Da dove ci scrive Giorgio Manganelli?



Da qualche giorno mi sono preso una cotta per il delicatissimo tema dei non-luoghi, il mio pensiero va sempre là, un po' come il dipendente della Conad nella pubblicità che si alza di notte apposta per andare a controllare come sta la frutta al banco... magari, ripendandoci, non è un assillo proprio così cocente ma è un bell'assillo comunque, ve l'assicuro. Ad ogni modo provo a togliermi il dente parlandone qua. Vediamo che succede. I non-luoghi. I non-luoghi dovrebbero essere, secondo l'antropologo francese Marc Augé, quegli spazi che, per dirla alla buona, sono spersonalizzati e massificati, senza un costrutto storico particolare, relazionale e identitario come a esempio  le autostrade, i centri commerciali, i posti di passaggio in generale, gli aeroporti, le sale d'aspetto, gli autogrill, gli outlet ecc. 
Sinceramente, senza sapere né leggere né scrivere, a me mi pare brutto che uno si sveglia la mattina e punta il dito contro un qualcosa e gli dà del "non-luogo"... mi pare un tantinello razzista, poi fate voi: è come se uno dicesse a una persona magari non socievolissima, magari a un eremita, che è una non-persona, non lo so, o comunque mi pare un modo più culturista che culturale di spiegare e gerarchizzare il mondo questo qua dei non-luoghi (sempre che questo ordinamento o spiegazione abbiano necessariamente un senso, un valore). Mi piacerebbe poi sapere l'opinione su questa cosa di una che vende i telefonini in uno dei corridoi di un centro commerciale o di uno che prepara i panini in un autogrill o di chi si trova in un campo profughi o si incontra tutti i giorni al bar del tale centro commerciale pe' fassi 'na chiacchiera... Chissà che cosa ne pensano loro che gli si dica che passano così tanto tempo in un non-luogo... non vorrei che a qualcuno che si può permettere di vivere nei luoghi-giusti, al centro delle città, gli venisse in mente di chiamarle non-persone ché qua di sti tempi so' capaci di qualsiasi nefandezza, fisica e verbale. 

Comunque, non era questo che volevo dire. O meglio, era mia intenzione liberarmi dei non-luoghi e sgrassare quel poco che si può un termine tanto sprezzante e negativo. Tra l'altro ero proprio in uno di questi non-luoghi, quando, tempo fa, aspettando che chiamassero il mio volo, leggevo Manganelli e incominciai, forse ispirato dalle suggestioni del posto, a chiedermi  da dove ci scrivesse sto benedetto scrittore. Dall'Inferno, si intitola un suo libro. Ma sarebbe troppo facile... e scontato, rispondere così. Da un aeroporto... letterario, da una stanza dei giochi letterari? Mah, bisogna distinguere. Certo, il Manganelli satirico dei corsivi ai grandi giornali italiani (i testi di cui a detta sua andava più fiero), quelli che poi titolò Improvvisi per macchina da scrivere, o quello dei reportage dall'Italia o dal mondo o quello dei saggi più famosi, quel Manganelli là ovviamente ha una voce diversa, più agganciata alle vicissitudini terrene, alla "realtà"... Ma il Manganelli che dico io è quello, diremmo per comodità, narrativo che sin da Hilarotragoedia e passando per molti libri (penso tra tutti a Sconclusione, Encomio del tiranno, Presepio ma anche a Centuria o lo stesso Dall'inferno ecc), punta ad un efferata universalità, crea un Narratore, il Narratore manganelliano, un Narratore-Primo Attore che soliloquia, gioca, monologa e parla come se avesse attorno un fumo che isola e avvolge ogni oggetto letterario espresso dalla sua voce. E' come uno che scrive da sopra le nuvole, ma non come Flaiano che me lo vedo più come una divinità saturnina e dispettosa che lancia fulmini di sotto incenerendo tutta la malarte e il malcostume, piuttosto me lo vedo più come su un tappeto volante, cosciente, assolutamente cosciente, di volarci sopra.... Il Manganelli della narrativa ha attorno a sé il nulla, è una voce che non ha a che fare con niente, non ha a che fare col realismo, col fiabesco, nemmeno, se non tangenzialmente, con alcune esperienze avanguardiste, è pura voce, corpo scrittoreo... si pone cioè oltre qualsiasi riferimento realistico o mondano, qualsiasi appiglio a un determinato immaginario, reale o immediatamente letterario che sia. Manganelli parla da un altrove, da un deserto vuoto, svuotato finanche della sabbia, delle oasi e dei cammelli... a meno che essi non servano come simboli, argenteria letteraria. Forse in questo i contesti manganelliani, seppure più giocosi, buttano fuori una forza disperante ben più pessimistica delle scarnificate scenografie in cui sono costretti a muoversi gli eroi beckettiani perché quello è un mondo post-trauma (il trauma del soggetto), ma è pur sempre un mondo, quello di Manganelli è un aldilà, è un altro non-mondo, evanescente come un sogno. 
E' per questo che m'è venuto in mente che Manganelli non solo scrive da un non-luogo (letterario, s'intende, perché senza alcuna relazione con niente che non sia simbolo) ma la sua opera è in qualche maniera un non-luogo letterario per eccellenza. Un non-luogo senza luoghi d'incontro o attracco avanti e senza luoghi indietro, e mi verrebbe da dire senza altri non-luoghi da nessuna parte. E' una voce che gioca e si dispera in una valle di pagine bianche. Sarà anche per questo che a leggere un libro scuorante e divertentissimo come Sconclusione non solo non abbiamo punti di riferimento ma la nostra unica maniglia di presa è la letteratura, la scrittura (scusate il gioco di parole) pura, come gioco che crea e distrugge nello stesso momento, una scrittura che si fa e si brucia, si prende gioco di sé e si sotterra. Un non-luogo per eccellenza dello scrivere. Della scrittura che può tutto e non può niente. Una menzogna catastrofica.      

Commenti

  1. la Giulia Niccolai sostiene che la Palude definitiva di cui (/da cui?) scrive il Manga (che ha conosciuto) sia la palude "del desiderio"; però a me 'sta roba, detta da una buddhista, convince proprio poco poco poco...

    (a margine: "non-luoghi" in ottica di marketing funziona fin troppo bene!)

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  2. Nemmeno a me sconfinfera la psicanalisi letteraria (lessi qualcosa di Freud, Jung e Fromm tempo fa senza avvincermi troppo... mi ricordo una lettura dell'Ulisse di Jung davvero malandata, d'altro canto pare che Joyce non ne volesse proprio sentir parlare di psicanalisi e che si incazzava non poco a sentire millantare legami tra questa e la sua opera. Con Jung ebbe qualche rapporto ma prevalentemente di natura clinica perché voleva che Jung gli guarisse la figlia Lucia... ma non ci riuscì). Comunque, io lo dico sempre sono per la critica letteraria fatta dagli artisti, mi piace di più.
    Non sapevo di questo commento psicanalitico della Niccolai su Manganelli....
    Non so, può darsi abbia ragione, ma riguarda il privato di Manganelli (che alla psicanalisi fu bastevolemente legato... non dimentichiamo l'importanza dell'onirico in Manganelli) - potrebbe essere utile per uno studio sull'origine dell'ispirazione manganelliana ma nel merito letterario non saprei quanto ci possa interessare. Se prendiamo il famoso inizio di Sconclusione con il narratore che afferra il padre e lo imprigiona dentro un cassetto della scrivania con mille pensieri vessatori, poi veniamo a sapere che la madre è collocata non solo dentro un vaso ma addirittura in un altro piano della villetta, sarebbe fin troppo facile abbuffarsi di simbologia edipica e via di questo passo. Magari c'è, esiste, questo irrisolto, come d'altronde c'è in tutti ma è questo che fa grande Manganelli o è il suo straordinario talento letterario? A me interessa di più il fenomeno estetico in Manganelli che il perché e il percome di altre cose... E nel fenomeno estetico di Manganelli c'è questa voce che parla da un altrove senza connotati né colla letteratura antica o recente né con un al di qua. Sembra effettivamente un mondo di sogno, forse di desiderio, di uno stato-infantile-cosciente... una specie di stanza dei giochi della letteratura. E' un mistero alla fine.

    Col margine intendi dire che l'etichetta del non-luogo attizza il commercio? Mbò, forse sono più le caratteristiche tipo del non-luogo a dare tanta adrenalina al consumatore. In effetti, credo che il non-luogo commerciale sia pensato più per la provincia che per la città, in quanto dona alla provincia una possibilità di fuga e dispersione identitaria che in città per larga parte c'è già... la cosa sarebbe però contraddetta dal fatto che conosco alcuni centri commerciali che si sono sostituiti alla piazza, alla passeggiata domenicale al corso del paese, al ritrovo comune. C'è da dire che sui centri commerciali c'è tutta una discussione se ritenerli davvero non-luoghi oppure no. Sono una piattaforma commerciale più aggressiva del corso o della piazza, dove comunque si compra e si vende, il mercato rionale viene svolto lì... Se vuoi, e concludo, un tempo si impiantavano i famosi mercati coperti che però dove vivo io sono andati tutti falliti. I centri commerciali no....

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  3. d'accordo con più o meno tutto quello che dici di psicanalisi, il Manga, il rapporto (non sapevo della figlia di Joyce); l'unica cosa che boh... non credo l'estetica sia meno un mistero :P (l'intendo in senso molto lato; non ho ancora nemmeno capito cosa mi garbi nelle donne; e non sono di quei "do cojo cojo" - e i libri son pure peggio delle donne :D )

    ---

    no, mi riferivo proprio al termine "non-luogo": dico che è stata una bella trovata; perché Augé non è un saggista di quelli che si dice "brillanti" (anche se dal vivo, l'ho ascoltato 'st'estate m'è sembrato bravino davanti un pubblico), ha scritto cose che - al di là dei titoli più o meno effetto - mi son sembrate sempre molto pensate a partire dall'accademico e nemmeno troppo "sparate" (contro-esempio per far capire: Baudrillard è altrettanto "difficile", anche se in maniera diversa, però, soprattutto da La seduzione in poi le spara talmente grosse e talmente fuori dal mondo che si fa sentire per forza!), per cui mi sembra che quando ha trovato quell'etichetta identitaria (anche se al contrario) abbia trovato la formula giusta per farsi un po' di pubblico, visto che poi nella definizione di non-luogo, invece, più o meno la dice come te: se non ricordo male ripete a spron battuto che "il senso è sempre un senso sociale" e quindi, sì, se il non-luogo è più vissuto (e per me lo è!) di quanto non sia il centro cittadino connotato storicamente... bhè, l'ago della bilancia può pure spostarsi(!) [non dico che abbia scritto\detto\pensato lui, 'na roba del genere, dico che nella sua definizione me sembra un possibile]

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  4. In realtà "è un mistero" era riferito all'estetica, non alla psicologia.

    Non-luoghi è una buona formula catalogante ma credo che regga sempre di meno.... questa cosa degli antropologi di appaltare tutto alla cultura la trovo una maniera non so fin quanto consapevole di ritorno all'antropocentrismo (che poi dietro ai fatti culturali ci si nascondono tante nefandezze sociali).
    E' in questa direzione di emancipazione delle cose che mi dà fastidio il concetto di non-luogo. O meglio: le cariche negative attorno a questo concetto.
    Se una cosa non ha o non riesce a creare identità per come la vedo io è una bella cosa.

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  5. ho letto troppo in fretta allora :D

    oddio... questo di appaltare tutto alla cultura... sì, magari hai ragione; ma me pare anche che del termine "cultura" fanno un tal mostro, lo fan talmente carico da non significare davvero più niente: se sia un ritorno all'antropocentrismo... mboh!

    sull'ultima avevo capito e appoggio la mozione :P

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  6. "...o si incontra tutti i giorni al bar del tale centro commerciale pe' fassi 'na chiacchiera..."

    E' che se due, e po' altri due, si ritrovano nel "non luogo", e lo fanno ogniqualvolta pe' fassi 'na chiacchiera, lo trasformano in luogo.

    Il Manga, ah il Manga. Scrive dal Promontorio delle Metafore. Più ricco di quello de' Nasi.

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    1. E' quello che dico pure io Robysan. Lo trasformano in luogo.

      Ps: Hai fatto bene a scurire il carattere dell'ultimo post. Mi spiace solo che mi sa che sto giochetto dei blog gli è finito. Almeno come spazio di discussione. O forse è finita proprio la discussione? Speriamo di no...

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  7. Direi che l'Augé stesso ha un po' modificato le sue posizioni in quella direzione.

    da Wikipedia:

    "L'identificazione dei centri commerciali come nonluoghi, tuttavia, è stata oggetto di messe a fuoco distinte da quella di Marc Augé: una ricerca effettuata in Italia su un vasto campione di studenti delle scuole superiori (Lazzari & Jacono, 2010) ha mostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo d'elezione per gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d'incontro dopo casa e bar. Secondo Marco Lazzari (2012) i "nativi digitali" sono nativi anche rispetto ai centri commerciali, nel senso che non li percepiscono come una cosa altra da sé: sfuggendo la retorica del nonluogo e ogni snobismo intellettuale, i ragazzi sentono il centro commerciale come un luogo vero e proprio, di frequentazione non casuale e non orientata soltanto all'acquisto, dove si può esprimere la socialità, incontrare gli amici e praticare con loro attività divertenti e interessanti. Lo stesso Augé, in effetti, ha successivamente convenuto che «qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo»."

    Il giochetto dei bloghi gli sarà pure finito, ma io ti dico che...

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  8. Promontorio delle metafore... Non è la risposa al mio quesito ma dice una cosa vera del suo stile. Manganelli è uno dei pochi scrittori e poeti, accostati al barocco (ci si accostava pure da solo), la cui lettura non dà un senso di pesantezza, di inutile manierismo. Penso che ciò dipenda dal fatto che uno scriveva come un dio, due perché è stato una delle intelligenze migliori dell'Italia nel Novecento. Ogni sua metafora creava un'idea, descriveva un aspetto laterale del tutto. Non era retorica fine a sé stessa, aggiungeva (o sottraeva) un senso al/dal nulla.

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  9. L'idea del "Promontorio delle Metafore" mi è schizzata in testa perché qualche giorno fa parlavo del Tristram Shandy con un amico. Lì c'è - tra il molto altro - un cavaliere che entra in Strasburgo e viene notato per il suo naso eccezionalmente fuori misura, che lui afferma essersi procurato al Promontorio dei Nasi. Ho lasciato che la mia natura di joculator prendesse spunto di lì. Chiaro che essendo la mia una metafora (e per imitazione) ma non essendo io, ahimè, manco un'unghia del mignolo del Manganelli... feci il poco che potei!

    Lascia che ti suggerisca la lettura di un autore (al momento inedito) che ha tra i suoi debiti, per sua stessa ammissione, anche il Manganelli: questo. Non limitarti a un colpo d'occhio.

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  10. Anderò a vedere il blog, certo.

    Il promontorio delle metafore va bene, in fin dei conti è una bella fantasia per una buona pagina di critica letteraria come piace a me. Dicevo che non s'adattava alla mia domanda perché nel post parlavo del "sito", del "paesaggio" da dove ci arriva la voce manganelliana. Cioè, dove siamo? Sembra delle volte di stare in una specie di aldilà gonfio e bianchiccio, ondulato e molle, pacioccone e terribile. Non siamo ad ogni modo in nessun luogo letterario della tradizione né vale la pena tirare in ballo le poesie per altro molto diverse tra loro dei poeti del gruppo '63. Siamo nell'immaginario un po' bambinesco di Manganelli da cui può arrivare di tutto.

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