Un racconto di Mario Lo Tasso (finalmente!)

Me l'avevano chiesto in tanti, non sapevo che cosa rispondere se non che le poesie di Mario sono già una mescita di poesia e narrativa. Ma negli ultimi giorni stanno venendo fuori dai bauli delle grosse sorprese e ci sentiamo di dire senza se e senza ma che Mario Lo Tasso fu anche uno scrittore di narrativa piena, un narrativo tout-court (anche un po' troppo corto). 
Tra le cose rinvenute in queste settimane di totale full-immersion lotassiana, abbiamo scoperto dei cimeli addirittura sorprendenti (lettere d'amore, abbozzi di romanzi-fiume, disegni di moda, cruciverba, parole crociate incompiute). 
Altri siamo certi verranno fuori in corso d'opera. 
Altre a tempo debito, altre mai, che sempre a tempo debito sono. 

Quello che qui vi si proponiamo di seguito è un racconto breve di sapore  "autobiografico"... ma come sanno i miei lettori, in letteratura, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Per fortuna. 








 Un racconto di Mario Lo Tasso, 
Titolo: E' che non sono (un poeta di verita'). E allora che sono?
Sottotitolo: Tra il dire e il fare c'è di mezzo il Bari


 Mi era arrivata una lettera dal Ministero che fugava ogni dubbio ulteriore e non lasciava nessuno spiraglio di errore sulla mia disperata incertezza finanziaria nei susseguenti cinque anni e oltre. Mi rivolsi ai sindacati e agli amici che mi tirarono le orecchie per la mia condotta scoordinata e maldestra con il danaro e il sacro lavorare. Mi sembrava quella la maniera di badare al mio pane quotidiano? Ma dove c’avevo la testa? Nulla si apriva per me all'orizzonte. Per fortuna avevo ancora un padre che mi voleva bene, che quando ero piccolo m'aveva comprato l'abbecedario per farmi studiare, e ora nel momento del bisogno mi portava con lui (io quarantenne a lavoro con papà) a fare il mercato degli ortaggi assieme a lui vecchio ma ancora forzuto (perché tutti vedono i vecchi arzilli? possono essere pure forzuti).
Ho sempre amato il mercato popolare, ma mi dovevo alzare prestissimo, fare il giovane di fatica a quarant'anni, mio padre teneva tutto il lavoro nella testa, io lo dovevo tenere nelle braccia. La mattina il mercato, il pomeriggio qualche ora giù alle terre a menar di zappa.
Un giorno non ce la feci più di vederlo a suo agio in mezzo alla gente che parlava parlava... tutta quella gente che veniva a riempire le sportole di ogni ben di dio di campagna, non ce la facevo più di riempire le loro buste di scarabattole e barbabietole, lo piantai in asso. Gli dissi babbo oh babbo (urlavo perché non mi sentiva con tutti quei suoni del mercato) Babbo! io me ne vado! lascio questo lavoro di merda! me ne vacoooo! Per fargli capire facevo anche il gesto colla mano che me la battevo.

Allora vattene mo mo mo, disse mio padre, te ne devi andare subbbito... era diventato una belva e urlava come per dire che potevo andarmene a mercato in corso, immediatamente, ché lui ce la faceva da solo, non aveva bisogno di questo figlio moscio e ingrato, sto 'mmescilito di me, che avrebbe rimesso tutto da solo il carico nel furgone... come sempre. 
Sbattei la porta (la porta metaforica s'intende) e me ne andai con l'anima tribolata. Strada facendo mi sentivo un po' in colpa per quel vecchietto che era rimasto da solo a smaltire il mercato ma ormai era troppo tardi. Eppoi sapevo di stare facendo la cosa giusta, non potevo andare avanti così. Avevo bisogno di un po' di stacco. Tanto anche a non voler far più niente per qualche mese, avevo quarant'anni, al militare non mi chiamavano più.   

In quel periodo, avevo il pepe al culo. In realtà, la cosa che mi metteva ansia era il dovermi decidere su un lavoro che non sapevo se prendere oppure no. La mia buona coscienza, il mio grillo parlante, mi diceva no Mario lascia stare, te ne pentisci... le mie finanze però erano urlanti nell'altro senso e mi martoriavano.
Si era durante il boom dei corsi di scrittura creativa. Io avevo da poco pubblicato delle mie cosucce di poco peso per dei giornali e nonostante mi affaticassi come un mulo per scrivere poesie sempre più immortali e ricordevoli, più belle e inautentiche, le mie forze mi abbandonavano soventemente ed erano sempre fiaccate dalla cattiveria degli editori e dalla freddezza dei lettori che non capivano il mio impegno (non voglio dire bravura, o peggio genio, no, questo no, però mi impegnavo a fondo e io l'impegno quando facevo l'insegnante di educazione tecnica a scuola lo tenevo di peso nel voto decisivo - avevo addirittura affastellato sulla mia scrivania già tre raccolte di poesie che giacevano inerti e silenziose sulla mia vita di artista degenere incompreso). Leggevo i miei poemelli agli amici. Molti non ascoltavano. Nessuno ascoltava. Specialmente i panettieri, i fratelli Gambino, non ascoltavano mai quando leggevo. Non ascoltavano manco i compagni del circolino. Né l'amico Gianpierre che aiutava mio padre coi mercati. Non mi ascoltava nessuno quando volevo leggere... Come fanno gli scrittori che dicono che gli amici gli danno i consigli di scrittura a farsi dare i consigli? che amici c'hanno? Pure io li vorrei degli amici così ma figurati se mi sono capitati.
Però uno di questi amici che non ascoltava mai un giorno mi fece svoltare. Dice: mettono a S. un corso di scrittura creativa, vuoi fare il professore tu?
Un corso di scrittura creativa in Molise?! Ecchessiamo in america qua? 
Rincredulivo!

Nella mia vita ero stato professore due volte due. Una volta non proprio professore ma istruttore di scuolaguida, imparavo ai ragazzi la teoria delle strade e dei segnali di divieto. L'altra il professore di educazione tecnica. 


Era quello il mio rovello. Cosa avrei insegnato ai ragazzi di scrittura? Ma la scrittura non è mica una frittura di pesce... come facevo a insegnare io?


Chiesi tempo. D'altronde non era sicuro che questo corso partisse e soprattutto non è che fossero tutti sti gran quattrini. Erano quelle poche mila lire che mi ci compravo le sigarette e il caffè, così mi aveva detto un mio amico... Mi conveniva.

Chiesi tempo e nel frattempo la notte vagavo per la casa come un matto con gli occhi fuori dalle buche e la faccia di un disperato con i sensi di colpa in tutti i casi sia che accettavo sia che non accettavo. 
Alla fine accettai. Anche se per farmi accettare questo mio amico mi dovette tirare per le gambe, prendermi di peso come bisogna fare con quelle rocchestarre che si cacano sotto di salire sul palco.
I corsi erano serali, come le scuole serali, e a frequentare c'erano quattro gatti, di solito... l'avevo detto io. Dovevo fare un'ora e qualcosa di treno per arrivare in loco e fare la lezione (di cosa? su cosa?), la prima cosa che mi sentivo di consigliargli a quei ragazzi era di diventare vecchi, leggere parecchio specie Dante e Cavalcanti ma sopra di tutti DINO CAMPANA, e marinare l'entusiasmo. Quello sempre. Sempre.

Al corso si iscrissero una decina di ragazzi fra i venti e i trent'anni. Molti facevano gli operai in Campania, nel settere del cacio, nei loro componimenti ricorrevano moltissimo i colori bianchi, le mucche e gli odori rovinati. Gli altri erano più giocherelloni ma anche meno rabbiosi. Uno faceva di mestiere lo scaldaletto delle donne possidenti di grisbi (denaro no biscotti). Uno solo era il figlio del sindaco ma lo scopersi solo all'ultima lezione quando uno dei ragazzi disse che "e vabbè certo che è bravo quesso è il figlio del sindaco!". Punii ovviamente il ragazzo per non avermi detto che era figlio del sindaco, per altro democristiano. 

Il corso era filato via liscio. Io non mi ero preparato niente, le lezioni erano molto spontanee, non volevo rubare lo stipendio ma non volevo nemmeno spacciare fumo a quei ragazzi. Andavo lì, si parlava, di libri soprattutto e di come vivevano e di che gli piaceva, poi gli leggevo qualcosa di forte, e gli dicevo che se volevano potevano scrivere ma senza fare i furbetti. 
A racconto o poesia o prosa ultimata io mi riportavo tutti gli elaborati a casa sottobraccio come un giornalista che vaga nella notte e li correggevo. Quando correggevo ero inflessibile, segnacci rossi e strappature dovunque. Incoraggiavo chi andava incoraggiato, ma ero implacabile di fronte agli errori, di metrica, di stile, di ritmica. Soprattutto di ritmica. 
Mi ricordo che la poesia più bella me la scrisse lo scaldaletto che era il ragazzo di piacere della moglie di un dirigente del Bari. La sua poesia si intitolava Tra il dire e il fare c'è di mezzo il Bari, una poesia d'amore a pagamento, era molto bella, parlava delle promesse d'amore tra un giovane in bolletta e della sua bella che dipendevano da dove giocava il Bari, dalle trasferte (pe' forza, il marito di lei faceva il dirigente...) e poi la poesia si concludeva con la speranza che il Bari si qualificasse almeno per la Coppa Uefa. 
Non glielo dissi che era bella. Anzi, gli dissi di lasciar perdere con la poesia e di cercarsi una moglie in gamba. E che la finisse di fare il gigolò da ddù soldi... per quella miseria di parcella, era un bel figliolo, almeno doveva chiedere il doppio. In cuor mio credo di avergli fatto tutti i torti in mio potere per farlo diventare un vero poeta. Il resto toccava a lui. 


A corso finito non accettai di andare a fare la pizzettata di fine corso... Coi soldi guadagnati mi comprai caffè e sigarette e me ne tornai al mio paese a fare il mercato. Un giorno mi vide a vendere le patate uno dei ragazzi del corso di scrittura creativa, gli chiesi che faceva che non faceva e se scriveva ancora, rispose tz', arrossendo, perché a scrivere tutti si vergognano un po', poi mi disse che Dino Campana era il numero uno professò. Gli regalai un cartoccio di fichi.

Dall'altra parte della bancarella mio padre ravanava le pagine di un giornale per farci il letto di una cascetta. Poi cominciò a metterci sopra le pummadore. Erano appena le dieci e mezza. Gli feci un fischio. Babboooo, babboooooo. 
EH? Che vù? 
Devo andare al gabinetto. 
Mu'vete. 
Non tornai più. Lo piantai in asso un'altra volta, povero vecchio, in quel periodo gli faceva pure sempre male il culo per via delle emorroidi. 
Ma questa era la volta definitiva che lo lasciavo solo a disperarsi per smontare la bancarella e ricaricare il furgone.
Il cielo era alto azzurro e pieno di sogno come una terra di confine tra il Messico e gli Stati Uniti d'America. Scappai per l'ennesima volta come ero scappato dal collegio, dalla scuola, dall'insegnamento, dal matrimonio e dalla vita comandata. Ero in cerca di mate, caffè e pazzia.
E non avrei mai più fatto un corso di scrittura creativa… anzi il contrario scappavo proprio per fare finalmente il mio corso di scrittura creativa. A modo mio. A quarant'anni suonati. 
Dovevo diventare vecchio da qualche parte. Ma lì non andava bene. Approdai in Algeria.

Ma questa, come si dice?, è 'n'altra storia.



 
(Fine)




***  


PS: 

Della saga dell'imprendibile Mario Lo Tasso ho pubblicato sopra questo blog altri momenti memorabili:


Tutte le avventure di Mario Lo Tasso inedizione speciale tascabile (fate click)












Commenti

  1. e a te, a te, che esilio ti vive?

    bonus track: https://www.youtube.com/watch?v=DdvjY5lxu4M

    RispondiElimina
  2. Un amico di Mara Maionchi2 luglio 2013 16:46

    Nel merito del pezzo: è un falso d’autore o è un autore falso?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' Dinamo Seligneri ad essere un autore di falsi

      Elimina
  3. @Anonimo
    Grazie del link

    @Un amico di Mara Maionchi
    Nessuno dei due

    @Paolo Noir
    Sbagliato! DS non è un autore

    RispondiElimina
  4. marò seligne'.
    mò liggenno a lo lasso penzavo na cosa.

    ma voi seligne' vi rendete conto di quanti bambini giocavano co le navicelle e di quanti pò veramente so andati nello spazzio quando so cresciuti.
    na percentuale bassissima.

    oppure tutte quelle uagliuncelle coi diari del quore.
    paggine e paggine, e pò magari da grandi non hanno mai pubblicato un libbro e affinale so diventate la moglie di un cuozzo col chiocciola che di notte si appostano sul marciapiede del rettifilo a guardare le vetrine dei magazzini.

    la stessa cosa tutti quei ragazzini che in pubertà si so abbuffati di pescimmano.
    ma pò quanti roccosiffredo so usciti.
    uno, bello grosso, ma sempre uno.

    per non parlà di tutti quelli che giocavano a calcetto, degli hipster che suonavano nelle cantine coi prociutti appesi.
    o di quei rattusi che giocavano a medico e infermiera.
    quanti so diventati veramente rattusi, boh.

    questo per dire che nella vita più ci metti il penziero e peggio è.

    piglia a ainstain.
    a scuola andava na mezza latrina, co le tabbelline arrivava a stento a quella del cinque.
    e intanto pò ce lha fatta.

    mò sta su un sacco di poster co la lingua da fuori.
    è vero, nessuno sa che cosa ha studiato, però sai mò che spaccimma di sordi che si sta abbuscando killu bastadd.
    bell' albè!

    ciao

    albè

    RispondiElimina
  5. @Albè

    Tutto quesso v'ha 'spirato Lo Tasso? Siete fortunato ad averci il penziero, tutto ssò po' po' di penziero, anche se dicete che nella vita bisogna mettercene poco. Penzo che tenete arraggione. Ma pure che tenete torto, penzo. Gli è cumplicato.

    Ciao Albè

    RispondiElimina
  6. Albè, si nu cazzo all'erta, Dinamo t'ha fottuto!


    Cmq. Da quando l'oblio ne sta seppellendo i suoi plagiari, Lo Tasso è più vivo che mai! W Lo Tasso!

    ilMatt.: un caro saluto, Dina!

    RispondiElimina
  7. Ciao Matt!
    E' vero, è più vivo che mai ma ha il vantaggio che non lotta più assieme a noi (ti pare un vantaggio da poco?).
    Comunque so' contento che per l'ennesimo anno di fila non ho vinto il premio Strega... vabbè che mi piace perdere facile quindi...

    Matt, un caro saluto pure a te.

    RispondiElimina
  8. Buono Lo Tasso. Ci piace.
    A presto per leggere Lo Tasso alla radio.

    da Catamarano73 solo il meglio

    https://www.youtube.com/watch?v=BYA17RZROMY

    RispondiElimina

Posta un commento