New York New York!






                                        Un mare di pecore.


La sera del 16 luglio dell'anno passato mi piegai anch'io per alcune ore all’abbagliante vita mondana della costa adriatica. Forse avrei potuto evitarlo, la vita mondana tanto più gli stai alla larga tanto meglio è, e a me piace stare appartato; ma agli amici, a quello stuolo degli amici più carnevoli e antichi, pare brutto dirgli sempre di no... no stasera no, nì stasera nì...; così quella sera accettai l'invito per la cena e mi recai all'appuntamento bello pulito vestito e pettinato (vabbè si fa per dire), cioè in grande spolvero. 
Nella tavolata, capitai a sedere in mezzo a gente che non conoscevo nemmeno di sguincio, visto che nel frattempo la compagnia s'era lievitata e qualcuno, non proprio a torto, volle farmi pagare le mie numerevoli assenze di stagione.



Non mi ricordo più chi tra i miei sodali s'era tirato dietro alla cena un uomo sui cinquant'anni, accompagnato a sua volta dalla moglie bionda, di professione ufficiale giudiziario al tribunale principale della provincia, che io non avevo mai visto - e figuriamoci se lui e la moglie avevano mai visto me che sono la persona meno apparente della provincia (d'altronde, che volete, bisogna pure accontentarsi, siamo mica tutti capaci di apparire alla Madonna come sapeva fare senza scomporsi nemmeno un poco il genio leccese del Novecento).

Ad ogni modo, ormai stavamo vicini, attaccammo a far dei discorsi... la Juve il Milan l'afa il mare inquinato i parcheggi a pagamento i costi della politica i costumi degli italiani. 
Ma durò poco. 
L'ufficiale infatti scalcitava per parlare con più costrutto, e con più larga platea, dato che gli sembrava di averne molti di racconti da dire che ci poteva saziare di amicizia tutto il ristorante e che si sentiva un po’ sprecato con tutti quei bei racconti a confidarsi solo con me, per altro così fiacco e da sempre sciupato finanche nelle risposte agli sconosciuti... fatti più là, oh lo stronzo, ché me fai ombra.
E così, si andò a piazzare come un vaso di fiori al centro delle conversazioni della tavolata, puntando tutti i riflettori su di lui ("eh lo so" mi disse cogli occhi la moglie, "...è proprio uno sfacciato quel mio marito").   
Io ne fui molto sollevato, più che altro perché quella sera facevo un po' fatica a parlare, mi sentivo meglio a rimanermene in silenzio, magari ascoltare, o stare distratto. 



Quando si alzò per proporre un brindisi di buon augurio (alle sue affabulazioni) mi accorsi che l'ufficiale giudiziario era proprio un cipresso d'uomo: alto, magrissimo, spigoloso d'ossa, con un fisico da antico giocatore di pallacanestro e con ancora tanti capelli neri in testa, a parte un abbozzo di chierica appena appena; parlava tantissimo, più di quanto io fossi in grado di stargli dietro a sentirlo e fumava con grande piacere delle sigarettine superleggere della Rothmans che a me, forse perché le fumava mia madre pagandole un pacco di soldi dal tabacchino (costavano tanto quanto le borghesi Marlboro Rosse), mi sono sempre sembrate delle sigarette da signora, per giunta molto benestante, infatti era l'unico lusso di mia madre, sarta di fabbrica, scoppiarsi di sigarette Rothmans tutto il giorno - chissà magari era una vanità anche quella, proprio lei che non sembrava avere vanità di nessun tipo; mi ci mandava quasi sempre a me a prendergliele, e mi ricordo che un po' mi vergognavo, arrivato al bancone, a chiedere, perché mi sembrava di fare la figura di quello che fuma le sigarette delle femmine, mentre io già fumavo le più impertinenti Winston Blè... ma mi si deve compatire, ero solo molto giovane, ovvero molto stupido, mentre adesso...



Raccontava delle storie, l'ufficiale, e ci accompagnava le sue fumatine, come a stenderci sopra una pasta di nebbia. La moglie, molto bella di viso, ma con delle mani goffe che nascondeva come le donne timide, stava quasi sempre in silenzio a mangiare delle cose nel piatto, a occhi bassi, abituata alle vanterie del marito. Si limitava a sorridere se si accorgeva d'essere guardata. O ad arrossire. 
Ah le donne mature che ancora arrossiscono! (Sono le più pericolose, giunsi a credere, giacché hanno coltivato più la loro immagine interna che quella all’estero e io ho sempre timore dei miei consimili... se per soprammercato sono pure donne... vai).





Arrivati allo stopposo dolce, l'ufficiale si lanciò nel racconto di un pignoramento in mezzo ai pascoli, operato ai danni (o ai guadagni?) di un furbissimo pastore che aveva costretto la troupe dell'ufficiale giudiziario ad andarlo a scovare fino in cima alla collina dove abitava lui, passando per incauti sentieri, facendoli arrivare al cascinale del pastore colla terra fino al collo; l'ufficiale giudiziario raccontava tutto pieno di gongolii che per arrivare alla meta avevano dovuto letteralmente nuotare nel melmoso come dei giocatori di rugby e lui s'era sporcato tutto l'abito elegante che indossava quel giorno tanto che quando era arrivato a tiro di pastore era lordo di fango e sterco di pecora fin dentro le mutande; i carabinieri al suo seguito c'avevano la divisa tutta lurida e pesante che gli era diventata di un altro colore… o forse gli si era semplicemente palesata col colore vero di sempre, il colore della m…; tutto questo po’ po’ di fatica per pignorare delle pecore che erano state fatte magnificamente sparire la notte prima dallo stesso furbissimo pastore… Vi immaginate voi che faccia potevano fare quelli dopo tutta quella madonna d'inerpicata a non ritrovarci manco una pecora? Seguì qualche toccatina non troppo gentile al pastore, l'avvistamento fortunato (ed inevitabile) del gregge, la rincorsa sulle colline per riacciuffare tutte le pecore, la loro difficile conta e l'ancora più perigliosa cernita una per una, dovuta all'arguto mescolamento che il pastore aveva favorito con altre pecore del connivente vicino di casa anch’esso pastore e così via... fino al pignoramento riuscito, la sera tardi, o forse chissà, la notte, o la mattina dopo ancora, non era molto chiaro… ormai tutti sporchi completi “da buttare nel gabinetto e tirare l’acqua”. 
Un racconto di un'ora e mezza che qui ho riassunto alla svelta per la vostra fortuna. Una specie di barzelletta che per quanto bella e divertente, colle giuste pause fumarie e tutto, ad un certo punto temevamo non finisse più, come le storie delle Mille e una notte (ma l’ufficiale non era tanto etereo).
Mi era scappata anche qualche risata, durante il racconto, ma credo più in omaggio alle scaltrezze del losco pastore che per le bravure affabulatorie del narratore che, in tutti i modi, usciva comunque come il più vittorioso e il più fregnaccione della nostra compagnia, un asso di ufficiale narratore – cosa per altro ben trasparente da ogni suo gesto e apparizione stilistica. Questo fatto, lo devo proprio annotare, è un tratto comune a tutti quelli della mia terra, i quali non hanno piacere a raccontare se non per fare sfoggio di sé stessi, della loro fregnacceria, ché tu sarai pure fregno e tutto, ma fregno come lui, toglitelo dalla mente, non lo sarai mai. C’è chi l’accetta e chi no. Chi non l’accetta piglia su e si mette a fabbricare un altro romanzo pure lui per dimostrare agli altri che è più fregno lui, e così c’è da dire non finiscono mai i romanzi ineditati della gente dei miei luoghi. E la cosa può pure non essere alla fine alla fine un brutto guaio per uno come me che ha il compito di allenarli e raccontarli, sia gli scrittori che non accettano, sia i lettori che accettano (che poi non è detto diventino dei lettori che non accettano pure loro). Davvero un gran casino.



Lungomare, esterno notte, fine estate
E' passato un po' di tempo, e in questo quadro mi ritrovo mani in tasca a passeggiare sul lungomare con l'ufficiale giudiziario delle pecore smarrite. Abbiamo fatto un'altra cena, stavolta a stuolo ridotto (l'ufficiale rimbecca: “a strolo ridotto, volevi dire”, calemburando sul dialetto strul, che vuol dire porcile); io non volevo dire niente.
Sono praticamente portato al guinzaglio dalle parole di quest'uomo che ha fatto di tutto per poter parlare con me, come dice vispo, "a quattr'occhi". Camminando camminando ci siamo lasciati dietro la sua splendente moglie interiore, e il mio amico sensale letterario.
M' dà jità Dinamo, m' dà jità... mi dice ogni mezzo metro di passi che facciamo avanti. Dice che lo devo aiutare... E' venuto infatti a sapere attraverso quel boccalone di Claudio che detengo ormai da mesi, in realtà sono anni, una prestigiosa palestra di allenatore di scrittori peggiorativi. Egli è uno scrittore... si sente uno scrittore... anche se non sa se peggiorativo o no (a orecchio mi pare non gli garbi poi molto la parola) - lo può diventare, comunque, con un po' di disimpegno, di disservizio, lo può diventare... nel frattempo, mi corteggia in modo sfacciato (aveva ragione la moglie) per essere aiutato a portare avanti le sue narrative. Dice che deve parlarmi di una cosa con la più assoluta urgenza. E arriva: sto scrivendo un romanzo, Dinamo, perché non gli dai una letta questi giorni così poi ne parliamo? 
Ha nella tasca interna della giacchetta estiva finanche una copia dattiloscritta tutta per me. Ci puzz' armane, penso, poco elegantemente. Ma io ho già mio zio, poverino, da far pascolare nelle floride collinerie (coglionerie?) letterarie; poi ci sono due tre promettenti scrittori falliti; poi c'è il corteggiamento ad uno scrittore Brigante e la caccia al fantasma bibliografico di Mario Lo Tasso, col figlio che mi chiama dieci volte al giorno ché scopre bauli pieni di poesie del padre ogni quattro secondi (tanto che m'è venuto il dubbio che ci ricama lui, ma alla grande, e il vero poeta di casa è lui, altro che Mario... se lo sgamo li squalifico a vita); in più ho le mie scritture, le mie rabberciature, le mie studentesse maestrali, le mie storie, le mie cose, "la mia vita" come disse una volta una cugina che non voleva proprio andare a lavorare in sartoria... mò pure l'ufficiale giudiziario ci si metteva.

Ci si metteva
L'ufficiale andava da qualche settimana scrivendo un po’ qua un po’ là un thriller sulla rifondazione (credo tutt’altro che comunista) del mondo occidentale. Un progetto molto ambizioso... C'è tutto, dice, per sfondare. Per sfrondare, gli dico io, rinculandomi nel calemburismo. Ma lui non capisce, è un tantinello permaloso, un tipo facile a irritarsi se lo pungichi nel personale. Sorvola grezzo. 
Mi spiega che il suo thriller parla di un complotto internazionale, ordito in scatole segrete newyorchesi, che coinvolge pezzi grossi, anche dentro La Casa Bianca, la grande finanza, l’elite che governano il mondo… ed è un complotto positivo, che vuole cambiare le teste delle persone in meglio, diciamo una orditura etico-culturale di ripristino del mondo come era e come dovrebbe ancora essere e irrimediabilmente non è più.
Ma non solo, perché dopo "Ci sta tutta 'na storia dietro di omicidi, congiure... 'na cosa bella assai, veramente Dinamo, che ti devo dì: funziona... mò che lo leggi comunque lo capisci. Anzi... prima ti spiego che…" e qua ovviamente m'attacca a raccontare tutto il romanzo a parole sue e con dovizia di particolari (se per raccontare una barzelletta collinare c’aveva messo un’ora e mezza per raccontare un romanzo newyorchese quanto ci metteva?); romanzo che mi dovrò comunque leggere e che ora è transitato dalle sue tasche alle mie (per fortuna sempre abbastanza bucate).  


      
Ottobre dell'anno scorso, sera, all'interno della palestra di allenatore di scrittori, contrada Casale, G., ricovero di cani, gatti, biliardi, bighelloni e smidollati                        

Questa foto campeggia all'ingresso della mia palestra, lato sud, sud-est.


La prima cosa che mi ha detto l'ufficiale giudiziario, entrando nella mia palestra abusiva, ritrovo delle peggio penne della regione e dell'estero, è che gli sembrava un mix tra una palestra di scuola abbandonata, un capannone industriale e una casa del popolo molisana senza più nessuno dentro – ma nel bianchissimo Molise c’erano le case del popolo? Dovrei chiedere a Matteo Lo Tasso; la palestra ad ogni modo è un aborto edilizio perpetrato ai danni della collettività da mio padre che sognava, un giorno o l’altro, di rifondare in senso più o meno comunista la nostra nuova casa… cose insomma molto più terrene, tutt'altre mi verrebbe da dire dalle rifondazioni culturali del mondo made in UF (ufficiale giudiziario). 
S'è dimenticato di dire che nella palestra c’è anche un biliardo, vera chicca del posto, che prima apparteneva a un circolo di giocatori d'ogni risma dove si andavano a rovinare un sacco di persone e che alla fine, avendo rovinato praticamente tutti, chiuse miseramente, tutto rovinato pure lui... al pari cioè di chi ci dimorava spelacchiandosi sera dopo sera; il quale biliardo ci serve da tavolo delle riunioni dopo le incessanti sedute di scrittura compulsiva (di solito dieci minuti ma dieci minuti fatti alla grande, dolore e disperazione, ché sempre meglio dieci minuti fatti bene che dieci anni fatti male).
Come prevedevo, l'ufficiale, anche se più volte invitato dalla compagnia, non gioca né a biliardo né a carte. E quando viene qua in palestra manco scrive (vabbè non che gli altri…). Si serve da solo una bottiglietta di cocacola di quelle di vetro, la beve colla cannuccia facendo pure un po’ di rumore boccale, fuma e parla; e cosa ben più grave lascia sempre la moglie a casa, pare a leggere romanzi russi al posto suo. 
Ho saputo da persone inaffidabili e inattendibili che al tribunale ha dato da leggere a tutti quanti il suo romanzo che sta girando alla peggiodiddio. Sfrutta insomma la sua importanza tribunali zia per farsi leggere. A nessuno verrebbe infatti in mente, ispecialmodo tra gli avvocati di grido, di mettersi contro un facilitatore come lui. 
L'ultima volta che è venuto mi ha confidato di aver parlato con un tipografo della zona: si sarebbe deciso a pubblicarlo a sue spese - autpubblissing, ripete sempre - così com'è, il suo romanzucolo, perché non gliene frega niente di farlo leggere agli editori (in questo non c'ha tutti i torti: l'ignoro degli editori mi piace sempre - favola della volpe e dell'uva?). 
Vuole vedere la cosa finita... avrebbe già infatti un'altra idea per...
Fermati, ufficià, fermat… ‘na cos’ a la vodd’. ‘Na cos’ a la vodd’. (Una cosa alla volta).

Mentre mio zio batte come un forsennato al vecchio computer fisso in stallato sopra la scrivania laterale e scatarra e bestemmia tutti i dii e le madonne come al suo solito per la non brillante "venitura" delle frasi come la chiama lui, e fuma ininterrottamente per tutto il giorno come un aereo schiantato al suolo, io sul divano ho la testa reclinata all'indietro, mezzo addormentato e col libro dell'ufficiale giudiziario in grembo. Produco ragionamenti letterari e narrazioni a fontanella, ma non mi appunto niente: fa che tante volte ci esce qualcosa di buono...



Vabbè, ho letto qualche pagina del thriller mozzafiato dell'ufficiale giudiziario (mi s’era messo su una punta di cuore… e l’ho fatto).
Gli ho voluto dare un po' di credito dopo la storia delle pecore ma appena mi sono "immerso" come dicono gli altri benefattori della letteratura in tv, nella lettura del romanzo, mi sono accorto che per me il romanzo dell'ufficiale giudiziario era uno schifo, una specie di Ken Follet per ragazzi delle scuole medie (che già Ken Follet... Invece un libro per i ragazzi delle scuole medie, semplice semplice, elementare elementare... arrasoterra arrasoterra come dice lo zio, non sarebbe manco male, da vendere in abbinato con un pallone di cuoio da sgonfiare giocando per strada o nei campetti vicino alle scuole).
L’ufficiale ormai è un habitué. Viene ogni sera qui alla palestra e ci porta le sue pecore impignorabili e il suo thriller mozzafiato. La palestra mi s'è spopolata da quando c'è lui e ciò che è peggio non s’avvicina più nessuno, manco tra i nuovi. E io se mi si svuota la palestra, come tiro avanti? Chi alleno? Che scrivo? Sto romanzo come lo porto a Termini (per poi prendere il volo verso la capitale editoriale Milano o la succursale Torino)?
A questo punto decido di affrontarlo e dirgli quello che penso. Quando arriva, con una bottiglietta di coca cola di quelle piccole di vetro già afferrata al banco frigo, colla cannuccia alla bocca gorgogliante che mi sembra paro paro il target dei suoi potenziali lettori mediali, gli dico a brutto muso che il romanzo fa cacare e che l'unica possibilità che ha per fare qualcosa di meno sbudelloso è riscriverlo da capo, cambiando tutto. 
Come tutto, mi dice lui. 
Tutto tutto gli dico io, senza remissione di peccati.... e ti dico di più... per come la vedo io, se vuoi scrivere qualcosa di serio, devi parlare delle pecore, di quel famoso pignoramento, della fuga in collina e di tutti i pignoramenti che hai fatto; devi parlare delle cose attaccate alla carnaccia tua, che cazzo ne sai tu di New York, delle scatole segrete, dei valori morali... eppoi con quello stile così realistico, ché non conosci manco come sono fatte le strade di New York, eddai... abbi pietà no. 
Ci rimase male. Non capiva come era possibile che gli dicessi una cosa del genere… Che fa, diceva, je sempr nmezz a li pecur ding sta? Lu jurn co’ li pecur e la ser’ co’ li pecur…  (che tradotto sarebbe a dire "che fa io sempre in mezzo alle pecore devo stare? Il giorno colle pecore e la sera colle pecore?") e quando mi emancipo io… ah?... notte giorno e anni interi colle pecore… e mò na vodd che m’ so’ m’ss a scriv pir a mezz a li pecur ding sta? ("e adesso per una volta che mi sono messo a scrivere, pure in mezzo alle pecore devo ritornare per fare contento a te?"). Ma non esiste… Non esiste! De li pecur c' scr'v tu e llù scem di zijete... mi disse a mezza voce con un conato di lacrime negli occhi, ché ci scrivessimo cioè io e quello scemunito di mio zio delle pecore, ché per lui non è argomento abbastanza nobile dir di pecore... e allora gli dico io la vita bucolica non è nobile? i poemi pastorali non sono nobili? Ma va va... ropp lu cazz' da n'addra part... vai a rompere il cazzo da un'altra parte vai. Tu sei un pecoraro... che ti metti a fare il cittadino.... Nnù sì fa no... N'n t'arriesc... nn t' vè... (non lo sai fare, non ti riesce, non ti viene).

Hai voglia a spiegargli che gli dicevo così per il suo bene. Ci rimase male lo stesso, giacché come la stragrande maggioranza della gente che tiene la penna in mano non scriveva per una reale esigenza fisica, per un impellente bisogno della persona; lo faceva per avere considerazione, visibilità, accrescimento identitario, emancipazione dalle pecore… fino a quelli via via che si sale (o si scende) che lo fanno per accrescimento economico… mah. Quindi invece di benedirmi che gli stavo dando dei consigli, assolutamente gratuiti, si incazzò. Alla sua maniera. Ma si incazzò. E se n'andò, come dicono i romanzieri quelli bravi che fanno i telefilm americani, "sbattendo la porta lei uscì dalla sua vita" (vabbè in questo caso era un lui ma i romanzieri quelli bravi che fanno i telefilm non vanno troppo per il sottile).
M'ero liberato.
Lo zio concentrato nella pettinatura della sua opera romanzesca di ormai settecentomila pagine non s’era manco  accorto di nulla; quando l’ufficiale uscì dalla porta (serrandola bene però, senza sbatterla – gli va riconosciuto), mio zio se ne uscì tomo tomo “oh, ma che è titt’ ssù casi’n? ca success? (Oh ma che è tutto ssò casino, che è successo?)... Fate buoni compagni”.



Casella della posta e finale
Nella casella della posta della palestra ho ritrovato una copia di contratto e una copia del romanzo dell'ufficiale giudiziario edito da una grande casa editrice milanese, la Mondadori se non mi sbaglio. E il contratto parla di svariate copie (5000 in cifra tonda... per un esordiente: mica male). 
Il romanzo è il thriller, senza pecore né pastori. Quello che aveva scritto lui l'anno scorso e che io gli volevo far abortire. 
Nella dedica c'è scritto: Mi sa che le pecore è meglio se le scrivi tu!



Comunque, vale la pena fargli un po' di pubblicità a questo libro, ché io posso sempre sbagliarmi, e se sbaglio lo devo riconoscere:



Di corsa verso il passato, Alberto Casserta, Libri Ragazzi Mondadori, Milano, 2015.  




(tratto dall'opera in fieri Le avventure dello zio scrittore e altre storie)