Il padrone di Goffredo Parise

C'è stato un tempo che il padrone... il tenutario del nomignolo narrativo Dinamo Seligneri (ci è chi possiede delle tenute in alta Sassonia e chi un nomignolo), come si sarà capito da alcuni racconti ad egli commissionati, frequentava gli stadi di calcio. In quel tempo che è durato non poco, questo poco interessante tenutario di nulla si assiepava come molti della sua età sui gradoni della curva e aspettava. Non era un ultrà scalmanato, ma nemmeno composto, semplicemente sceglieva quel settore perché era il più economico. 
Sempre in quel tempo, il capotifoseria della curva aveva una cinquantina d'anni e una barba da Mangiafoco, si inerpicava sopra la rete, si metteva di spalle alla partita, e con i tifosi davanti, come un direttore d'orchestra parte poveri ma più aggressivo, intonava cori ed esortava noi mano vali a fare lo stesso. 
"Batti batti le manine che arriva papà"... no, non si cantavano le filastrocche, ma è come se lo fossero filastrocche, i cori dello stadio. Perché no? 
Esso Mangiafoco, che il manutengolo di Dinamo Seligneri lo chiamava il "prete" ora capirete perché, aveva una grande stazza, riusciva spesso a inventare, improvvisando, delle canzoni, ste filastrocche da stadio, e se ne pasceva... ma la cosa che amava di più era che amava nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo (che lui non aveva visti) fare dei discorsi oracolari sulla vita, la sua, sui sacrifici, i suoi, che sembrava, essendo pure domenica, di stare a sentire la messa. Era un oratore, sia chiaro. In alcune occasioni, ricorda sempre il manutengolo di Dinamo Seligneri, si lanciava anche in investigazioni psicologiche di massa. Comizi a braccio, si potevano definire, tra avventura e morale. Uno poteva benissimo andare a sgranchirsi le gambe o andare a bere un caffè borghetto, cosa che io facevo quasi sempre, ma una domenica rimanetti lì...

Quella domenica, nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo, raccontò che durante la settimana per colpa del suo datore di lavoro la pressione gli era schizzata alle stelle, come quando uno tira un cazzotto omicida al pungiball e la barra squilla illuminandosi a intermittenza come un casinò di Las Vegas... 

Dopo questo preambolo che ci tenne col respiro sospeso, il nostro Mangiafoco curvaiolo iniziò a parlare del fatto che lui era dipendente di una ditta di stucchi ma che non era di nessuno lui, lui non aveva padroni ma datori di lavoro, merdosissimi datori di lavoro che si facevano grassi alle spalle sue che, seppur grasso, diceva "ingrasso male" "ché mi faccio un mazzo e un fegato tanto". Che per lui la parola padrone il padrone se la poteva ficcare nel culo ché lui col cazzo che lo chiamava così, che se fosse stato per lui la parola padrone la dovevano abbolire con due b! Nemmeno dottore lo chiamava "C'ha la terza media quel bastardo... mi stava a fà scoppià lu cor... mo ce lo chiamo pure dottore... sì dottore delle pecore smazzate!". 
Fin qui mi piaceva. Poi però si animò secondo me il prete che era in lui, e disse che l'unico padrone suo era Gesù Cristo... vabbè... alcune pernacchie giovanilistiche si levarono dalla calca e la storia continuò nelle sue normali trame. 

Anni dopo, leggendo il libro Il padrone di Parise, mi tornò in mente il Mangiafoco della curva che voleva abbolire con due b la parola padrone, anzi ammetteva l'uso della parola padrone solo se rivolta alle divinità. Chissà forse gli sarebbe piaciuto, Il padrone di Parise. Troppo complicato? Mbò, forse che sì forse che no, è un uomo di cervello fino Mangiafoco.

Non sto a dire a voi di che parla sto romanzo, perché dù palle a parlare di letteratura e di quello che parla la letteratura, dù palle a fare la "critica letteraria" come si dice, ché la abbolirei pure io la critica letteraria assieme alla parola padrone (pure parte preti), uno se lo legge il libro e basta. 
L'unica cosa che volevo dire su Parise è che a me mi sembra che uno che dice "sono un lettore di Parise" non c'ha senso. Perché Parise è multiforme, ogni romanzo è come se ricominciasse da capo, che volesse scordare quello che ha imparato dal romanzo prima, e allora riparte. Rimane sempre e solo la cattiveria a incollare tutti i libri suoi. Finché non s'è rotto le palle della disperazione dei creativi e ha scritto i Sillabari... che sono delle poesie semplici e fastidiosissime come tutti i suoi... che lo senti che ti fanno tutto un formicolio in testa e ogni tanto ti vibrano un bel cazzottone come quelli del pungiball.... 
E' la cattiveria, più o meno sottotraccia, più o meno fastidiosa e ronzante, il filo conduttore tra i libri di Parise: la cattiveria. Quindi ha più senso, semmai, che uno dica "sono un lettore delle cattiverie di Parise". No di Parise. Non c'ha senso... 




Aggiornamento del post, ho trovato questo bel video nel sito della Rai su Parise e Il padrone: CLIC

Commenti

  1. Uh, ma pensa, mi è capitato sotto mano l'altra sera e ci avevo quasi fatto un pensierino.

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