La tapparella bicolor



Da parecchie settimane la nostra aula era con una tapparella rotta (ma né io né i miei alunni ce ne siamo mai lamentati, più per noia, mancanza di volontà, credo, che per sfiducia nelle istituzioni). Questa mattina a sorpresa hanno bussato alla porta, mentre interrogavo, ed è stato come un campanello d'allarme. Bisognava riparare la tapparella. Così è entrato un operaio che voleva prendere le misure e contare quante stecche si potevano ancora salvare dal rullo. Quante? Mbò. La faccia di quest'uomo all'inizio mi ha sorprendentemente colpito. Ho capito solo qualche minuto più tardi perché ed il perché è che aveva la faccia come l'attore non-professionista del film Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, il miracoloso Lamberto Maggiorani (ma uguale proprio, lo giuro, solo più bianchiccio, incanutito, ma stessi spigoli, stesso occhio, stesso quadro). 
Durante la ricreazione ha trovato non chiedetemi dove un altro stralcio di serranda rotta, forse nella stanza degli scarti della scuola, e s'è messo a segare le stecche per fare un collage con lo stralcio della tapparella della nostra aula. Ne è uscita fuori una bellissima tapparella bicolor tutta arrangiata. 
E' arrivata la bidella che m'ha chiesto professò che per piacere gliela fa montà mò la serranda, nell'ora sua... sennò quesso quando lo ricchiappiamo.
Io ho detto va bene, che problema ci sta... (e invece c'era... gigantesco: il mio insoffribile imbarazzo, il mio stare, sentirmi assolutamente fuori posto).

Mentre facevo dunque penosamente lezione, e penosamente perché mi veniva imbarazzo a cospargere colla mia cultura morta il povero capo di quei ragazzi inermi mentre Lamberto Maggiorani stava a cavallo sulla scala a mettere in pratica la sua cultura viva, rimontando listarella su listarella la nostra difesa dalla luce, mentre facevo questa penosa lezione che m'è costata una fatica (etica) immane, pensavo. Come sempre. Pensavo. Pensavo a come si può scrivere stando da questa parte (la mia)? (ma la domanda giusta sarebbe stata anche solo 'come si può stare da questa parte (la mia)'). La verità è che si dovrebbe scrivere a cavalcioni sulla scala, stando dall'altra parte, la parte storicamente esclusa. Scrivere dalla parte inclusa che senso ha?


Ancora una volta la lotta tra i vivi e i morti, mi sono detto. La meccanica vitale e la meccanica mortale. Stavolta io nella mortale. Ma non sarà proprio questa, la parte mortale, la parte che più mi compete? prendendo le cose sul punto che vanno a morire, invece che riafferrando il disco nella svolta che porta alla vita? La tapparella bicolor è sicuramente, a questo punto, la svolta vitale - è un simbolo, un'accusa; il mio parlare la svolta mortale, la catacomba cristologica di quel Dio (attenzione!) che sta dalla parte dei potenti: il Dio cattolico. 
Ma poi sarà vero? 
Mbò. Non sono mai stato così definitorio. Mi ci trovo male nella definizione.

I ragazzi scrivevano i loro compiti, facevano i loro esercizietti grammaticali. Che palle. Lamberto li guardava senza pensare a niente, secondo me, forse commiserandoli, forse rimpiangendo come fanno spesso gli operai... ah se fusce studiat... mò nn stesse ecc a fa lu murator. 
E ogni tanto guardava me con quegli occhi da ladro di biciclette. Ma non mi guardava con lo sguardo sardonico che mi avrebbe ferito perché veniamo dalla stessa razza e io mi sarei sentito un traditore (di cosa? di tutto, di tutti... come di cosa?). Probabilmente non mi ha mai guardato, il suo sguardo me lo facevano gli occhi miei, quelli di dietro, come le galline, gli occhi della coscienza. 
Abbiamo parlato molto, invece, tutti assieme. A dire il vero le so riparare bene pure io le tapparelle e ne ho riparate tante, ero un asso a ridare corso a certi ingranaggi. Ma tutto ciò adesso non vale molto. Siamo dietro lo schermo dei ruoli. Puoi forzare, puoi scherzare, puoi burlare, ma lo schermo è respingente. 
I ragazzi scrivevano, ignari di tutto... e ora mentre scrivo mi chiedo se sono ignari davvero - e io non lo credo - ma poco importa. Scrivevano qualche tema. Qualche paginetta di diario... l'elaborato di carattere personale, mi sembra lo chiamino su al Ministero. 
Ah, i temi dei ragazzi! Quante palle se ne dicono, sui temi dei ragazzi. Quante favole! 
Qualche tempo fa leggevo sul sito dei Rigabooks di un diverbio intellettuale nato tra Calvino e Celati ai tempi dell'uscita del primo libro sperimentale di Celati, il del tutto trascurabile (a mio avviso) Comiche... (che a dirla tutta per me di Celati, Meridiano o no, è trascurabile tutto ciò che ha scritto prima degli anni Ottanta). Rispondendo a Calvino che gli rimproverava cose che non ho ben capito, Celati dice così e abbiate pazienza ché lo devo riportare tutto, il pezzo:  

L’infantilismo mi dà sui nervi, perché presuppone l’infanzia come zoo separato. È in realtà una questione di adattamento. Gli scrittori per l’infanzia sono tanto adattati alla lingua da riuscire anche ad imitarne le carenze. A me interessa una lingua di pure carenze. Un po’ ho capito la cosa quando insegnavo in campagna, alla scuola media. I ragazzini scrivevano il loro italiano, il loro abile (perché frutto di una esperienza ormai secolare) adattamento all’italiano, con una capacità di ironia e di tensione che mi sbalordivano; altroché infantilismo; i loro equivoci erano, voluti o no, dei capolavori di contestazione. L’insegnante di italiano poi interveniva a correggere proprio là dove l’effetto era più piacevolmente anarchico, dove la frase seguiva la curva del parlato, dove la frase si allungava straordinariamente per una specie di incontinenza affabulatoria; dove le ellissi saltavano necessità che l’italiano cartaceo conserva come forme atrofizzate. Il disadattamento della lingua è disadattamento al mondo cartaceo-paranoico-verbo delirante. Tu parli di humus; non so se sia il caso di farmi tanto onore, ma se vuol dire così è giusto. Ma quando parli di humus allora parli del rifiutato, dell’escluso, di ciò che è costantemente rimosso in un mondo dove tutti giocano a correggerti.


Bel pezzo, in cuor mio e probabilmente sincero. Non so in che anni Celati abbia insegnato alle scuole medie, presumo gli anni Sessanta, e forse in quegli anni davvero i ragazzini scrivevano come dice lui ma è pur vero che alle parole, specie quelle degli altri, noi abbiamo il potere di fargli dire tante cose, molte delle quali non ci sono se non in noi stessi. Dal canto mio, leggendo i temi dei miei ragazzi, posso dire che non c'è nulla di tutto quello che Gianni Celati dice avessero i temi dei suoi. Non c'è nessuna svolta vitale, nessuna traccia nascosta di sonorità del parlato, nessun mondo verbale pre-esistente, non c'è affatto Lamberto Maggiorani che prova a scrivere come i grandi. Non c'è nessun capolavoro di contestazione, nessuna superba ironia camuffata da forzato adeguamento, nessuna tensione sbalorditiva. C'è solo un insopportabile peso costrittivo che soffoca tutto. Quando i ragazzi non sono ancora arrivati alla svolta mortale, ché la svolta mortale è ancora di là da venire, e loro come condannati gli si avvicinano, passo dopo passo, inesorabilmente, prendendone a volte tutta la puzza e l'incarnato, loro vivono in un limbo frastagliato che non è né prosa parlata né prosa istituzionale né distaccato adeguamento, né niente. E' un pastone ignobile, grigio, senza alcun lampo, né di creatività né di irrisione, un qualcosa che non ha nulla di stimolante. E' una scialbo compromesso che non mi attrae come - a dire il vero - non del tutto mi respinge. Qual sarà la soluzione? Quale può essere lo sbroglio? 
Mah, forse quella di aprirgli la memoria alla consapevolezza dei mezzi espressivi. Sia quelli che hanno dentro in quanto esseri umani che parlano la bella lingua parlata; sia quelli che devono apprendere per farsi largo nel consorzio sociale. 
Ma poi, sono sincero, ognuno si salva (o non si salva). 

A fine ora Lamberto aveva finito. Ha tentato l'avvolgibile. Andava bene. Andava su e giù come una bellezza. E' suonata la campana per tutti. Appena ho potuto, trac, ho tagliato la corda, fuori da lì, non potendone più. Ho salutato, sono uscito. Ho preso la macchina, correndo come al solito a più non posso, scappando dentro panni più comodi e larghi verso qualche altra avventura che adesso proprio non so e non capisco. 

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