Della serie dei non-incontri: Landolfi non incontra Fellini




Resto ancora per un altro articoletto nell'emisfero boreale landolfiano (inizio a scrivere come i presentatori radiofonici: sarà perché vivo praticamente in macchina da mesi?) e propongo alla mia ricca platea di lettori un bel raccontino di Landolfi, contenuto in uno degli ultimi volumi che Adelphi ha dedicato all'autore: Diario perpetuo - che, va ricordato, è propriamente l'ultimo Landolfi, quello prima della morte, che scriveva pezzi "alimentari" per il Corriere della sera. 
Comunque, bella o brutta che sia questa ultima parte del suo lavoro (a me piace più di altre considerate meglio riuscite) il pezzo che dicevo nel titolo è questo che viene dopo, ed è tratto dall'articolo più ampio (apparso, come detto, in primo lancio sul Corriere della Sera e col titolo "Diario perpetuo: La seta nel baule"). Buona lettura a tutti.


L’antica e terribile questione se ciascuno sia fabbro della sua fortuna o per contro tiri la paglia («Allora il giovin tirò più corta paglia », è un caro verso). Alla quale questione e non paglia senza pretesa d’apportar nuovi lumi, si può osservare che grande è talvolta la tentazione di dar ragione all’antico, nonché a coloro che pretendono la felicità ci passi accanto almeno una volta nella vita e basti riconoscerla, eccetera. D’altronde questo è un rincalzo: della questione credo d’essermi già in diverso tempo occupato.
In una sala di scrittura alla Posta centrale di Roma, a San Silvestro, mi venne un lontano giorno di scontrare Federico Fellini. Io, cioè, stavo scrivendo con tutti «i peli arricciati » una lettera, e lui faceva con eguale fastidio altrettanto. Era già un uomo celebre, ed aveva pubblicamente affermato di preferirmi tra molti scrittori italiani.
Vistosi osservato e ravvisato, egli mi piantò addosso, anzi negli occhi, quei suoi occhi straordinariamente vivaci e quasi balzanti verso il proprio oggetto; e pareva aspettare o aspettarsi qualcosa. Forse che io gli chiedessi un autografo; o forse anche la mia fisionomia gli appariva in qualche modo familiare; o semplicemente, da ultimo, la medesima gli si distingueva da quelle anonime degli altri estensori di lettere e documenti e bollette. Io, poi, lo riguardavo di rimando con una vaga ironia non certo a lui volta, e...
Eppure, ricordo, pensavo: « Sì certo, ora, ora appunto la mia fortuna mi passa accanto: mi basterebbe un cenno perché egli, che già conosce il mio nome, mi porgesse benevola udienza, mi si mostrasse amico, e così via con tutto quanto ciò potrebbe comportare. Ma sono io (seguitavo), è questo piccolo lucifero colui che darà atto alla sorte della sua buona volontà? - No non sono (mi rispondevo) : venga piuttosto ella (la sorte) e mi si accosci ai piedi, o venga egli a me».
E così insomma, forse, la buona sorte mi passò tra i capelli senza che io crollassi il capo. Giacché al postutto ero allora intelligente quanto basta, di non turpe aspetto, e dotato perfino di alcuna vis o comunicativa; e sopra ogni cosa ero un grande attore.
Ma che farci, se la costruzione del proprio destino deve fare i conti anche col nostro orgoglio! Per me, non seppi mai accomodarmi delle cose da perseguire, magari con travaglio o solo fastìdio, delle cose che non ci corrano incontro a lambirci i piedi. E questo è il motivo per cui son restato di qua dalla barricata: son restato, invece di vivere, a vergare fogli senza corso.
Il mio vecchio e carissimo amico Carlo Bo ha dato una nuova e superba prova della sua finezza quando, chiamato a parlare di me, ha detto (cito a memoria) : « Egli è il vero erede di D’Annunzio, nel senso che può fare ciò che vuole »... eccetera. Frase (tanto festosa in apparenza per la gente grossa) che contiene pure, se non il suo vecchio veleno, la sua limitazione. Poiché, lo si rammenti, le talent fait ce qu ’il veut, le génie fait ce qu ïl peut.
Non meno cara per questo, anzi più cara, la sua testimonianza.


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