Il passato




L'anno scorso, in qualità di gran supplente qualificato della provincia eterna, ho fatto assieme ai ragazzi della scuola media campagnola dove lavoravo due gite scolastiche, negandomi però per le ulteriori cinque o sei in cartellone (non ci vuole andare mai nessuno... sono giornate faticose, devi avere mille occhi, i ragazzi si possono fare male, è una responsabilità e le solite cose che si dicono nel bugigattolo degli insegnanti). 
La mia prima gita scolastica è stata a Urbino, città delle Marche alte, provincia di Pesaro e Urbino. 
Sveglia alle quattro. La strada per arrivare al punto di raccolta davanti alla scuola era splendida, senza macchie ma timorosa. Mentre procedevo spedito tra le curve di quelle contrade, capivo perfettamente quanto avesse ragione Italo Calvino, autore che sempre meno m'appassiona, quando in un racconto degli Amori difficili (così mi sembra di ricordare) divideva i nottivaghi in due categorie: i Di Già e in Non ancora (svegli). Sono due prospettive completamente diverse. Di solito guardo la strada notturna da Non ancora, un po' come il Sor Perozzi del famigerato film che a notte fonda non trova la strada (la pace?) di tornare a casa, ma devo ammettere che è molto bella anche da Di Già. 
La notte è sempre bella, diceva un vecchio amico, anche quando piove e non si capisce più niente. 

Da dove siamo noi arrivare ad Urbino è come andare a fare una passeggiata. Un'ora e qualcosa sull'a14, forse due con il pullman. Il paesaggio è di qua mare, di là colline e qualche paesino arroccato; dalle mie parti o si va su o si va giù, non c'è quasi mai una visuale orizzontale. E' tutto in verticale. Come al circo. Bisogna stare sempre con la testa troppo in su o troppo in giù. Non esistono le pianure.   
Urbino è tutta in pizzo di collina. Si sale si sale si sale. Se penso a Urbino, pure le sillabe a suoni digradanti Ur bi no, mi sembra un urlo dal paese alto fino al mare (un urlo di fanciulla illibata, naturalmente), ma mi sembra pure una cartolina lucida appena stampata dell'Italia che fu, che però nessuno sa che cosa fu. Un fu etereo. Un Rinascimento di parole.

L'unico senso vitale si ha all'inizio di Urbino, durante l'attracco al paese dalla parte di sotto, appena giunti al piazzale dei pullman.  
Il piazzale dei pullman è nuovissimo, fatto apposta per le gite scolastiche e dei turisti - una costruzione che mi ha ricordato il primo contatto con Orvieto. 
In questa stazioncina, anzi direi ad Urbino, l'accoglienza te la fanno i neri che si appostano sui muri degli stalli, tutti bardati di mille oggetti, che chiedono l'elemosina o ti vogliono vendere un ninnolo che hanno al collo - menomale che ci sono loro a far succedere qualcosa in paese, assieme ai non troppo interessanti studenti universitari, sennò gli urbinati, se si scrive così, che cosa farebbero tutto il giorno? di che cosa parlerebbero?

Dal piazzale bisogna salire in ascensore. Un grande ascensore da diverse quintalate di portata umana ci conduce alla città alta, su una costola di strada da cui è facile muoversi verso le attrattive del luogo. 
La prima tappa, come da programma, è il palazzo dei duchi di Montefeltro. 
E' abbastanza presto ma è già tutto aperto, pronto per il turismo culturale. Fa abbastanza freddo sia fuori che dentro. 
Visitando il palazzo ducale, nel centro nobile della cittadella, ho provato il vuoto. L'unica attrazione è stata per i camini altissimi. Ogni camino altissimo mi fioccavo dentro a vedere naso in su la canna (barrata). Chissà chi spazzava a quei tempi i camini. Alla guida non l'ho chiesto ma mi interessava parecchio.
Per il resto bene gli arazzi, i saloni... ma le stanze erano quasi tutte vuote come me, solo qualche illustrissimo quadro su cui non si fermava nessuno. 
Hanno portato via tutto, pure il profilo sfigurato di duca Montefeltro. La guida ci ha spiegato che si faceva ritrarre sempre con il profilo buono, quello di sinistra mi pare, perché a destra gli mancava un brandello di naso e un occhio, perduti in una giostra rinascimentale del suo tempo.
Dal profilo buono lo ritrae pure Piero della Francesca nel celebre quadro di cui quasi tutti (pure io...) abbiamo un qualche fiducioso ricordo. 

Mentre la guida parlava in un bell'italiano di matrice marchigiana e una collega anziana molto dolce chiedeva domande tecniche da storica, i ragazzi giocavano con i loro cellulari e sotto sotto ricalcavano a mo' di sfottò verso le istituzioni museali il mio riflesso disinteresse (un mio studente rimbeccato disse espressamente 'Se non frega niente a Seligneri perché me ne dovrebbe fregare a me'), ed in effetti in mezzo a questo vuoto e in mezzo a questo confuso frangersi di passato e presente, mi venivano in mente le domande che di solito l'Uomo riflettente si pone di fronte al passare del tempo, alla sua inspiegabile vita cosciente (giacché dicono che è là, nell'essere coscienti, se non proprio consapevoli, che sta - con grande paradosso - l'assurdo umano).
Perché visitiamo il passato, mi dicevo, perché costringiamo queste irragionevoli menti bambine a visitare luoghi di tal genere? Gli altri professori dicevano con pragmatismo 'Non escono mai, si fanno una giornata fuori, gli fa bene'. 
Ma a parte che non stanno mai una giornata fuori, i ragazzi, ma continuano a stare dentro qualche scatola culturale anche quando escono in gita, bisogna pure arrivarci con gli anni a quelle asciutte risposte. Io con la mia carente esperienza mi lambiccavo in altri ragionamenti... E' vero, mi dicevo, sono attratto dall'amorevole scisma anglicano, dalle corti medievali, dalle invasioni barbariche... e con ciò? Non sono anche queste delle immagini di fantasia? Dei processi mentali maccheronici... E' questo il nostro passato?
Sorvegliando i ragazzi mi veniva alla mente la storia di Laika, la cagnolina che nel 1957 la fantascienza del regime sovietico sacrificò dentro la capsula spaziale Sputnik 2 per potersi vantare dinanzi al mondo occidentale che loro per primi, e non li ammerigani, avevano mandato in orbita un essere vivente, un cane, Laika, (1954-1957 dice Wikipedia) morta pare per i continui sbalzi di temperatura nello spazio e disintegratasi poco dopo, per fini propagandistici... così noi, oggi, facciamo delle spedizioni nella Storia lanciando nell'orbita di un passato etereo ed impalpabile giovani esseri umani che finiscono per tanto fagocitati, ammazzati e disintegrati al tocco di quella materia insondabile ma viscosa, di quella ragnatela collosa da cui, come Laika, non sanno tornare indietro, catturati per sempre o quasi in quello spazio sigillato, immobile. Potente. 

Più in là, uscendo dal palazzo, un'oretta di libertà sulla piazza centrale, la faticosa salita raffaellesca e il famigerato pranzo al sacco da sbriciolare al parco della fortezza Albornoz ci riportano con i piedi per terra. 
Mi ricordai che più in là ancora, ma non molto, entrando un mattino in un bar né vecchio né nuovo della zona, provai anch'io un vero interesse storico, mi domandai cioè chi avesse mai inventato l'idea del bancone da bar, di frapporre un dietro e un davanti. 

A casa di Raffaello, sulla ripida che porta al grande parco della Resistenza, non siamo entrati - non per il prezzo, un fiorino!, ma perché, dicevano, "non c'è niente"... e io ero tanto curioso... 
Mentre guardavamo la casa da fuori, la collega che ne sapeva aveva detto che Raffaello era talmente avvenente e misterioso e maledetto che c'era la fila di donne al suo portone. Vedo gli sguardi delle ragazzine piantati sul portone. Se lo mangiano con gli occhi, non sapendo bene nemmeno loro. Solo Caterina, ragazza di grande civetteria, ma intelligente, ha visto un ritratto di Raffaello e dice 'Era bellissimo'. 
Le guide sono sull'orlo del precipizio psicologico (o ci ero io?). Come si fa a fare sempre gli stessi giri. Giri geografici, giri di parole, giri d'immagini.... il microfono, l' 'Ecco ragazzi qui...'... Altre guide invece erano come fiorellini appena sbocciati, come capaci ogni giorno di dimenticarsi il giorno precedente, e ricominciare.  
Non che un insegnante stia molto meglio... non che abbia tanti giri in più.   

Sulla strettoia che dal parco della Resistenza riporta al belvedere e alla fascinosa Via dei Morti su cui dovevamo tornare, dalle finestre gli studenti universitari annoiati ci fanno un'imboscata con due tre belle secchiate d'acqua fresca in testa. Accertato che non si tratti di piscia, spiego ai miei studenti che non si devono arrabbiare: sono scherzi del tutto leciti, dettati dal ribellismo goliardico giovanile. Salutiamo perciò l'allegra brigata che dalle finestre si affaccia ridanciana e ce ne ripartiamo per un altro museo. Stavolta di carattere scientifico che si rivelerà più che altro una grande sala giochi con finalità educative. 
Fine del passato. Inizio del futuro... ma non mi ricordo dove era il paese di questo altro museo e dov'è l'inizio del futuro. 
Ecco allora di nuovo la scala mobile e l'enorme ascensore da contenere cinque quintali di persone. Il piazzale, la rotatoria, gli autobus e i pullman. I vucumbra'... 

Tutti parlano sopra al pullman. Tutti dicono qualcosa. I ragazzi fanno i cori M'innamoro solo se più qualcosa sulla madre di Marelli e All'osteria numero otto il mio... ecc. Si scherza anche tra adulti, noi colleghi.
L'aria sembra entrare dai finestrini ma è aria condizionata che esce dalle bocchette.

Piano piano scende la stanchezza su tutti, perfino su di me che troppi caffè come sempre aveva bevuto. E ad un tratto mi addormento e mentre dormo mi immagino come la cagnolina sovietica Laika rimasta a far la polvere sulle lontane ragnatele del ponte lunare.


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Victor Cavallo poeta