Un capitolo della biografia di Mario Lo Tasso in omaggio per gli affezionati lettori di questa bottegola




Amerigo mi disse che gli sembrava di ricordarsi, ma non era sicuro al cento per cento, che Mario Lo Tasso era stato invitato al suo matrimonio che risaliva ormai a trent'anni prima. C'erano tanti invitati, e non se li ricordava proprio tutti tutti ma Mario doveva esserci per forza. Se non c'era Mario allora non ci doveva stare nessuno, disse.

Conosceva perfettamente Mario, più di tanti altri che ora, a fama sopraggiunta, s'erano scoperti grandi amici del poeta. Amerigo era amico da prima, e amico vero. Si erano conosciuti perché da molto giovane suonava con un piccolo complesso jazz facendo serate in paese d'inverno e sulla costa d'estate, Termoli, Vasto marina, Vieste, e Mario passava sempre nei tristi e freddi pomeriggi invernali a vedere le prove, che si facevano nel locale di un tale colla saracinesca a mezzo, così Mario Lo Tasso infilava la testa sotto e chiedeva permesso si può? e il proprietario che lo conosceva lo faceva sempre entrare e così si faceva una birra o un bicchiere di vino e stavano insieme. A sentirli suonare a Mario era venuta una grande ammirazione per questi suonatori (anche se dopo non faciettero strada) e gli venne pure la voglia di dargli dei consigli per crescere musicalmente, ché di musica Mario non ne sapeva niente ma aveva orecchio e aveva sempre avuto questa mania didattica di dire le cose come andavano fatte, infatti dopo era diventato anche insegnante di applicazione tecnica, e c'erano state tante serate in cui erano stati tutti insieme a suonare e a parlare di musica e poesia, di cui Mario era già da allora avidissimo e girava senza sosta per la città di Campobasso con un penna affilatissima a cui rifaceva di continuo la punta per paura di perdere l'ispirazione se metti gli veniva colla penna spuntata e che la teneva infilata dietro la tasca dei pantaloni assieme a quei taccuini piccolini che portano dietro i panettieri per segnare le file di pane vendute a credito (o a debito). Fu anche per questo che ogni tanto lo chiamavano il panettiere, ché panettiere era stato pure il padre per giunta, nonostante che a Mario non interessava lavorare per allora e non faceva alcun lavoro. Con queste serate era nata la conoscenza tra Mario e Amerigo, ma Amerigo era molto più giovane di Mario, diciamo dieci anni o addirittura quindici anni di meno, e rimaneva più ad ascoltare gli altri che a intervenire attivamente lui nelle grandi discussioni che si creavano sopra a quei tavoli musicali di Campobasso.
Una volta Mario propose al gruppo di andare a mangiare in un posto coi fiocchi che lui conosceva benissimo e che li avrebbe accompagnati Mario colla sua macchina. Gli altri erano sempre molto straniti quando il poeta di punto in bianco proponeva un ristorante perché aveva risorse da pezzente e spesso li conduceva in alcune bettole dove si mangiava 'no schifo e si pagava quasi quanto un ristorante normale decente (anche se Mario trovava poi sempre il modo di non pagare niente). In quel periodo, infatti, Mario Lo Tasso (a differenza di come divenne di poi e di come giustamente si confà a un poeta sacro che è molto enfio e tondeggiante) era molto magro e giovanile - s'era da poco staccato dalla famiglia colla mamma cuoca e viveva come un vagabondo, dimorando ospite da un'amicizia all'altra e da una cantina all'altra e mangiando in maniera assai irregolare e a sbafo e questa cosa la sanno gli amici, è vero, dice Amerigo, ma la sanno praticamente tutti i notabili e gli innotabili nella Campobasso di quegli anni... (anche se è difficile dire di quali anni). 
Quella sera Mario dicono cioè dice Amerigo era molto elegante. Alto, bello. E soprattutto poeta. Aveva un bel completo sul grigio scuro e la cravatta pure. Gli altri, seppure jazzisti, non è che fossero così tanto a tiro e mi ha detto Amerigo, si trovavano un po' in difficoltà. Nella piccola macchina che Mario guidava come un campione di rally nelle campagne molisane era cominciato a piovere e nello stesso tempo a serpeggiare il dubbio che Mario stavolta voleva mettere davvero la parola fine alla sua nomea di magnamerda d'osteria e stesse apprestando per portarli veramente a cena su un altro pianeta, e lo diceva, diceva vedrete dove vi porto a mangiare stasera, vedrete. Un altro pianeta. Quando arrivarono, le luci del ristorante non si vedevano tanto, forse pure per via del brutto tempo. Non c'era una insegna luminosa. Solo qualche lucetta che poteva essere pure una luminaria dell'anno prima raccattata alla meglio. Invece era carnevale e c'era schiamazzo pieno di bambini, alcuni mascherati, altri che facevano finta di esserlo. Si avvidero subito, anche se Amerigo più piccolo e inesperto solo dopo che glielo dissero, si avvidero che il ristorante non era nelle vie principali della vecchia e nobile Campobasso ma si trovava nel pieno della zona artigianale. Li accolse sul pianerottolo un cane bianchissimo, che era pure grandissimo, un bel pastorone abruzzese di quelli socievoli che faceva la feste a tutti e tutti gli facevano le feste a lui. Entrarono. E si capì tutto. Nonostante il forno a legna e i tavolini, la divisa del pizzaiolo ecc, i musicisti non si fecero accecare da questi trucchi visivi e fecero caso al volo ai finestroni, i muri scorticati, qualche pezzo di cuoio vagante a terra, l'ingresso squadrato e pieno di lamiere alle pareti, il bagno colla vasca della lavanderia... insomma chiesero a Mario dove cazzo li avesse portati a intossicarsi 'n'altra volta... e Mario, un po' per finta un po' per davvero, dovette ammettere che quello non era proprio un ristorante ristorante, un ristorante vero e proprio diciamo, ma un ristorante un po' improvvisato e posticcio, e che fino a poche settimane prima al posto del ristorante c'era una fabbrica di borse... un capannone per quello. Mario spiegò che il titolare era andato fallito co' tutte le scarpe (o le borse?) o che comunque aveva chiuso per debiti, e così s'era messo a fare le pizze sotto nuovo nome ché era una sua antica passione e aveva improvvisato una pizzeria abusiva lì, tutta in nero, senza permessi e licenze ché costavano troppo, e senza 'na lira ché le banche di questo figurino non si fidavano punto, perciò non erano disposti a imprestargli manco una nocciolina. 'E io allora gliela metto in culo alle banche', diceva il figurino che passava ogni tanto per il loro tavolo a depositare qualche nuova bottiglia di vino della casa. 
Siccome il locandiere era uno abbastanza irascibile, e spesso faceva cenare Mario là senza cacciare manco un centesimo (o perlomeno gli faceva credito evitando a Mario di fare all'ora di pagare il vento come negli altri ristoranti della città), Mario s'era raccomandato cogli amici di essere i più educati possibili, di fare pubblicità coi loro conoscenti del luogo (ma manco troppo, ché se si spargeva troppo la voce era pure cazzi) e di accompagnarlo là col massimo dell'eleganza, di modo da non dargli a vedere che considerassero quel ristorante un ristorante di serie b solo perché era un ristorante abusivo. Gli amici cominciarono fare un po' di storie e a dire ma non è che qua se viene qualcuno finiamo in galera tutti quanti... noi c'abbiamo un nome in giro per i locali, e a stare qua che figura ci facciamo cogli albergatori e gli impresari ecc ecc... e Mario li rimproverò molto, in primis gli disse che vabbò che erano artisti ma non potevano manco dormire in piedi, ché là a quel ristorante i primi avventori erano proprio i carabinieri e i finanzieri e poi gli fece presente a brutto muso la cosa più importante di tutte che se erano davvero dei musicisti, ovvero degli artisti di rango sonoro, dovevano dimostrarlo anche fuori dal palcoscenico, mostrando di non scansare con snobismo nessuna esperienza personale o passione umana, soprattutto di natura irregolare (o penale). 
I suonatori rimbrottati a quella maniera a suon di verità incontrovertibili accettarono e cominciarono ad apprezzare davvero i piaceri di quella abbondante tavola.
La cena a menù fisso andò molto bene, si mangiarono tante pizze prelibate, spaghetti e secondi e si trangugiarono vini corposi. Poi sul finire della serata entrò nel locale Vladimiro, che aveva una pompa di benzina nella zona e riforniva soprattutto i camionisti.
Vladimiro era svogliato, non amava dover fare il servo ai camionisti e quando ne arrivava uno col suo grande camion a fare il pieno, invece di gioirsene, se non esteriormente, almeno in cuor suo, Vladimiro bestemmiava tra i denti e guardava i clienti col muso storto, "ma proprio mò doveva venì quesso...". Ciò che però colpiva Mario, di questo soggetto Vladimiro, era la triste sua storia d'amore infranta in un suicidio. Vladimiro infatti si portava con sé alla pompa la sua compagna che era praticamente alcolizzata e in preda a gravi sbalzi d'umore (e anche d'amore... per Vladimiro). Aveva tentato una volta il suicidio ma le era andato male. Perciò Vladimiro che stava in pena, per tenerla sotto controllo, se la trascinava a lavoro; qua non facevano altro che litigare e darsi dell'ubriacone a vicenda. Un giorno la compagna simulò una influenza per non dover seguire il compagno ed essere sorvegliata e Vladimiro invece di chiudere la benzina e accudirla, andò di controvoglia come sempre a lavoro. Quel giorno ovviamente la donna riuscì ad uccidersi sotto a un treno e Vladimiro rimase da solo. Ora con questa pena e la penuria di non avere nessuno a casa con cui parlare, e siccome non era bravo in cucina, andava a mangiare dall'amico borsaiolo che gli diceva qualcosa ogni tanto ed era confortevole con lui, forse più per interesse che per sincerità.
Mario invece che era uno spirito nobilissimo ed altruista andò subito a parlare con Vladimiro e dopo un po' tornò al tavolo dei jazzisti per prendere carta e penna. Era infatti da molto tempo desiderio di Mario scrivere un poema sacro su Vladimiro il benzinaio. Quella sera Vladimiro, girato di palle come non mai e senza forze di scacciare l'abituale assalitore, acconsentì a farsi fotografare in una poesia. 
Vladimì mettiti un po' più di così, gli diceva infaticabile Mario... Vladimì mettiti un po' più di cosà... ssà sedia Vladimì... e spostala cristo! il bicchiere più alto... sopra al naso... e Mario che col pennino gli prendeva la mira, come se gli stesse facendo un ritratto a parole e Vladimiro stesse in posa. 
Da quello che dice Amerigo, fu quella la sera in cui nacque il poema sacro su Vladimiro il benzinaio. E io mi fido.


Appena finì questo racconto commovente, Amerigo andò di là a chiamare la moglie. Voleva l'album del loro matrimonio, dove era andato a finire. Desiderava mostrarmi la foto di loro due marito e moglie abbracciati con Mario Lo Tasso, poeta allora ancora verginale o quasi. La moglie però mentre tornava col vassoio col caffè in mano ebbe un grandissimo flash e disse ma non ti ricordi che Mario non c'è arrivato alle foto? Come non c'è arrivato? No, non c'è arrivato. Al matrimonio venne, l'avevamo invitato e tutto, ma Mario non ci era arrivato a farsi le foto. S'era mbriacato talmente tanto prima, durante la prima parte del pranzo, che s'era sentito male di brutto e avevano dovuto chiamare il medico e poi l'ambulanza... Mario sull'ambulanza volò all'ospedale disse la moglie d'Amerigo per una lavanda gastrica (ché potevano essere state pure le cozze avariate a fargli male ennò il vino) e mancò poverino il grande momento sacro del taglio della torta nuziale e quello ancora più sacro ancora delle foto cogli sposi, Amerigo e la moglie, che adesso ci tenevano proprio tanto tanto a quella foto... ma non c'era. 

Post più popolari del mese

L'Ulisse di Joyce e la nuova traduzione di Newton Compton

Diario nullo - tomo sfuso maggio