo solitario qualche sigaretta affacciato sull'ampio balcone (dentro essendomi stato intimato di non impestare e sciupare nulla); svolgevo vita imbestialita e raminga, si può dire, sempre stracciato, barbuto e in disordine… mi sentivo di fare enclave tempestosa in un caldo nido famigliare appena sopra al mare di civiltà… entusiami… vita costruttiva dei miei simili (simili? civiltà?)… 

Appena sotto al balcone, invece, la vita si faceva più laboriosa. Io sopra studiavo faticabilmente le mie scartoffie facendo finta di vivere (o forse proprio scansando a tutti i costi la vita), mentre sotto una agguerrita famigliola di cuochi, camerieri e apparecchiatori faceva sul serio: oltre alle balle di desiderio vacanziero provenienti dai bagnanti che passavano di lì per arrivare al mare, coi loro gonfiabili, le loro sdraio a tracolla, le voci dei loro bambini e le loro donne pettorute ecc, proprio sotto il balcone c’era infatti un ristorantino di pesce, semplice, gradevole, come si suol dire, accogliente e a conduzione famigliare (accogliente proprio in virtù del suo governo famigliare, diceva qualcuno). 

Dalla cucina uscivano continuamente piatti ricolmi di brodo, pasta asciutta, arrosti, fritture, caffè, ammazzacaffè e tutti i sogni di delizia ittica che il loro nient'affatto limitativo menù fisso riusciva a emettere assieme ai vapori della sala. 

C’ero stato anche io, a pranzo, qualche volta; m’avevano trattato come un signore, con estrema gentilezza e riguardo, forse per via dell’aria pensierosa, i capelli scomposti, la faccia da coglione... qualcuno m’aveva pure offeso di professore. 

In alcuni momenti, i commensali si facevano rumorosi, come talora succede in questo tipo di trattorie, un po' per via della sorbitura dei brodi, un po' per le calure attizzate sui volti dal vino bianco (di gran lunga più traditore di quello solido e carnivoro che pur essendo rosso forse non a torto nei cartoni animati viene pitturato di viola… di un viola velenoso, da donne diafane), un po' sull'onda emotiva che la famigliarità della tavola, e le premure dell’oste materna e abbondante spandevano per l'aere del ristorante. 


La figlia di questi apparecchiatori di sogni culinari deliziosi era una piccola bambina di nome Albertina. Bella rotonda, coi capelli lunghi sulle spalle, era la simpatia di tutti. La chiamavano i clienti più affezionati come quelli più passeggeri. Ammaliava chiunque colla sua pasciosità. La sua simpatia più riuscita era il bel cantare a vanvera di bambina incantata e malinconica cinguettando da un'aria o da una canzone ben nota fino a deragliare e farsi trasportare dal solo desiderio di mettere in voce i suoni e seguire le note della smemoratezza; e poi un'altra specialità era la bicicletta, rigorosamente dotata di rotelline, che la menava in qua e in là per l'intorno del ristorante e che quando passava accanto ai tavoli fuori, svolazzando libera come un palloncino, o sopra lo sciagurato prato del giardino, la facevano chiamare da tutti i commensali... ma dove va questa bella bambina Albertina? Dove va? 
E andrà dove le piace a lei, rispondevo io torvo dal balcone… malvisto e mal sentito (credo).

Albertina era socievolissima. Faceva lega con tutti i bambini trascinati a forza in quel ristorante, nelle pause pranzo dal mare o nelle affannate uscite della sera. Di tempra già molto commerciale, Albertina sapeva assegnare a tutti i suoi amici un compito da fare nei giochi che via via si decidevano a intraprendere. Non mancava mai nemmeno di rimproverare, giudiziosamente, chi metteva il piede in fallo rispetto alla sue disposizioni. Un carattere sicuro, come molte bambinelle di quell'età, ma anche una bambina profondamente sola. 

Mi ricordava un po’ me alla sua età, tirato per le braccia a più non posso tra una campagna troppo grande e una fabbrica troppo piccola (in mezzo la morte della casa di mia nonna dove rimanevo per forza di cose murato vivo assieme alle sue angosce di vecchia contadina trasferita in città). 

Albertina era confinata invece giorno e notte in quel ristorante. Pur avendolo a qualche metro, non andava mai al mare (e chi ce la poteva portare con tutto il lavoro che c’era?); né i clienti avevano sempre abbastanza prole da consegnarle in dotazione per i giochi del pranzo o della cena. 

Albertina andava allora sempre in bicicletta, facendo sempre gli stessi giri. Ogni tanto si accappottava, nonostante le equilibranti rotelle, e finiva giù urlante e spaventata come una gallina. 


Un giorno, ricordo che era autunno ormai e le scuole s’erano riaperte, affacciandomi la vidi che assieme a un’altra compagnuccia studiava l’aritmetica. Erano entrambe sedute sull’asse di legno che chiudeva un piccolo pozzo nel giardino. Solertissime calcolavano i numeri. 56+13; 18+34+3; 28 x 2… 
Poi magari lasciando qualche esercizietto alla copiatura sociale dai compagni più bravi della mattina dopo, ripassarono alla bicicletta che fecero arroventare per benino finché col primo scendere del sole non tornarono ancora una volta sui quaderni, stavolta credo di lingua italiana. Erano sempre sul pozzo e confabulavano. Ad un certo punto uscì il padre di Albertina con in spalla un gran sacco nero di quella spazzatura e di quelle scorie che inevitabilmente i sogni ittici lasciano al loro sfumare. Ben presto, tra una cosa e un’altra, i tre si misero, ognuno nella sua posizione, a ragionare vicendevolmente in giardino. L’argomento era Babbo Natale (al quale in qualche modo lo stesso padre-padrone col sacco immondo somigliava) e come si deve scrivere a costui per fare bella figura e accaparrarsi una quota di doni superiore rispetto ai ragazzine/i che invece scrivevano male. Il padre, che si sentiva che era uno di quelli che non avevano mai scritto a Babbo Natale o che se gli aveva scritto ci aveva fatto un bel po’ di sfondoni dentro, tifava per una scrittura come si deve per la figlia, e le diceva “Babbo Natale se non gli scrivi come ti dicono le maestre… non ci ricacci niente… ché quello sta su al nord… c’ha un sacco di cose da leggere e fare… se non gli scrivi bene non ti capisce e non ti porta niente… mica sta a perdere tempo con te che sbagli le doppie e non sai usare i verbi”. 

Hai capito, mi sono detto, che gran pezzo di merda sto Babbo Natale delle maestre e dei maestri e dei ristoratori di pesce. 

Ma scusate, gli dissi io, ormai resomi vociante e riconoscibile dal balcone, ma se Babbo Natale voleva essere davvero un supereroe come si deve, o anche solo, a quelli della CocaCola piacendo, una personcina ammodo, doveva accettare tutte le scritture, e anzi, non solo le doveva accettare tutte, belle e brutte, ma doveva accettare con un sospiro d'amore e sollievo in più specialmente quelle scritture sgrammaticate, maleducate e paracule dei figli dei poveri, perché i bambini che scrivevano grammaticali potevano avere doni tutti i momenti dell’anno, mentre gli altri sicuramente no e se continuava a fare lo stronzo pure Babbo Natale (ché stronzo lo è sempre stato, e lo sanno tutti) allora stavamo freschi tutti quanti. 

Ma scusi lei che cosa... provò a dire il ristoratore ormai fattosi rosso in faccia, ma Albertina, captando come un'antenna sensibile le onde d'ira dal balcone, non era mica tanto convinta del discorso dell'apparecchiatore padre e tifava più che mai per me, anche se magari non capiva appieno appieno quello che avevo detto, e si pronunciò perentoria quando esclamò "No pa, c'ha ragione lo scemo del balcone, io come so fa’ faccio…e come so’ scrive scrivo e Babbo Natale, se mi vuole bene, s'arrangia…” 

“Ma che ragione e ragione... e pure lei lì sopra... ma mi pensavo che era una persona intelligente... invece lei non capisce niente... Eppoi a lei che gliene frega... Mia figlia deve fare come dico io” ecc ecc. 

Ma tanto ormai né io né Albertina lo ascoltavamo più e chi prendendo la via di casa, chi rinforcando la bicicletta e mettendosi a fischiettare, ci allontanammo dal losco apparecchiatore di incubi scolastici. 



Babbo Natale nella vita cambia tante volte sembianze, è un po' come un jolly pigliattutto. Non rimane sempre col cappello a pallino, la barba, la divisa bianco-rossa come il Vicenza calcio, e perennemente in trasferta a giocare fuori casa. Di solito rimane solo panzuto, ma non viaggia quasi mai, come tutti prima o poi si stabilizza in qualche posto, e fa pure di peggio, rimanendosene sempre impalato a una scrivania, fa il direttore di banca, il direttore di scuola, il direttore di ufficio, il direttore di giornale, il sindaco, l’editore, il capo fabbrica, il capocomico… il donatore di lavoro insomma come dice la bravissima Rosalia Porcaro. A queste figure arrivati ad un certo punto bisogna scrivere o rivolgersi come un tempo si scriveva o ci si rivolgeva a Babbo Natale. E come bisogna scrivergli? Ad un editore come bisogna scrivergli? Illustrimo Editore, la vengo a cercare in quanto che… No, troppo contorto. Illustrimo Editore, sono T&C (Tizio e Caio), avrei scritto una cosetta che se lei nel suo illustrimo sguardo volesse… No, troppo leccato. Illustrimo Editore, io scrivo, lei pubblica, perché non pubblica quello che scrivo? No, troppo da strisce dei Peanuts… Allora si potrebbe fare: Caro Editore, diciamoci la verità, lei uno come me dove lo va a trovare? No… manco così va bene, troppo presuntuoso… Ci vorrebbe una formula più cortese, ma anche più vivace, più deferente ma più ironica… più di riguardo, ma meno di contesto… più ambientale ma meno distante… 

Opterei per un Carissimo editore, ma perché lei con tutta la sua editoria italiana nazionale e la vostra babbioneria non ve ne andate, francamente, a fare in culo? 
Si allega manoscritto.

Ecco. Così mi piace. E così devo ricordarmi di dire ad Albertina la prossima volta che la incontro, le devo dire che i Babbi Natali è meglio abolirli, ignorarli, spernacchiarli piuttosto che riverirli (nella forma come nei contenuti). Tanto, sono degli stronzi uguale.

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