Pietro




Oggi vorrei parlare di Pietro, perché Pietro, anche se l'ho visto solo due volte e ci ho parlato bene bene solo una, per me è un grande. E ve lo voglio raccontare.

Negli anni passati mi avevano raccontato i "vecchi" che c'era sempre stata una guerra infinita a scuola sugli ospiti da invitare. Chi tirava per questo, chi tirava per quello, tutto per mettersi in mostra loro e far bella figura colla dirigenza.
Il direttore dal canto suo si sbracciava ché non si riusciva mai a portare uno straccio di ospite di richiamo, di grido, come se invece che a scuola si stesse alla tv nazionale, mettiamo la Rai, mettiamo che il dire
ttore sognava di essere al vertice di una rete Rai e voleva portare un Celentano, un Benigni... ma il casché? Lo sa lei direttore quanto ce vò per genti di quella calibra, gli rinfocolava il bidello, nient'affatto intimorito dalla discrepanza gerarchica. 
La scuola dove facevo servizio io era privata e viveva di rette molto alte, quasi sfioravano 3000 euro ogni anno e c'era la crisi. Un ospite veniva bono.
E poi, a parte gli ospiti, bisogna fare promozione tra di noi, dicevano i maggiori... se anche riusciamo a portare un iscritto ciascuno è oro che luccica. E tra questi maggiori c'era chi forse più ingenuo degli altri ci veniva fino a me a dirmi così, come se io fossi uno normale, in grado di intendere e volere: 'uno che ne portiamo... oro che luccica... ricordati', mi aveva detto. Ma io tanto mica avevo capito che quello diceva di portare un alunno (vabbè, un cliente), accompagnarlo alla scuola nostra, a forza o sottobraccio poco importava, dargli il modulo, fargli cacare quelle tremila euro l'anno. Farlo promosso.  
Invitare ospiti importanti e intelligenti magari televisivi a tenere discorsi, seminari, un ciclo di lezioni, dei corsi, per attirare gente, rientrava nel piano di promozione e andava poi scritto nelle brouchure da dare ai genitori per averne in cambio lustro, iscrizioni, rette. 
Come sempre, c'era chi tirava più acqua e chi meno, anche tra gli insegnanti - di me ho già detto. Tra i più c'era il professore Piocchi di ginnastica che avendo poca importanza come materia si dava da fare come promoter e relazionista. Un giorno arrivò in sala insegnanti dicendo per l'ospite quest'anno ci penso io. C'era pure il direttore che quando Piocchi se ne uscì, con la sua aria scanzonata e la sua tutina leggera, disse speriamo. Come a dire, povero Piocchi. 
Invece Piocchi era ricco (e al bar un giorno mi disse pure che era di centro-destra).

Qualche tempo dopo Piocchi sempre in tutina leggera arrivò in compagnia di un uomo bello corpacciuto e di pelo bianco, sulla sessantina che da come ho capito in seguito aveva fatto il corridore di bicicletta ed era stato una piccola stella negli anni suoi da queste parti - anni '80 o giù di lì non ricordo, correndo parecchi giri d'Italia con una bella squadra, forse da gregario, ne sapeva sia di vita sia di spirito e sacrificio sportivo. Aveva conosciuto una marea di ciclisti, fino a Pantani. A modo suo, e a parole sue, ne aveva per più di dieci-quindici lezioni americane. 
Ricordo che ero in sala insegnanti a parlare di Sangresi, uno studente sempre stracciato con tutti, assieme alla collega di matematica frangetta e fisciù che mi cinguettava in marchigiano negli orecchi. Piocchi disse Guàdanpo' chi ho portato! L'ospite!...
Buongiorno disse l'ospite ex corridore poi operaio di fabbrica ora pensionato; ci presentammo e Piocchi disse scusate un attimo (a scuola dicono tutti "un attimo" "un attimino" - da cui penso pure il film bidone sulla scuola L'attimo fuggente) ché mi faccio annunciare al direttore. Deve conoscere Pietro. E se ne andarono.

Io dimenticai la faccenda – o mi parve di dimenticarla – ma anche quell’anno come ospite non venne nessuno. 
Piocchi non parlò più (di Pietro; per il resto purtroppo continuò a parlare). 

Mesi dopo ero ad un centro commerciale, compravo dei sacchi di pellet e vidi Pietro che sceglieva un barattolo di vernice. Preso stranamente da un moto di simpatia umana, gli andai incontro, e gli chiesi scusi ma lei è il signor Pietro… Lui disse sì sono io... tu sei? Ci siamo visti l'anno scorso a scuola... attaccammo a parlare. 
Mi ricordo che avevo comprato oltre al pellet un libro-occasione che parlava di film, di Ladri di biciclette credo. Pietro mi guardò, guardò il libro e mi disse quel film l'ho visto tante volte alla televisione. E' un grande film, dissi io. Sì, rispose lui, parla di tutti... e parla di noi. 
Poi mi disse ma tu leggi i libri? Un po' sì, ma sempre meno, mi schermai. Tu? Io no, disse, senza però il classico sdegno verso i libri che ha di solito chi fa lavori manuali ai cui sarcasmi, nella mia famiglia operaia, ero abbondantemente abituato; poi aggiunse che non leggeva mica per qualcosa, ma perché ci aveva provato da giovane, quando aveva fatto il corridore e pure dopo quando era stato disoccupato; ci aveva provato anche nelle pause dalla fabbrica quando s'annoiava nei turni di notte, o in cantiere, ma aveva capito che quelli che scrivono non parlano mai di quelli che non scrivono come lui Pietro o sua moglie che stava male a letto, coi piedi mangiati dal diabete, o dei suoi amici che erano andati in pensione da qualche anno e non sapevano che fare giravano per strada per farsi pestare da qualche macchina, o erano morti pochi mesi prima della pensione o pochi dopo, per colpa dei polmoni... Io almeno sto attento a mia moglie che sta male, mi disse... sennò che farei? Quasi tutti gli scrittori sono dei privilegiati che non si vergognano nemmeno un po' dei loro privilegi, parlano solo di loro stessi e di che succede nella loro testa, e quanto sono cattivi e quanto sono bravi, ma degli altri non parlano mai e se ne parlano dicono tutte fesserie che hanno sentito dire, e lui non lo poteva sopportare, ché uno parla quando sa, se non sa non deve parlare.
Per carità, disse, per me devono scrivere quello che vogliono, è chiaro; ma pure io posso fare come voglio e non li leggo… senza che in televisione gli scienziati dicono che in Italia non si legge... Domandatevelo perché non si legge. E soprattutto andate a vedere come scrivono. Ecchi li capisce! Sta scritto troppo difficile!
Io per sdrammatizzare (o forse anche per farmi un altro "cliente" da portarmi in palestra) dissi “scrivi tu qualcosa allora”; e nel frattempo mi ricordo che pensai che tanto pure se uno riusciva a scrivere più facile, non lo leggeva nessuno uguale… 
Lui rispose no no... io sono ignorante.
Stavo per replicare che... ma mi prese la mano e mi salutò, era tardi, doveva tornare a casa a fare la puntura alla moglie. Lo guardai che si allontanava come uno che è uscito con la bicicletta e se ne torna appiedi, senza alcuna illusione che la sua bicicletta (NESSUNA BICICLETTA) gli verrà mai ritrovata, anzi con la convinzione secca che non ci sarà mai più una bicicletta da nessuna parte né per lui né per quelli come lui.

E pensai che aveva ragione quel ricco illuso di Piocchi. 


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