Il maestro




C'era poi quest'uomo ormai sulla cinquantina che era finito pure lui chissà come nel gruppo degli artisti e artigiani del posto, ma era più che altro un manovale pittore, un imbianchino semplice cioè, che per giunta non faceva mai nulla per emergere nel genere artistico, né tanto meno in quello dell'edilizia. Non gliene fregava niente di passare per il più fregno della via ed entrare così nelle grazie di qualcuno, o acchiappare lavori comunali difficili: non discuteva mai animatamente, non alzava la voce, non dipingeva, quasi non parlava, tinteggiava di rado... e più che fare qualcosa per emergere, sembrava facesse di tutto per annegare, o meglio non facendo mai niente, col brutto mondo alla rovescia che ci ritroviamo, finiva spesso per annegare nel mare dei sospiri e degli stenti... 

Come uomo non era bello, ma alcune donne lo consideravano riflessivo e alto, almeno uno e ottantacinque, e indispensabile in quel mondo, come se il paese fosse stato un lungo presepe vivente e lui partecipato una volta come figurante, ci dovesse ora stare per sempre. 

Quest'uomo aveva dovuto imparare ogni cosa nella vita. Nulla gli era stato dato come dono senza sforzo. La cosa più difficile da imparare, gli sembrava, era stata quella di stare in mezzo agli altri e non essere timidi... lavorare... Poi fare le cose... parlare, tener discorsi, mangiare... Bere gli veniva più naturale. 

Esser serio non gli era mai riuscito invece. Ma non se ne curava. 

Si dice che avesse passato la giovinezza tra Taranto, Roma, Firenze, Pavia e che qui passasse il suo tempo a fare dei lavoretti a delle signore più avanti cogli anni al solo fine di fare il mantenuto. Una semplice pulitura e riverniciatura delle pareti di case e palazzi, che a chiamare un altro imbianchino ci voleva scarsa 'na settimanella due, con lui pure due tre mesi (vitto e alloggio compresi). Faceva tutto con una grandissima calma disinvolta che conferiva un'aureola di nobiltà a lui e al suo lavoro, e faceva innamorare le donne avanti coll'età, le zittelle, le vedove, ma pure le maritate, e bisogna dire che i mariti, quelli ancora non morti, non erano da meno delle mogli, nel farsi simpatia con questo strano giovane e i suoi sontuosi lavori ché trattava le scale e i pennelli come arnesi michelangioleschi, come scalpelli, ceselli, mezzi preziosi per il farsi di tutta quell'arte imbiacaria sua.
Quando le cose si mettevano male, invece, ché i clienti più ruvidi se ne accorgevano che stava là a ber cedrate e perder tempo, e a fare la corte alle mogli o ad alzar le gonne alle figliole ecc, lo cacciavano a calci in culo e male parole: allora egli, costretto dalla bisogna, riparava a volte da uno a volte da un altro dei suoi amici, non sempre dei più raccomandevoli, cambiando anche repentinamente paese, e conducevano quella vita di piccoli furtarelli, trattorie e bevute colossali che nella bocca delle genti sono rimaste epiche. Per non pagare il conto "facevano il vento", aggirandosi per ristoranti di campagna e scappando per i campi. Era una vita avventurosa, ci disse un giorno che si stava svagati a prendere il sole nella spiaggia, ma mò che so' diventato vecchio non ce la fo più a correre come un dannato come facevo prima... m'è toccato darle veramente due mani di vernice dentro le case... ché se le avessi date prima, mò starei bello in pensione... invece m'attocca fa l'asino fino a cent'anni m'attocca... per la coccia matta mia! e accaldato bollente da ste dolorose parole sul suo grande passato volava in acqua a farsi il bagno e si rivedeva dopo ore... colle mani curate e gli occhi rossi rossi.

Ormai in paese, dove era giunto diversi anni fa assieme a una stravagante compagnia di sudamericani sbarcati qua del tutto casualmente, assolutamente prima dell'inizio degli sbarchi degli stranieri... ormai tutti si erano abituati a considerarlo un piccolo principe, un saggio, che parlava poco e pensava moltissimo. Nei suoi pensieri, diceva, non c'era molto, solo qualche immagine che gli era parsa di vedere e qualche foro tra le nuvole quando si vede un raggio di sole ché il cielo pare allargarsi un po' e piano piano smette a piovere. 
Una volta mi disse che aveva provato a dipingere qualche idea d'immagine del genere, ma gli era venuto fuori un tale pastrocchio che s'era detto che forse era meglio tornare a fare il manovale presso la ditta di imbianchini pittori dove lavorava tutte le mattine... anche perché ci si trovava più a suo agio con questi che coi pittori artisti e pensatori con cui s'era trovato misteriosamente a fare comunella negli ultimi tempi.

L'uomo non ha mai avuto meriti artistici propri propri, ma un giorno prese me e qualche altro compagno di quelli scemi che venivano con noi, compagni di strada che in realtà più che per strada (quello semmai era prima), stavano sempre a giocare a biliardo e coi flipper e i dischetti e le macchinette del videopoker, e ci insegnò una casa, dove bussò, ci aprirono, ci fece accomodare; l'uomo ci disse che se volevamo vedere propriamente un artista all'opera quella era la casa giusta. Ciò che vedemmo in realtà fu una signora molto bella di cui qualche anno prima mi sarei innamorato in un battibaleno che stava seduta su un treppiedi e dava il colore alla maniera di Botero, facendo però tutte forme magre o scheletriche, pure di piante e fiori, ma sopra di tutto profili di anoressiche o ex obesi usciti dalle mani degli specialisti dell'alimentazione, robe così. Una boteriana alla rovescia, come il mondo.
La donna ci accolse con un sorriso, disse ma non vi state impalati ssà la porta... entrate... mò finisco st'anoressica e vi preparo il caffè... mi sa che c'ho ancora un po' di torta che ho fatto ieri. L'uomo la guardava anche lui abbastanza incantato. Poi il caffè ci fu servito davvero caldissimo, nelle tazzine di porcellana, quelle ricamate, del servizio raffinatissimo, e manco a crederlo una freschissima torta panna e fragole preparata dalla pittrice delle anoressiche in persona, ché si capiva subito che era una donna che amava le magrezze da una prospettiva di donna in carne e tondeggiante... un po' come quegli uomini magri magri che amano le signore pienotte. Parlammo un po' tutti, io dissi al mio solito delle fesserie e delle battute, la donna rideva e non rideva. Delle volte aveva uno sguardo severo. Ce ne andammo. L'uomo rimase colla donna.  
Zitti zitti, venimmo a sapere che l'uomo che ormai sembrava sempre più un eroe da vecchio cinema, c'aveva una figlia fatta a mano, si direbbe, tanto gli somigliava, colla pittrice delle anoressiche alla Botero, e che questa figlia, poveraccia, era un po' pazza. L'uomo disse che se la figlia stava a quel modo era colpa della coccia matta sua, che ne aveva fatte di tutti i colori nella vita, che c'aveva la testa piena di mattità, e che era un matto assurdo, lui, e che anche se non fosse stato quello (che comunque era), lui proprio per questo le avrebbe voluto bene il doppio, alla figlia, se non il triplo - oltre a triplo, come misure, non so perché, non ci andava mai. Il triplo era il massimo.

Dopo che se n'è andato finalmente in pensione (minima), l'uomo vive con questa figlia in un condominio dove tiene notte e giorno la porta aperta. Lo chiamano maestro oppure professore. Delle volte per le scale si sente echeggiare un franco "oh, che ci sta lu prufessor su la cas'?" oppure un più delicato "è in casa il docente?"... La gente entra ed esce da casa sua come andasse al pronto soccorso per farsi fasciare la testa, a tutte le ore, lo usa come psicologo, se è in casa. Se non c'è, lo aspetta, con incrollabile pazienza. Lui ascolta tutti e non dice quasi niente. Delle volte dà dei consigli spassionati o talmente relativi, che abbracciano una fetta enorme di cose e di mondo, che è come se la risposta non l'avesse data proprio. Ma, come gli antichi, dicono, insinua il dubbio... di che cosa non l'ho mai capito. La figlia gli fa come da segretaria e conta chi entra e chi esce. Poi si scorda i numeri.

Quando sarà che andrà, dice di volere dei cavalli bianchi e la banda dietro. Un funerale costoso per uno che non ha mai speso 'na lira in vita sua e ha sempre fatto poco, nel lavoro come nell'arte, ma sobrio, come funerale, un vezzo quasi, ché il funerale è una volta sola nella vita, no come il divorzio o le pazzie; e fusiforme, come cerimoniale, colla bara e tutto, ché nonostante gli anni è rimasto uno stecco come quando era giovane e giocava a pallone, guardava le femmine al mare, carpiva immagini di vita poetica. Poi s'è lasciato tutto per sé, ma non per egoismo, è che non c'aveva tanto voglia di pitturare, e poi, quando un po' di voglia gli era venuta, a provarci gli era sembrato che non fosse più ora e che non ne era più capace. 

E così non ha mai fatto niente... ma io non ci tanto credo.

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