Primissimi tre capitoli del manuale del perfetto bagnante e del casotto
da una scena del film Casotto (1977) di Sergio Citti |
Il mare colore del
vino
Non
vorrei dire delle scemenze che rovinano il turismo – tanto vuoi o no tutto
rovina il turismo e d’altronde io le scemenze le dico lo stesso e le ho dette
molte in passato, quindi… – ma ieri il mare qua da me era sporco di marrone o
(in base alle zone) rossastro, bruno, come di rugginoso. Romanzarne è da
idioti. L’ho capito proprio qualche anno fa quando, come ieri, l’acqua del mare
manco a farlo apposta rosseggiava (o, sarebbe meglio, bruneggiava).
Io da
citrullo mi spinsi a fare dei paragoni (non so manco fin quanto pertinenti)
colla grecità, la latinità, la biblicità o come caspito si dice, insomma col
mondo classico, per star larghi, da cui mi pareva Sciascia avesse preso la
suggestione nella penna per scrivere quel titolo della raccolta di racconti suoi
abbastanza giovani Il mare colore del
vino.
Mi
pareva una cosa classica, quel rosso smorto del mare, a volerla troppo tirare, una
cosa da decadenti, da dannunziani (ché qua in Abruzzi ve lo dico bianco e soffice
so’ tutti o dannunziani o siloniani (nel senso di Ignazio Silone… Fontamara, Il
segreto di Luca ecc), lo sono senza remissione di peccati, e per giunta non lo
sanno… io che un po’ lo so di non essere niente, sono, alle strette strette, se
proprio proprio qualcosa devo essere, qua sulla costa, sono un pesce fuor d’acqua…
e vi posso garantire per esperienza ittica diretta che è assai gramo essere un pesce
fuor d’acqua, specie in un posto di mare dove si soffoca col sì e col no, e non
è affatto vero che il mare si concilia colla cura dell’asma, tutt’altro… ma
vabbè, lasciamo il facile numero cabarettaro e rituffiamoci nel “felice”
aneddoto che poi a dire la verità tanto più di un numero cabarettaro non è...).
Allora,
spinto da questa coglionaggine dannunziana mi gettai, come si dice, a pesce in
mezzo alle onde di quel mare brunastro e mi misi candidamente a nuotare nel mio
bello stile, senza prima aver smesso per un solo secondo di decantarne le
qualità lenitive, classiche, prodigiose e il rosso corposo, forte, lacrimevole,
delle sue fattezze non solo letterarie ma naturali, vitigne, estrinseche…
Mi misi
a fare il poeta, insomma, e in quanto tale, come giustamente prescritto dal
nostro saettante dialetto, lu cujò, ovvero
come è facile intendere senza tante inutili traduzioni, il coglione (mi dicono
che in alcune province venete dire che uno è un poeta equivale a dire che è lo
scemo del paese).
Qualche
giorno dopo, come sempre accade, la mia poesia cogliona fu spazzata via da un’altra
ondata, stavolta di direttive e ordinanze comunali, che vietavano senza appello
ogni tipo di balneazione, in quanto l’acqua era da qualche giorno inquinata per
la rottura di non so quali pompe dei depuratori… insomma, era scoppiata la
fogna! Si scusavano, comunque, col loro bel garbo cancelleresco, per la non proprio tempestiva comunicazione e andavano avanti… Il mio vecchio uditorio che s’era sorbito tutta quella impalmata sui greci e i mari rossi mi pigliò a parole, rimbrotti e sguardi cisposi, con in testa ovviamente la mia adorata... Hai voluto fare il grosso colle cose
classiche e intelligenti che non ti competono… hai voluto fare il poeta per
dimostrare chissà chi eri? Mò ben ti sta. B e n · t i · s t a… e via di seguito sulla condizione
poetica in Italia…
L'ombrelloni
Un disegno balneare di Antonio Delfini |
Li chiamano ombrelloni, limbrillì (in dialettica stretta), in realtà sono delle isole. Nello stabilimento che c’ho l’avventura di frequentare io poi questo fenomeno isolano (l’isola-ombrellone direbbe Manganelli) è accentuatissimo. Sono tutte persone del paese, il mio, che ci vanno e si chiudono tra di loro gente conosciuta sotto l’ombrellone e non parlano con nessun altro, ermetici... isolani... isolati; il paese nonostante sia al centro-meridione,
è un paese molto chiuso, assolutamente refrattario alle novità e ai nuovi,
nient’affatto solare né chiaro di cuore come vuole la prosopopea nazionale sulla
gente sudista. Ovviamente, se senti parlare il paese, il paese ti dirà che è
aperto, meridionale nel senso positivo del termine ecc ecc. Ma non è affatto
vero. Conosco benissimo il paese e vi potete fidare di sto scemo. È un posto orrendo
che fa scappare la gente. L’unica cosa che delle volte fa rimanere qua è il
mare, che comunque non è niente di che, né cristallino né celestino né pulito.
È un mare, punto. E la sera alle dieci è già tutto chiuso. Pure d’estate. Conosco
tante brave e belle donne che si sono trasferite qua per seguire l’amore, donne
di Napoli, San Remo, Torino, Chiavari, e di altri paesi che fanno sognare e innamorare la
mente, avventuriere dell’amore che hanno preso e sono venute qua a metà dell’Italia
per accontentare i giovani mariti e si sono trovate tutte male, di stare qua, colle
famiglie e le brigate famigliesche che si trovano in giro. Respinte, si sono
sentite. Assolutamente respinte in quanto nate e cresciute altrove, non importa
dove. Altrove. Quindi a me tante chiacchiere di sta gente compaesana sulle loro
prodezze non mi incantano per niente. Pure la parlata del posto, così adriatica,
così abruzzo-marchisciana, affascinante, ce l’ho talmente messa all’orecchio,
con tanto di insistenze, pose, forzature, caratterialità, prepotenze ecc che
non la sopporto proprio più. È una lingua per sveltacchioni, i fessi in questa
lingua non ci sono. Vedevo un film doppiato in dialetto pescarese da alcuni ragazzi che poi mi sa che so' stati pure denunciati, Rocco,
rifatto e rimontato su degli spezzoni dei film di Silvester Stallone, dove il protagonista,
Rocco, cioè Silvester Stallone di Rocky Balboa, è sto Rocky del film che hanno visto tutti che però doppiandolo in pescarese diventa un fesso che gli fanno dire delle cose in maniera tale che sembra che gliene succedono di
tutti i colori (com’è nella più classica tradizione del surrealismo abruzzese) e tutto il gran paradosso parte perché
non ha voluto accettare un 18 alla facoltà di ingegneria di Rojo dal gran
caporione e barone universitario il professor Pasquale (quello che faceva
Apollo) e così tutta la saga di Rocky pugile diventa la storia di Rocco che sgomita per superare l'esame di geometria dopo uno sgarbo al grande Pasquale…
Mentre lo guardavo, mi dicevo che con il dialetto di qua un doppiaggio così era impossibile. Un fesso
così non ce l’ha, il mio dialetto. So’ tutti fregni, quelli che parlano. E
quelli che ascoltano sono fregni pure loro, con un’aria di sprezzo e sberleffo.
Per me che sono un fesso, non è facile esprimermi. Per loro non esisto. Non so
nemmeno io dove collocarmi, quando parlo. Un po’ però lo giustifico, sto
dialetto, penso che è così sprezzante perché è un dialetto di confine, e un
dialetto di confine per forza di cose anche se non è vero sente sempre di
doversi difendere, ‘na volta dai marchisciani, ‘na volta dagli abruzzici, ‘na
volta da sé stesso. E allora la categoria dei fessi la sopprime. Tutti
sveltacchioni, fregnoni e grandi esperti del mondo. Per gli altri lo spazio praticamente
non c’è. Te lo devi reinventare ogni mattina che scendi in piazza… è ‘na
faticaccia tremenda…. e dopo dicheno che uno non parla volentieri… eppefforza.
Questo
libro inizia a scapparmi di mano, a non avere né capo né coda, come il suo padrone (che solo
fittiziamente posso sembrare io, ma non sono né io né nessuno, visto che i
libri non sono di nessuno, non hanno padroni, a parte gli stimabilissimi
editori e gli amabilissimi lettori). Stavo parlando dell’ombrellone che diventa
un’isola, delle volte un arcipelago e mi sono incartato.
Stanno
tutti là sotto a sto ombrellaccio, parlano quasi esclusivamente tra di loro.
Vanno a fare le partite di calcio sulla spiaggia. Calcio tennis. Racchettoni.
Giocano alla tedesca. Io li osservo con una punta di incomprensione, dato che
notoriamente non li capisco, questi miei simili, o li capisco fin troppo. Sono
famiglieschi… amicizie famigli esche… tutto famigliesco. Vivono così, per la
verità viviamo un po’ tutti così ma non so perché ti fanno sentire un marziano
comunque, anche se ti mangi una coppetta di gelato, forse perché come sono fregni loro non è fregno nessuno ecc ecc. Una questione linguistica... la questione meridionale, insomma.
Questo
mio stabilimento come dicevo è forte perché è frequentato principalmente (loro credono principescamente) da gente del posto che
si sente forte e sicura di sé, degli sveltacchioni alla fine. Ti fanno venire a
noia il paese; sempre che non ti sia già venuto a noia prima… il che quindi non
è che facciano gran danno, di solito. Io di solito mi sento di un altro paese.
Tipo di Guardiagrele o di Portodascoli.
Gli
stabilimenti migliori sono quelli vicino alla piccina stazione ferroviaria.
Sono i primi stabilimenti dal porto verso nord, uno è antichissimo, stava pure
sui dizionari, ma non c’entra niente, anche se conoscendo il proprietario vi
potete fare un’idea abbastanza precisa di tutto quello che sono venuto finora dicendo sul paese meglio di come lo sono venuto finora dicendo su questi fogli. Una faccia vale più di mille parole, come si dice; non per
altro il cinema ha di fatto soppiantato la narrativa facile.
I balneatori sulla rotta della stazione fanno gli affari coi “giornalieri” e quindi sono popolosi di stranieri
che mi fanno sentire molto più a casa degli indigeni che mi fanno sentire un
pesce fuor d’acqua, o meglio: un pesce che vuole uscirsene fuori da quell’acqua a tutti i costi.
Anche in questi stabilimenti qui, però, gli ombrelloni sono delle isole, ma si
sente meno l’aria di chi si dà delle arie e dell’importanza. Si respira meglio.
Almeno io. Come se le famiglie sotto l'ombrellone fossero delle famiglie fesse che non hanno alcuna importanza. Stanno al mare, qua c'è solo il mare, e niente, così. Passano il tempo.
Questo
capitolo m'è uscito fuori un po’ così.
Il punto
interrogativo
Da Tutto Benigni dal vivo (1983) di Giuseppe Bertolucci |
Qualche
tempo fa capii l’importanza della punteggiatura scritta (penso che quella
parlata non esista, perché di punteggiatura messa per aria o sui capelli sinceramente non ne ho mai vista, forse qualche spruzzatina qua e là… ma non so potrei sbagliarmi io ché le espressioni facciali e le boccacce e le risate e i singhiozzi e i sospiri non sono nient’altro che virgole, punti, lineette, parentesi, dieresi e pure qualcosa in più... tutto può esse...).
Fu al
mare. Vicino al casotto, che capii tutto. Avvenne per caso, grazie ad un
cellulare. Gli è che io avevo prescia di sapere come era andato a finire un
concorso che avevo fatto qualche settimana prima. I risultati tardavano ad uscire, come sempre.
Io stavo a giocare a ramino nei tavolini dello stabilimento quando mi arriva un
messaggio al cellulare con scritto O Dì, sono usciti i risultati. Si capirà il
mio meravigliamento e la mia impotenza… nel bel mezzo di una tiratissima
bischetta di ramino, al mare, col sole che spaccava le pietre e le sabbie, mi
arriva sto messaggio, dovrei catapultarmi a casa a controllare, rispondo col
cuore in gola, ringraziando della buona nova che mi dava questo amico e che
avrei controllato prestissimo. Grazie. Invece questo amico voleva soltanto
chiedermi se erano usciti i risultati e s’era scordato di metterci il punto
interrogativo. Io pensavo affermasse, lui invece dubitasse. Da allora io che
ero sempre abituato a parlare più che a leggere e scrivere (e si sa che parlare
è più facile che leggere e scrivere) capii l’importanza della punteggiatura,
laddove un niente (una virgola, un punto, un interrogativo) possono addirittura
cambiare il senso della frase, perché tu non avendo l’altro amico di fronte non
lo sai con che tono ti sta dicendo una cosa… Da allora ci sto molto attento, a
come uno dice ‘na cosa, per capire la punteggiatura. Veramente.
Una signora che conosco al mare, come vicino di ombrellone ha un tipo con slip bianco, che secondo lei aveva delle erezioni che tutti notavano, visto il costume e il colore del costume che evidenziava... cosa ha fatto? Gli ha comprato un costume a calzoncino blu mare e glielo ha regalato. E con una scusa ha così risolto l ' imbarazzo che provava... lui contento se li è messi... tutto si è risolto alla grande e tutti contenti, anche lui (ci poteva pensare anche da solo)
RispondiEliminaquello del slippo bianco è una piaca che tiene tutto il mare italia.se tutti quello che stenno vicino al slippo bianco dovrebbero comprare a tutti lo costumo nuovo blu pantalono che sara di noi, fanno liffari quello che vendono lo slippo che vende poi puro o pantolano blu mare... guadagna due volte chi vende o slippi... nnè giust... e poi magaro pe ire a mare nn prende manco macchina, va co lu tren, e io a chi vende sto slippo d benzene che vende io? mavafancul
RispondiEliminaINDIPEEEEEEEEENDEEEEEEEENSA!
EliminaVENETOLIBERO!
WSABBIADORO SABBAUDIAMERDA
E MMERDA I MILANESI ALMARE!
Pure il separatista veneto mo... vaaaii, feste e fiera a cavatassi...
RispondiEliminaun cowboy
Primo bikini di Lady Irrenzy a Rimini: promossa a pieni voti!
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